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sabato 14 novembre 2020


Another Door 

Decimo capitolo 



La targa “Akashi Detective agency”, lucida e splendente, era individuabile a metri di distanza. Gli uffici che avevano affittato, nello stesso grattacielo dove lavorava Mark, erano stracolmi di gente. Mark si era dato parecchio da fare con gli inviti e ora, Jake e Harper stavano raccogliendo i frutti del suo impegno.

«Loran, John!» Jake li accolse sorridente, chiedendo scusa agli ospiti che stava intrattenendo.

«Jake, bellissimo lavoro. C’è davvero un sacco di gente!» Troppa per i gusti di Loran, preferiva di gran lunga un caminetto acceso, con John, disteso, nudo, possibilmente in ginocchio. Il solo pensiero gli provocò un’immediata reazione, che premette sulla cerniera dei pantaloni, improvvisamente più stretti,

«Harper?» Chiese John. Non vedeva l’ora di osservare la sua amica interagire in una situazione come quella. Erano così tanti anni che non poteva mescolarsi con le persone, che temeva potesse perfino crollare. Jake gli indicò un punto della stanza e la vide. Era irriconoscibile. Aveva indossato un vestito da sera, molto femminile. Notò le scarpe con il tacco vertiginoso e i suoi capelli, biondi e splendenti, che le ricadevano dolcemente sulle spalle con onde morbide. Doveva essere andata dal parrucchiere. Lasciò Loran a parlare con Jake e la raggiunse.

«Sei uno schianto.» Non l’aveva visto arrivare, perciò si era posizionato alle sue spalle e le aveva sussurrato all’orecchio.

«Non sei da meno, il vecchietto ti tira sempre a lucido eh?» Era sempre lei, anche vestita come una principessa, non gli avrebbe fatto mancare la sua essenza.

«Guarda che sono stato io a scegliere che vestiti avrei indossato!» Le rispose, fingendo di essere risentito per la battuta.

«Oh, non ho dubbi! M’immagino la scena, mentre li scegli e ti chiedi: “ma questo piacerà a Daddy?”» John scosse la testa.

«Harper, non ci presenti il tuo amico?» Un uomo, di una presumibile età di poco più di trent’anni, lo stava guardando con inequivocabile interesse.

«Imperdonabile. Signori lui è John, sarà lui ad occuparsi della parte legale dell’agenzia.» Poi rivolgendosi a lui glieli presentò.

«John, ti presento Liam Wilson Jr., delle acciaierie Wilson, sua sorella Rebecca e suo fratello Stewart.» John tese la mano, che venne catturata immediatamente da Liam, molto calorosamente.

«Così giovane e già avvocato di successo!» John sorrise imbarazzato.

«In realtà prossimo alla laurea. E per quanto riguarda il successo, vivo della luce riflessa di Harper.» Liam sorrise, lasciandogli malvolentieri la mano.

«Non vedo l’ora di poter provare i vostri servizi.» L’imbarazzo di John cresceva a vista d’occhio, gli apprezzamenti di Liam erano fin troppo espliciti per i suoi gusti. Ricercò con lo sguardo Loran. Gli mancò il fiato, lo stava osservando e il suo sguardo era decisamente quello di un killer in procinto di sparare all’obiettivo. John si trattenne a parlare ancora qualche minuto, poi decise di raggiungerlo con un paio di tartine al salmone e due flûte di champagne.

«Queste devi assolutamente assaggiarle!» Loran mangiò la tartina e bevve il suo champagne.

«Allora? Sono o non sono buonissime?» John diede un morso alla sua.

«Stavi flirtando con quel tipo, chi era?» Mancò poco che John si strozzasse con quella tartina.

«Non stavo flirtando!» Si difese, scandalizzato.

«Andiamo, si sta facendo tardi e dobbiamo cambiarci.» John si era quasi dimenticato di quale fosse il proseguo della serata, ricordarlo lo fece rabbrividire.

«Salutiamo e andiamo.» E così fecero. Finiti i convenevoli, presero l’auto di Loran e si diressero a “Le fetish ruge”. Erano tesi entrambi, perciò non si scambiarono molte parole. All’entrata del locale due buttafuori ne vietavano l’ingresso a chi non era presente nella lista.

«Hey, irlandese! Come butta?» Loran salutò i due buttafuori.

«Lui è con te?» Gli chiese lo stesso che l’aveva salutato.

«Sì.» John sussultò, quel sì, senza spiegazioni di sorta, lo aveva fatto sentire solo e indifeso. Lui era solo un “sì” e basta, non l’aveva presentato, lo aveva fatto sentire uno qualunque.

«Stammi vicino, non ho voglia di litigare con nessuno, ok?» Loran lo guardò perplesso, era evidente che qualcosa l’avesse disturbato, ma non c’era tempo per indagare, ancora pochi minuti e lo spettacolo sarebbe iniziato. Parlò con un ragazzo che, poco dopo tornò, consegnandogli uno zaino. Tirò fuori dallo zaino alcuni indumenti che consegnò a John.

«Entra in quella stanza, chiuditi dentro e cambiati, ci vediamo qui fuori.» John entrò in quello che sembrava uno sgabuzzino e indossò i vestiti che gli aveva dato. Chiamare vestiti un paio di short di pelle nera, dai quali le sue chiappe uscivano praticamente fuori e una maglia di rete, troppo corta, era assolutamente sbagliato, ma visto dove si trovavano…S’infilò gli anfibi, che si adattavano perfettamente a quella mise, comprendendo solo in quel momento, l’insistenza di Loran al fatto che se li mettesse. Infilò i suoi vestiti nella busta vuota e uscì. Loran lo stava aspettando appoggiato al muro di fronte. Aveva indossato un paio di pantaloni di pelle a vita bassa, e una semplice maglietta, che era così aderente che sottolineava tutti i suoi magnifici muscoli.

«Mi sento decisamente in imbarazzo, sembro una puttanella…» Loran si avvicinò, costringendolo a indietreggiare fino a sbattere contro il muro. La sua mano premette sulla sua gola, non gli tolse il respiro, ma la pressione era forte e costante. Gli leccò il lato della mascella e gli sussurrò all’orecchio.

«Tu SEI la mia puttanella.» John sentì le ginocchia improvvisamente molli. Una campana, una specie di Gong, richiamò l’attenzione di Loran.

«Andiamo, sta per entrare la prima coppia.» Vanessa l’aveva avvertito che, le prime due coppie, erano quelle da tenere d’occhio, entrambi i Dom erano inesperti ed era la prima volta che si esibivano in una scena sul palco. Ma per la terza scena avrebbe potuto rilassarsi, quello che si esibiva era una leggenda tra i Dom. Ed era un evento che lo facesse, probabilmente non l’avrebbe fatto mai più, quello che sarebbe andato sul palco quella sera, assieme a lui, sarebbe diventato suo marito entro la fine del mese. Si sistemarono in prima fila, su due poltrone rosse, bordate d’oro, che erano state sistemate al centro.

«Ora, fai attenzione. Le prime coppie che vedrai hanno poca esperienza. Spero che non vogliano strafare, perché lo spettacolo potrebbe diventare persino spiacevole da guardare. Quando vedrai la terza coppia, ti renderai conto delle differenze.» Le luci si abbassarono, per fare spazio ai fari che illuminarono il palco. La prima coppia incentrò la scena nel pompino che il sub fece al suo Dom, che lo corredò di un gag per la bocca. La seconda coppia, invece, si cimentò in una complicata legatura con inserimento di gancio anale, assicurato in modo che ogni volta che il sub si fosse mosso, il gancio si sarebbe spostato, provocandogli piacere e dolore. E il gioco consisteva proprio in questo, costringerlo a muoversi in modo che il gancio si muovesse dentro di lui. Ci fu una pausa prima dell’ultimo spettacolo, presero da bere, mentre il palco veniva preparato con l’attrezzatura necessaria. Tornarono a sedersi, i fari illuminarono nuovamente il palco. Il Dom entrò, era un uomo massiccio, vestito solo di un gilet nero di pelle e pantaloni a vita bassa sempre in pelle. I muscoli del torace e dell’addome erano uno spettacolo per la vista. Dietro di lui un ragazzo dalla pelle diafana, biondo, così dolce da sembrare un angelo, lo seguiva al guinzaglio. Il Dom gli accarezzò una guancia e lui appoggiò il viso sulla sua mano come un gattino. Con una lieve pressione sulla sua spalla il Dom diede inizio alle danze, facendogli assumere la posizione. John vide che sul palco c’era solo una panca inclinata in legno e una cassapanca. Il Dom gli ordinò di sistemarsi sulla panca e in men che non si dica, l’angioletto era legato lì sopra, completamente esposto. Il Dom aprì la cassapanca e scelse le fruste. Il cazzo di John ebbe un sussulto, sfregando nei pantaloncini in pelle davvero troppo stretti.

«Quelle fruste…come si chiamano?» Le parole erano uscite dalla sua bocca, senza che quasi se ne rendesse conto.

«Ne ha scelte due, un cane in bambù e un flogger in crine di cavallo. Ora guarda.» John si tocco il pacco, neppure avevano iniziato e già temeva che gli sarebbe uscito dai pantaloncini.

Steve, quello era il nome del Dom, accarezzò il corpo esposto del suo sub, Gabriel, con la punta del Cane. Poi chiuse gli occhi, alzò il cane e rifilò una serie da sei colpi sulle natiche e sulle cosce. I segni rossi, imperlarono immediatamente la pelle bianchissima del sub. Il suo membro esposto era sempre più duro. Pochi secondi e un'altra serie da sei si abbatté di nuovo sulle natiche e sulla schiena. Alla quarta serie John sudava, e si mordeva le labbra. Rapito da quella scena, non si era neppure reso conto che, da minuti, Loran lo stava osservando compiaciuto. Le parole del sub risuonarono nella sala completamente silenziosa. “Grazie, padrone! Ti prego, ancora!». Steve lo compensò leccando alcuni segni che aveva lasciato sulla sua schiena e sulle natiche. John si chiese come facesse quel ragazzo a non essere ancora venuto, quando lui, al solo guardarli, era bagnato di pre seme come se non ci fosse un domani. Il Dom prese il flogger. I movimenti a otto che compiva nell’aria, avevano completamente ammaliato John, che aveva la bocca riarsa e una gran voglia di godere. Il Dom gettò da una parte il flogger e separò le natiche al suo sub, infilando nella sua fessura un dito fino in fondo. John iniziò a muoversi sulla poltrona accavallando le gambe ripetutamente, in evidente disagio. La preparazione continuò ancora per qualche minuto, e il respiro di John era diventato affannoso. Quando il Dom liberò il suo membro girando la panca, in modo che il suo sub potesse guardare il pubblico prima di scoparlo, John ebbe un sussulto. La mano di Loran si strinse sul suo cazzo durissimo.

«NON.DEVI.VENIRE.» John mugolò appoggiando la testa sulla sua spalla. Era così vicino, così vicino. Alzò la testa, proprio nel momento in cui il Dom penetrò, con un solo colpo, il suo sub. Gli occhi di quel ragazzo erano così pieni di amore. E poi lo vide, mentre raggiungeva il sub space e, in quel preciso istante, capì che era quello che voleva, sentì di essere nato per quello, per Loran. Ricorse a tutta la forza che aveva per trattenere quell’orgasmo che voleva traboccare, perché quell’orgasmo non era più suo, era di Loran, tutto era di Loran. Poi Steve slegò Gabriel e lo avvolse in una coperta sparendo dietro il palco.

«Vuoi vedere una cosa davvero meravigliosa?» John annuì, incapace di dire una sola parola. Loran lo prese per mano e lo portò dietro le quinte, in una stanza che aveva uno specchio semiriflettente. Al di là dello specchio c’era Steve, teneva in grembo Gabriel, gli accarezzava i capelli, ogni tanto gli faceva bere una bevanda energetica e gli sussurrava all’orecchio, baciandolo dolcemente su gli occhi, sulle guance e sulla bocca. Poi dolcemente lo fece stendere sul divano e gli pose un unguento sulle ferite, continuando a parlargli e a baciarlo di tanto in tanto.

«Non sono stupendi?» John si girò lentamente verso Loran.

«Io voglio tutto questo, voglio te, voglio noi, così.» Loran gli catturò le labbra succhiandole.

«Is breá liom seacláid duit.» Anche se il suo irlandese era un po’ arrugginito, avrebbe scommesso la vita che quello era un “ti amo”, allora azzardò.

«Ti amo anch’io. E voglio andare a casa.» Loran non gli diede neppure il tempo di cambiarsi. Lo trascinò in macchina. La tensione che era scesa tra loro era palpabile. Ma appena entrati nell’appartamento, Loran, invece di saltargli addosso, prese le distanze.

«Dobbiamo parlare, John.» Ma John non era sicuro di avere la lucidità necessaria per riuscirci, il suo cazzo era impaziente, era frustrato, emozionato e voleva essere suo. Così fece l’unica cosa che gli sembrava giusta, pulita e perfetta, crollò in ginocchio.

«John…» Loran lo guardò provando una morsa allo stomaco, aveva così paura di esagerare con lui. Paura che si tirasse indietro, che malgrado sapesse tutto ormai, alla fine metterlo in pratica lo avrebbe fatto fuggire.

«Ascolta tu, cazzone! Sono stanco che mi tratti con i guanti! Sono davvero il tuo sub? Allora fai il Dom, una buona volta!» Quelle parole ebbero l’effetto di una doccia fredda su di lui. Gli prese i capelli tra le mani tirandogli la testa indietro.

«Puttanella impertinente! Abbassa immediatamente lo sguardo!» Sorridendo John si rimise in posizione.

«Aggiungerò questa tua ribellione ai due “stronzo” che non hai ancora scontato.» Si posizionò alle sue spalle.

«Ora ti legherò al letto, ti infilerò un dilatatore nel culo, perché non ho la minima voglia di prepararti, quando e se, deciderò di scoparti. Nel frattempo, ti frusterò.» John tremava di eccitazione.

«Le tue safe word?» John non aveva più voglia di ripetere il rituale, fremeva d’impazienza.

«Cazzo Loran, le conosci benissimo!» Loran si abbassò su di lui e lo morse sulla spalla, facendolo urlare.

«Chiedi scusa, subito!» Una grossa lacrima scese dai suoi occhi.

«Perdonami, Master. Ti prego perdonami, è che io ti voglio così tanto che…» Loran gli accarezzò il punto dove l’aveva morso.

«Le tue safe word.» John si rese conto che non si ricordava neppure più qual era la safe che avevano usato.

«Giallo e rosso.» Loran sorrise, la “fenice” non gli era mai piaciuta, troppo difficile da pronunciare in certi momenti.

«Sei d’accordo con la scena che ho in mente? Qualche cosa da aggiungere o togliere?» John scosse il capo.

«Ti sottometterai totalmente e incondizionatamente al tuo master?» John annuì di nuovo.

«Mi cedi il controllo?» John sospirò.

«Sì, master.» L’adrenalina iniziò a scorrere nelle vene di Loran.

«Seguimi.» John fece per alzarsi, ma Loran lo fermò.

«Non ti ho detto di alzarti. A carponi.» John lo seguì camminando a carponi, sul pavimento duro.

«Ora spogliati e mettiti a pancia sotto. Da questo momento voglio sentire solo le tue urla e i tuoi gemiti. NON.UNA.CAZZO.DI.PAROLA. Ogni volta che parlerai aumenteranno le frustate.» Gli piaceva guardarlo mentre si spogliava, aveva una grazia innata. Anche se da togliere quella sera c’era ben poco.

Lo osservò prendere posto sul suo letto, così bello, pieno di fiducia. Voleva riuscire a farlo volare, voleva volare via con lui. Gli allacciò polsiere e cavigliere. Infilò negli anelli le catene, che attaccò ai ganci del letto. Aveva scelto la frusta che si era fatto fare, quella che più amava. Una Bullwhip; era una frusta che poteva fare davvero molto male, bisognava essere chirurgici nell’infliggere il colpo. Loran aveva passato ore e ore ad esercitarsi, negli anni era diventato un maestro e se n’era fatta fare una su misura per lui.

«Quattro serie da sei, sei pronto seacláid?» Ma non attese la sua risposta, i primi sei colpi raggiunsero John in rapida sequenza e gli tolsero il respiro.

«Vuoi dire la tua safe?» John con le lacrime agli occhi scosse il capo.

«Allora ti darò qualcos’altro a cui pensare.» Loran prese il dilatatore e lo cosparse di gel.

«Questo ti piacerà.» Lo spinse lentamente facendo cedere il suo buchetto.

«Hai tanta voglia che l’hai preso tutto subito. La mia brava puttanella.» Loran diede tre pompate e John sporse il culo verso di lui.

«Ahh, se potessi vederti, Così osceno, aperto.» Si avvicinò al suo viso e lo baciò.

«Altre sei, seacláid.» Anche questa serie arrivò in rapida successione, ma a John sembrò che Loran andasse più lentamente. Il dolore lo attraversava in tutto il corpo, gli sembrava che ad ogni colpo tutte le sue terminazioni nervose vibrassero all’unisono. Era così duro che trovava incredibile non essere ancora venuto.

«Ahh, seacláid se vedessi che disegni che sto facendo sul tuo corpo, il mio cazzo sta impazzendo.» Loran diede altre tre pompate al dilatatore. Poi infilò una mano sotto prendendogli in mano il suo cazzo. John mugolò, poi singhiozzò.

«Lo sai che non posso farti venire. Non ora John, so che ce la puoi fare. Bravo seacláid, così, rilassati.» Loran si alzò e riprese in mano la frusta. Altri sei colpi, mirati, precisi e più lenti. Vedeva l’effetto che avevano su di lui, lo stava portando dove voleva, era un sub naturale.

La terza serie di colpi, fu incredibilmente dolorosa, ma accadde una cosa inaspettata per John, ogni colpo che gli arrivava, insieme al dolore, gli portava uno strano calore al petto, una sensazione sconosciuta, era come se il suo corpo gli stesse dicendo che stava bene, che lì e in quel momento, tutto era precisamente ciò di cui aveva bisogno. Si sentiva al sicuro.

«Oh, mio dio, piccolo. Mi stai rendendo così orgoglioso di te.» Gli disse, pompando di nuovo il dilatatore. Mancò davvero un soffio perché venisse. Il colpo che il dilatatore diede alla sua prostata, coinvolse ogni fibra del suo essere, emise un lungo gemito e si morse con forza il labbro, facendolo sanguinare.

«No, non devi farti male. Quello è un privilegio che spetta solo a me. Ti perdonerò per questa volta, ma non farlo più.» Gli disse, leccando la goccia di sangue che sgorgava dalle sue labbra.

Dell’ultima serie di colpi, John sentì solo lo schiocco della frusta, perché quello che arrivò al suo cervello fu classificato come totale beatitudine. Fece appena in tempo a formulare questo pensiero, che il dilatatore uscì dal suo culo, immediatamente sostituito dall’uccello di Loran, quel calore inatteso, le sue spinte, possenti, bisognose! John volò via, nel suo posto segreto, e venne urlando il nome di Loran.

«Seacláid!» Loran si accorse che era riuscito a fargli varcare quella porta e volò via con lui.

L’orgasmo di John così tanto trattenuto durò un tempo interminabile, le sue terminazioni nervose erano così sensibili, che riusciva a sentire ogni fiotto di sperma che Loran rilasciava dentro di lui, ogni suo respiro, il battito dei loro cuori. Tutto gli arrivava centuplicato, le gocce di sudore che cadevano sulla sua schiena, ne poteva sentire quasi il rumore. Era tutto così intenso!

Il vero dolore lo percepì quando Loran si staccò da lui, e anche quello fu così intenso da strappargli un gemito. Lo vide andare nell’altra stanza, avrebbe voluto gridargli di non andare, ma non riusciva ad articolare qualcosa che non assomigliasse a un mugolio. Quando lo vide tornare sorrise involontariamente.

Loran capì dal suo sguardo che non era ancora del tutto tornato, aveva bisogno di lui, lo sapeva. Andò in bagno solo per recuperare qualcosa per pulirlo.

«John, sei stato fantastico, lo sai vero?» Lo girò attento a non toccare i punti dolenti delle frustate, e lo pulì, accarezzandolo lentamente sulle gambe. Poi si stese accanto a lui e lo fece accoccolare nell’incavo del suo braccio, ricoprendolo con il lenzuolo.

«Loran, è stato…mi sento…» Loran lo baciò lentamente, esplorando la sua bocca come se fosse la prima volta.

«Ben tornato seacláid.» Si persero l’uno nell’altro, e fu come specchiarsi.

«Non sarò mai il tuo schiavo, lo sai vero?» Loran lo strinse a sé.

«Lo so. Ma non mi interessa avere uno schiavo. Non voglio che porti un collare. Non ne hai bisogno per sapere che sei mio. Come io sono tuo.» Il cuore di John fece una capriola e iniziò a danzare la samba.

«Quindi come funziona?» John provò a muoversi, il dolore della pelle che sfregava sul lenzuolo gli strappò un urlo poco maschile.

«Girati.» Si mise nuovamente prono. Loran prese dal comodino un unguento e iniziò a cospargerlo sui segni che aveva lasciato. La sensazione di immediato sollievo fu accolta con sospiri profondi da John.

«Meglio?» John annuì.

«Funziona come vogliamo noi John. Io vorrei che tu fossi il mio sub, ma dovrai imparare ad esserlo anche nella vita. Non voglio che sia una cosa che ti possa limitare o imbarazzare. Ma devo sempre essere presente nella tua mente. Ci saranno cose che dovrai fare come ti chiedo, gesti che imparerai a conoscere come richiami o comandi.» John sorrise, iniziava a capire, era un gioco sottile.

«E questo ci ricorderà costantemente quanto siamo importanti l’uno per l’altro…» Questa volta fu il cuore di Loran a ballare la samba.

«Impari in fretta amore mio.» John si buttò tra le sue braccia.

«Non credevo che si potesse amare in questo modo così totalizzante. Non credevo di poter appartenere così a un altro essere umano.» Loran rise. Rise perché era felice, aveva trovato l’altra metà della mela, ora ne era certo.

«Vieni a vivere con me John. Subito.» E John disse di sì, mille volte sì.



Cinque anni dopo



«Agnes, Babette! Venite, zio Loran e zio John sono arrivati!» Loran e John si prepararono all’arrivo di quelle due diavolette di poco più di tre anni che, prese singolarmente erano due angioletti ma assieme, assomigliavano più a una mandria di bufali inferociti.

«Ma guarda come siamo cresciute!» Disse John chinandosi per accoglierle tra le braccia.

«Tio Jo! Tio Oran!» Gridarono all’unisono le bambine.

«Bimbe! Con calma avevamo detto.» Loran socchiuse gli occhi, pensando ai cinque giorni che li attendevano. Lui e John avevano deciso di non avere figli, tutto sommato stavano bene così. Ma sapeva che a John faceva piacere avere la compagnia di quelle due diavolette, perciò quando Jake e Mark volevano un po’ di respiro, si prestava anche lui alla tortura.

«Allora Loran, ho preparato la valigia, dentro c’è tutto quello che serve. Giochi e favole della buona notte comprese. Questo è il numero di telefono del pediatra, comunque vi telefoneremo almeno due volte al giorno.» Loran lo spinse verso le scale.

«Voi non dovete preoccuparvi di nulla, mangeranno cibi sani, e andranno a letto presto.» Si girò verso le bimbe, tirando fuori dalla tasca due caramelle alla frutta di cui andavano matte, facendogliele vedere, visto che lo stavano guardando già con odio.

«Ok bimbe, andate a mettervi il cappotto e le scarpe, qui tra tre minuti e zero secondi.» Disse loro poi, assumendo il tono del comandante. Loro corsero in camera ridendo.

«Hey! Puntualissimi! Vi ha già dato le raccomandazioni?» Disse Mark spuntando dalla cucina.

«Ti prego non ripeterle, altrimenti potrei anche cambiare idea.» Gli disse Loran fulminandolo. Le bimbe nel frattempo erano tornate e John si stava prodigando a finire di allacciare bottoni e sistemare sciarpe.

«Allora bimbe, andiamo?» Disse poi John rialzandosi, provocando le loro grida di gioia.

«Ok, bimbe ci vediamo tra pochi giorni, non fate arrabbiare gli zii e comportatevi bene. Vi telefoneremo appena sarà possibile, ok?» Le piccole lo abbracciarono e fecero lo stesso con Jake che, nel frattempo, era sceso portando il trolley con sé. Chiusa la porta si guardarono.

«Sono già in ansia.» Disse Jake guardando Mark.

«Non hai il tempo, tra massimo un ora dobbiamo essere in macchina.» Mark aveva pianificato quel viaggio da secoli, anche a lui sarebbero mancate, ma gli mancava ancor di più la loro intimità. Il viaggio per arrivare a Windham Mountain durò poco più di tre ore ma, invece di fermarsi in uno dei numerosi resort della zona, Mark prese quello che a Jake sembrava poco più di un sentiero in neve battuta.

«Sei sicuro di non avere sbagliato strada?» Gli chiese, rendendosi conto che la strada si stava addentrando nel bosco.

«Sono più che sicuro. E sì, prima che tu me lo chieda, dove andiamo il telefono ha un’ottima ricezione.» Jake si trattenne dal rifilargli un pugno sul braccio, fermato solo dal timore che questo potesse farlo sbandare. Poi apparve. Un piccolo cottage in mezzo al bosco. Jake non poté fare a meno di emettere un’esclamazione.

«Oh, mio Dio! È stupendo!» Mark parcheggiò l’auto a fianco del cottage e prese i bagagli dal retro, mentre Jake continuava a guardare la casa, tra lo splendore degli enormi pini innevati che la circondavano.

«Vieni o hai deciso di rimanere fuori ancora per molto?» Gli chiese Mark, mentre iniziava a salire le scale. Jake lo seguì all’interno. La casa era stata riscaldata e il caminetto riempito di legna. Al piano terra l’ambiente era unico. Una scala portava al piano superiore, dove c’erano un bagno e una camera da letto, con un lucernaio ampio dal quale si poteva vedere il cielo.

«Beh, complimenti Mark, continui a stupirmi ogni volta.» Gli disse poi, saltandogli al collo.

«Sai cosa succede ora?» Jake scosse la testa.

«Succede che ora tu accendi il camino e io vado a farmi una bella doccia e mi cambio. Poi mentre io preparo la cena vai tu. Chiamiamo le bimbe e dopo ci rilassiamo davanti al camino.» Jake sorrise sornione.

«Mi sembra un ottima tabella di marcia.» Forse le bimbe non gli sarebbero poi mancate così tanto, pensò mentre guardava Mark salire le scale.



«Loran, annota. No dolci ai diavoletti dopo le sette.» Disse John tornando dalla stanza degli ospiti, dove, dopo avere riletto per la quinta volta la favola dei tre orsi, finalmente si erano addormentate.

«Stasera non mi hai versato da bere.» John, che si era gettato sul divano intenzionato a rilassarsi, spalancò gli occhi.

«Ma, Loran!» Quello era uno dei gesti insindacabili che, fin da subito, avevano concordato quando non erano soli.

«Non l’hai fatto e dovrò ricordarti il perché lo fai.» John si alzò e lo raggiunse in cucina.

«Io…mi dispiace. Appena le bimbe torneranno a casa spero di riuscire a farti capire quanto, Master.» Sapeva quanto quei gesti fossero importanti nella loro routine. Non erano grandi cose ma, il versargli da bere, la telefonata alle dieci di mattina, il bagno caldo la sera. Non l’aveva mai dimenticato una sola volta in quei cinque anni, mai. Erano rituali che, anche in mezzo alle persone, ricordavano loro quanto si appartenessero.

«Oh, seacláid! Te lo farò ricordare così bene che, per altri dieci anni, non ce ne sarà bisogno.» John rabbrividì diventando duro all’istante.

«Ma per ora…» Disse Loran, girandosi verso di lui.

«Mi accontenterò di sesso vaniglia con la porta chiusa.» Concluse sorridendogli.



Dopo aver chiamato le bambine, e aver cenato a lume di candela, mentre Jake rassettava la cucina, Mark aveva steso un tappeto a terra, corredato di un soffice piumone e alcuni cuscini, accanto al camino in cui i ciocchi scoppiettavano allegri.

«Appena hai finito raggiungimi.» Gli disse mentre si sedeva sul tappeto e preparava da bere.

«Non vedevo l’ora di arrivare a questa parte della serata.» Esclamò Jake, mentre andava verso il camino.

«Siediti, ti ho versato da bere.» Jake si sedette di fronte a lui e prese la coppa che gli porgeva.

«Al più bel anniversario di sempre.» Disse Mark, invitandolo a fare un brindisi. Appena ebbero sorseggiato il liquore, Mark gli tolse dalle mani il bicchiere, appoggiandolo sul bordo del camino assieme al suo.

«Jake, questi ultimi cinque anni della mia vita sono stati a dir poco incredibili. Mi hai riempito ogni singolo istante di te, di noi.» Jake gli sorrise rilassato, mentre gli prendeva una mano portandola alle labbra.

«Perciò credo che sia giunto il momento…» Mark si mise in ginocchio e tra le sue mani si materializzò un cofanetto di velluto blu.

«Di chiederti…vuoi sposarmi?» Jake si coprì gli occhi e iniziò a scuotere la testa.

«Ti risponderò in questo modo.» Gli disse, tirando fuori dalla tasca un cofanetto molto simile al suo.

«Non si può dire che non viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda.» Jake appoggiò il suo cofanetto e quello di Mark a fianco dei bicchieri, per poi andare a strusciarsi sul corpo di Mark.

«Perché non passiamo alla fase in cui si “consuma” e riprendiamo la fase “scambiamoci l’anello” dopo?» Mark rise.

«Penso che sia un ottima idea, signor Johnson.» Gli rispose, prima di impossessarsi della sua bocca.

Dopo, mentre Mark si era assopito disteso al suo fianco davanti al camino acceso, Jake ripassò a ritroso la loro breve vita insieme. Accarezzò il ricordo di quando, cinque anni prima, bussò alla porta del vicino, quando i suoi occhi, per la prima volta, si posarono su quell’uomo che gli avrebbe cambiato la vita per sempre. Si addormentò con l’immagine di quella porta che si apriva svelandogli il proprio destino.

FINE 



Copyright © 2020 Veronica Reburn 

Tutti i diritti riservati 



Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

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