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martedì 1 dicembre 2020


«Domani mattina partiremo presto, voglio aprire le giostre nel primo pomeriggio. I ragazzi saranno qui tra meno di un’ora. Alcuni sono nuovi, teneteli d’occhio, poi ditemi chi vale la pena che venga con noi. E ora, diamoci una mossa.» Luka e i suoi sette fratelli scattarono in piedi dalle loro sedie, dovevano aiutare a caricare sui camion le loro giostre, era importante che partecipassero attivamente, se i pezzi venivano caricati male sarebbe diventato un incubo rimontarli, una volta arrivati.

«Luka, tu fermati un momento,» ritornò sui suoi passi. Suo padre gli aveva finalmente affidato una giostra tutta sua, gliel’aveva fatta fare su misura, spendendo una cifra astronomica. Quando l’aveva vista montata aveva pianto. Era identica al carillon della nonna, quello che custodiva gelosamente nel suo camper, suo padre gli aveva fatto un grande regalo, e lui voleva renderlo fiero.

«Finalmente hai la tua giostra eh?» gli sorrise, era il più piccolo ma anche il più amato e lo sapeva. Per fortuna era così, altrimenti la sua vita sarebbe diventata un inferno.

«Non ti ringrazierò mai abbastanza per averla fatta perfettamente uguale al carillon della nonna, Aerv,» la faccia di suo padre era un programma, tanto trasudava soddisfazione da ogni poro.

«E ora va! Datti da fare e tira su quei capelli!» Luka rise, mentre raccoglieva i capelli in una coda. Effettivamente suo padre aveva ragione, i suoi capelli, rosso Tiziano, gli arrivavano a metà schiena, erano d’impiccio quando doveva lavorare. Era una splendida giornata di marzo, l’ideale per spostarsi con la carovana e iniziare a girare le fiere. Non vedeva l’ora, finalmente nessuno dei suoi fratelli lo avrebbe comandato e, cosa più importante, non avrebbe sentito quando sottovoce lo chiamavano bujashi (frocio). Era vero, a lui piacevano i maschi, ma non l’avrebbe confessato neppure sotto tortura e, di sicuro non alla sua famiglia. Si limitava a ignorarli senza fare nessuna ammissione e, fino a che non fosse stato suo padre a metterlo alle strette, avrebbe continuato a far finta che il problema non esistesse.



Gioele era uscito di galera da meno di un mese e, da quel momento, stava cercando un lavoro. Era stanco di dormire in comunità, stanco di tutti quei no che aveva ricevuto quando si era presentato per chiedere a qualcuno di farlo lavorare. Un compagno di camerata gli aveva detto che i giostrai stavano cercando mano d’opera, si stava chiedendo se pure loro gli avrebbero detto di no. Il reato per il quale aveva scontato una pena di quattro anni che, con la condizionale, si erano ridotti a due, era di omicidio colposo. Una cazzo di rissa finita male e la sua vita era stata rovinata, per sempre. Arrivato davanti alla roulotte del capo carovana non si aspettava di trovare una fila di disperati come lui, scosse la testa e si accodò. Quando finalmente arrivò il suo turno, si sentiva già mentalmente sconfitto.

«Nome?» gli chiese l’uomo seduto di fronte.

«Gioele,» l’uomo lo scrutò.

«Hai già montato e smontato giostre nella tua vita?» scosse il capo sospirando.

«Perché dovrei darti il lavoro?» Gioele sogghignò.

«Perché è la mia ultima spiaggia. Sono uscito di galera da poco più di un mese, ormai le ho provate tutte e, davvero…» scrutò davanti a sé, l’uomo continuava a guardarlo senza che nessun segnale trasparisse.

«Domani, alle dieci di mattina, non ti prometto nulla, è solo una prova.» Gioele non poteva crederci, la prima possibilità di riscattare un po’ della sua nuova vita. Certo non era il lavoro dei suoi sogni, ma non poteva di sicuro permettersi di storcere il naso.



Luka raggiunse i ragazzi della squadra, che lo stavano aspettando per caricare i pezzi della sua giostra sul camion. Li conosceva tutti, a parte quei due che aveva messo alla prova suo padre.

«Hey rosso! Noi siamo pronti, pensavamo che non venissi più! Spiegaci come caricarla, non conosciamo i pezzi.» Luka si avvicinò a Rossano, era il capo squadra, lavorava per loro da una vita.

«Ciao Ros. Ora vi spiego, la mia ragazza è nuova, va trattata con i guanti,» alle spalle di Rossano spuntò un uomo. Era enorme, Rossano non era un gigante, ma quello era davvero mastodontico in confronto.

«Lui è Gioele e lui è Andrea, sono i ragazzi in prova,» Luka trattenne il fiato mentre si avvicinava a quella montagna d’uomo che lo guardava dall’alto.

«Ciao,» disse loro, mentre sentiva uno strano calore salire dalla base del collo. Da vicino l’uomo era ancora meglio, gli occhi neri come il carbone, la bocca imbronciata e la barba tenuta corta a incorniciare un viso squadrato, se non fosse stato per quel naso alla francese, il suo viso poteva sembrare scolpito nel granito. La camicia arrotolata fino al gomito, slacciata sul davanti, lasciava intravedere la notevole presenza di peli. Gioele distolse lo sguardo, quella visione lo aveva turbato in un modo a lui sconosciuto.

«Ok, ragazzi, incominciamo!» Luka tenne i due nuovi sott’occhio, come aveva chiesto suo padre, ed entrambi imparavano in fretta ed erano veloci e precisi, non avrebbe saputo chi scegliere.



«Luka, allora cosa ne pensi?» suo padre si era avvicinato. Ormai i camion erano pronti a partire.

«Per me puoi prenderli entrambi,» gli disse suo figlio, senza la minima titubanza.

«Abbiamo un problema però, non ci sono abbastanza posti per sistemarli. Dovrò rinunciare a uno dei due.» Luka agì senza pensarci.

«Uno può stare con me sul mio camper. Ho due camere, e non mi dispiacerebbe un cambio nelle trasferte più lunghe.» Suo padre lo guardò, ma Luka non fece trasparire nulla di ciò che stava pensando.

«Se per te va bene… ti mando quel Gioele, Andrea è amico di Ros, credo che preferirebbe dormire con loro.» Luka avrebbe voluto saltare da quanto era contento, almeno avrebbe avuto un gran bel pezzo di carne da guardare e questo, non gli era capitato spesso.



«Gioele, Andrea, siete dei nostri. Vi voglio qui entro un’ora, prima ci muoviamo e meglio è. Andrea tu ti sistemerai con i ragazzi e tu, Gioele, in camper con mio figlio Luka,» a Gioele prese un colpo. Avrebbe condiviso per mesi le notti con quel ragazzo la cui visione gli aveva procurato un’erezione qualche ora prima? Ma non disse nulla, oltretutto era il figlio del capo, non era proprio il caso di obiettare qualcosa.

Non doveva certo prendere grandi cose, la sua roba stava tutta dentro una sacca. Salutò Don Silvio, ringraziandolo per averlo ospitato, e tornò al campo. Bussò alla porta del camper.

«Avanti!» persino la voce del rosso gli piaceva. Salì i pochi gradini e se lo trovò davanti a torso nudo. Distolse lo sguardo.

«Vieni, accomodati, la tua stanza è a sinistra in fondo. Non è grande come la mia, ma vedrai che ti ci abituerai. Fuori dalla tua stanza c’è il bagno e, come puoi vedere, qui c’è la cucina.» Gioele gli rispondeva grugnendo. Sarebbe stata una dura convivenza quella, davvero dura, pensò.

«Sistemati con calma, tra dieci minuti partiamo,» vide il ragazzo infilarsi una maglia.

«Dove siamo diretti?» lo vide piegarsi in avanti per cercare qualcosa sotto un mobile. Aveva un corpo magnifico, sinuoso, con il culo più bello che avesse mai visto. Si morse il labbro per non lasciarsi sfuggire un mugolio di apprezzamento, per tutto quel ben di Dio che gli stava mostrando. Quando si alzò fece volare i capelli un po’ da tutte le parti. Poi gli sorrise e il mondo smise di girare, in quel preciso istante.

«Ferrara è la prima tappa, poi Bologna, Modena e dopo la Romagna.» Riabbassò lo sguardo, grato che il ragazzo stesse per prendere posto alla guida, perché si sarebbe sicuramente accorto, se rimaneva ancora lì con lui, che il cavallo dei suoi pantaloni non aveva più spazio per contenere il suo pacco.

Nei giorni a seguire Gioele si adattò a quella sua nuova vita. Era un lavoro faticoso, ma tutto sommato semplice. Dopo avere montato le giostre, il loro compito era quello di stare attenti che non ci fossero disordini, portare il caffè e il cibo a chi stava alla cassa delle attrazioni e dare loro il cambio, per permettergli di andare in bagno o a fumare una sigaretta. A mezzanotte coprivano le giostre, ed erano liberi fino all’orario di apertura, che avveniva di solito nella tarda mattinata.



Luka ormai se lo mangiava letteralmente con gli occhi. Lo aveva intravisto, il secondo giorno da che erano arrivati a Ferrara, che usciva dalla doccia del camper, completamente nudo. Da quel momento la sua immaginazione non aveva avuto più freni. Immaginava quelle grandi mani strizzargli le natiche, accarezzarlo ovunque. Non sapeva cosa avrebbe dato per potere accarezzare a sua volta quel largo petto villoso. Gli era sembrato, un paio di volte, di averlo beccato mentre lo guardava ma, Gioele evitava di incontrare il suo sguardo. Non era neppure più sicuro di che colore fossero i suoi occhi.

Nei suoi vent’anni non era mai andato fino in fondo con nessuno, anche perché le occasioni per incontrare altri ragazzi gay non erano tante. Essere figlio di giostrai, oltretutto, lo portava a frequentare anche la scuola in modo itinerante, e questo non lo aiutava di sicuro a creare nessun tipo di legame. Oltre a questo ormai erano quattro anni che non frequentava più la scuola e le occasioni anche di brevi avventure si erano azzerate.



Ormai erano dieci giorni che si trovavano a Ferrara, si chiedeva quando i ragazzi sarebbero usciti a fare baldoria, lo facevano sempre, anche se lui non era mai stato invitato a quelle serate. Non volevano con loro un bujashi, “andavano a figa”, loro.

Era ormai l’una quando si ritirò nel camper e incrociò Gioele che usciva.

«Ma vieni così? Non vai a cambiarti?» Luka sgranò gli occhi, cercando di capire a cosa si riferisse Gioele, mentre con lo sguardo si soffermava sui suoi jeans, che gli fasciavano le cosce e il bacino in un modo perfetto, poi capì.

«Non faccio mai parte di questo tipo di uscite. Non ti hanno informato?» Gioele lo stava fissando, ne era certo, anche se erano praticamente al buio.

«Cosa avrebbero dovuto dirmi?» Luka lo scansò, andando verso il suo camper.

«Che per loro sono un bujashi… un frocio…» sentì chiaramente Gioele sospirare.

«Non vedo quale sia il problema. Anche a me piacciono gli uomini, da sempre.» La notizia esplose nella mente di Luka come un fuoco artificiale, come tutte le implicazioni connesse.

«Beh, vedi di fare in modo che non se ne accorga nessuno o ti renderanno la vita un inferno,» gli rispose, controllando l’emozione nella sua voce.

«Tranquillo, vado a farmi una bella bevuta e torno.» Luka rientrò nel camper e si appoggiò alla porta. Gli piaceva Gioele e, sapere che era gay, lo aveva entusiasmato, fin troppo.



Gioele seguì i ragazzi, che lo portarono in un pub pieno di gente, fu piacevole finalmente bere e ascoltare musica. C’erano anche dei ragazzi niente male, ma di sicuro non poteva permettersi di imbarcarsi con uno di loro, vista la compagnia con cui era uscito. Ma la realtà era ben diversa, e lui ormai ne aveva la certezza, il rosso gli era entrato nelle vene. Si convinse che non era nella sua natura evitare i guai, perché era cosciente che, lasciarsi coinvolgere in una storia con Luka, lo avrebbe messo in pericolo.

Ritornò al camper verso le tre di mattina, aveva bevuto, ma si reggeva ancora bene sulle sue gambe.

«Hey! Tutto bene?» la voce di Luka lo colse di sorpresa.

«Che cosa ci fai ancora in piedi?» Luka lo raggiunse sulla porta.

«Temevo per la tua incolumità, Ruv.» lo vide avvicinarsi, aveva solo una maglietta addosso, le sue gambe smilze spiccavano, bianche come latte, rischiarate dalla luna.

«Ruv?» colpa della birra, Gioele era rimasto incantato sul posto, mentre Luka si avvicinava e ora si trovava davanti a lui. Era stretto tra la porta e il rosso.

«Significa Orso.» Gioele sentiva il suo profumo e, ora che era così vicino, non riusciva a togliergli gli occhi da dosso.

«Perché Orso?» la mano di Luka si posò sul suo avambraccio, accarezzandolo dolcemente.

«Perché sei peloso come un Orso!» Gioele respirò profondamente e chiuse gli occhi, ritrovandosi inaspettatamente le labbra carnose del rosso sulle sue. Reagì d’istinto, afferrandolo per i lunghi capelli per staccarlo da lui, lasciandolo andare immediatamente.

«Non ti piaccio neppure un po’?» non capì se fosse stato il tono del ragazzo o la troppa birra, ma catturò la sua nuca e depredò le sue labbra. Il sapore della sua bocca gli esplose dentro, ne voleva ancora e ancora. Salì l’ultimo scalino senza staccarsi da lui, che si avvinghiò alla sua cintura con le gambe. Lo appoggiò sul tavolo, schiacciandolo con il suo corpo. Le loro lingue insaziabili danzavano, era deliziosa la sensazione del corpo di Luka contro il suo.

«Dobbiamo andare a dormire, è tardi e domani rischio di farmi male,» gli stava costando parecchio ritirarsi in quel modo, ma non voleva che tutto si riducesse a un mero rapporto sessuale, consumato nella foga del momento, voleva assaporarlo con tutta calma. Se proprio doveva rischiare la lapidazione, almeno voleva che fosse per un buon motivo.



Luka non riusciva a parlare, quel bacio lo aveva reso ubriaco. Nessuno l’aveva mai baciato in quel modo. Per la prima volta nella sua vita si era sentito speciale, desiderato, accolto. Se non si fosse fermato, gli avrebbe aperto le gambe lì, sul tavolo, e al diavolo se fosse stata solo quella volta! Ma invece Gioele era stato gentile e l’aveva fatto sentire ancora più importante. Si rese conto che sarebbe stato davvero semplice perdere la testa per lui.



Le successive tappe furono Bologna e Modena. Luka e Gioele si ritagliavano momenti insieme, in cui si baciavano allo sfinimento, ma da quando Gioele aveva saputo che Luka non era mai andato fino in fondo, si era come frenato. Gioele era sempre stato un attivo e aveva avuto sempre amanti più o meno esperti e, soprattutto, non aveva mai provato qualcosa di così simile a un innamoramento. Aveva paura di rovinare tutto, quindi procrastinava il momento, con lunghe sessioni di baci e strusciamenti.

Luka era frustrato dalla piega che aveva preso il loro rapporto, ma non riusciva a prendere il comando quando era con lui, anche perché davvero non sapeva da dove iniziare.



Arrivarono a Rimini il quindici di Giugno, quella era una delle tappe più lunghe, sarebbero rimasti un mese intero. Fecero in tempo a montare le giostre e a coprirle, prima che un temporale catastrofico si abbattesse sul campo. Alle nove di sera si ritrovarono, completamente fradici, a rientrare nel camper.

«Oddio sono gelato!» Luka si stava svestendo velocemente, lasciando i vestiti fradici sulle scale, mentre Gioele faceva la stessa cosa. Luka alzò lo sguardo e lo vide davanti a sé, completamente nudo, rendendosi conto che anche lui lo era. Gioele gli tese la mano.

«Doccia, subito.» La doccia del camper era piuttosto piccola, due della stazza di Gioele, insieme, non ci sarebbero mai potuti entrare. Per fortuna Luka era magro ma, anche così, dovevano rimanere appiccicati. Gioele lo strofinò per bene e Luka smise quasi subito di tremare, per lo meno per il freddo, perché la vicinanza dei loro corpi nudi era terribilmente eccitante.

«Posso?» Luka si era insaponato le mani e aveva tutta l’intenzione di approfittare del momento per esplorare quel corpo. Lentamente le mani di Luka si posarono sul suo petto villoso per insaponarlo. Era magnifico potersi insinuare nella sua peluria e ben presto, Luka si accorse che anche per Gioele doveva essere piacevole, visto che la sua erezione svettava toccando la sua. Luka si fece coraggio e glielo prese in mano massaggiandolo, la mano di Gioele gli bloccò il polso.

«Luka, se continuiamo così io non riuscirò a trovare la forza per fermarmi.» Luka si alzò in punta di piedi per baciarlo dolcemente.

«Voglio fare l’amore con te, perché dovremmo fermarci?» Luka venne invaso dalla sua lingua, con un bacio che gli rubò il respiro, le mani di Gioele presero vita improvvisamente, e se le ritrovò dappertutto.

«Asciughiamoci e andiamo in camera tua, ricordiamoci di chiudere la porta.» Luka si asciugò velocemente, chiuse la porta, tirò tutte le tende e andò a stendersi sul letto.



Gioele sapeva che non avrebbe resistito ancora per molto, lo voleva così tanto. Si asciugò in un attimo e prese dalla borsa i preservativi e il gel che aveva comprato pochi giorni prima. Avevano tutto il tempo per fare le cose con calma, voleva che rimanesse un bellissimo ricordo per il suo angelo rosso. Percorse il camper, lieto che Luka avesse tirato tutte le tende, e lo trovò disteso sul letto, in una posizione che avrebbe dovuto risultare sexy, ma che decisamente non si addiceva a Luka. Trattenne a stento una risata e lo raggiunse.

«Non hai bisogno di sedurmi,» gli disse, portando la sua mano a contatto con il suo cazzo durissimo. Il rossore che gli partiva dal collo, invase le sue guance.

«Stenditi e lascia fare a me.» Si stese, Gioele lo ammirò, facendo passare il suo sguardo su ogni centimetro del suo corpo, beandosi dei suoi sospiri, adorando il modo in cui le sue guance diventavano sempre più rosse. Si avvicinò per baciarlo, mentre la sua mano si posava su uno dei capezzoli strizzandolo dolcemente. La risposta che ne ottenne fu incredibilmente sensuale. Si chinò sull’altro leccandolo con avidità. Era bellissimo mentre si contorceva.

«Ti piace?» era una domanda retorica, visto il modo in cui si inarcava ad ogni sua lappata. Aveva una voglia incredibile di sbatterlo fino a farlo gridare, ma doveva andare con calma. Scese lentamente, lasciando una scia di baci umidi sul suo ventre, fino ad arrivare al suo piccolo ombelico, per infilargli dentro la lingua ripetutamente.

«Credo che morirò!» Gioele lo ignorò e continuò a scendere, fino a raggiungere il suo membro eretto e bagnato di pre seme. Alla lappata che gli diede sul glande, Luka gridò selvaggiamente. Temette che quel grido potesse essere stato udito, ma non poteva esserci nessuno in giro con quel tempaccio e il loro camper era a parecchi metri di distanza dagli altri.

«Devi contenere un po’ la voce, ok?» gli disse sorridendo, per poi prenderglielo in bocca tutto fino alla radice, dove la peluria gli solleticò le narici.



Luka era in paradiso, mai nessuno gli aveva fatto un pompino, lui ne aveva fatti, ma mai ne aveva ricevuti, ed era qualcosa di incredibile. Il modo in cui lo succhiava e lo leccava era pazzesco. Ma proprio quando pensava che sarebbe venuto di lì a poco, qualcosa di viscoso e freddo gli solleticò il buco. Realizzò immediatamente che quello doveva essere il gel e si eccitò ancora di più. L’attesa era snervante, non temeva il dolore, sapeva che faceva parte del gioco, ma lo uccideva l’attesa. Quando sentì il dito di Gioele che premeva, istintivamente cercò di rilassarsi al massimo, poi lo sentì dentro. Era fastidioso, ma non doloroso, in più Gioele non la smetteva di succhiargli l’uccello ed era uno spettacolo anche guardarlo. Quando infilò il secondo dito, fu un po’ più doloroso, ma con l’aggiunta di altro gel e un bel po’ di pazienza da parte del suo partner, la cosa fu più che gestibile. Quando aggiunse il terzo, stava quasi per dirgli di smettere quando, improvvisamente, le dita di Gioele si posarono sulla sua prostata e la scarica lo raggiunse direttamente nelle palle, facendolo venire dentro la bocca di Gioele, gridando:

«Oh mio Dio!» intravide Gioele mettersi in ginocchio e srotolare il preservativo sulla sua asta, per poi sistemarsi in mezzo alle sue gambe. Ma era nel mondo degli unicorni e non realizzò che stava per essere penetrato.

«Fermami se è troppo, ok?» poi sentì premere contro il suo buco e, subito dopo, il dolore si propagò ovunque.

«Fa male!» Gioele lo baciò lentamente, cercando di farlo rilassare.

«Puoi resistere un po’, sì?» sentì che si stava spingendo lentamente dentro.

«Starò fermo fino a che non mi dirai tu di muovermi,» si baciarono dolcemente per un po’, poi Gioele ruotò i fianchi e sfregò sulla sua prostata.

«Oddio, sì!» lentamente Gioele iniziò a muoversi, mentre allo stesso ritmo lo masturbava.

«Sei bellissimo Luka, così dolce,» a ogni spinta la sua prostata faceva le fusa, si chiese se anche per gli altri era stata così la prima volta, perché per lui era davvero perfetta.

«Ora mi muovo, ho bisogno di venire Luka, altrimenti credo che sarò io a morire,» lo fece, ma non si dimenticò di lui e continuò a masturbarlo aumentando il ritmo, non gli ci volle molto per venire di nuovo.

«Ahhh, piccolo ci sono anch’io!» con un’ultima spinta vigorosa, Gioele si scaricò dentro di lui, crollandogli sopra. Appena ripresero un po’ di fiato, Gioele si sfilò da lui franando a fianco.

«Tutto ok? Stai bene?» Luka girò la testa per incontrare i suoi occhi.

«È stato…incredibilmente bello.» La mano di Gioele gli accarezzò la guancia.

Poi aggiunse, «sono felice, come non mi era mai successo.» Luka si appoggiò sulla sua mano strusciando la guancia.

«Dovremo stare attenti, ma qui possiamo essere noi, questo sarà il nostro regno.» Il suo camper ne avrebbe avute da raccontare, alla fine di quella lunga stagione e dopo…ci avrebbero pensato, Luka voleva vivere il presente e, il presente, era finalmente perfetto.



La stagione sarebbe finita con l’inizio dell’anno scolastico. Si apriva e si chiudeva nello stesso posto, Ferrara. Ne avevano già parlato, lui e Gioele, senza riuscire a trovare una soluzione. Gioele aveva chiamato sua madre, a Roma, suo cugino gli aveva trovato un posto fisso ai mercati generali e un appartamento lì vicino si sarebbe liberato proprio a metà settembre. Gioele aveva chiesto a Luka di prendere una decisione, voleva che venisse a Roma con lui. Luka non sapeva come fare per trovare una scusa valida, e non se la sentiva di confessare a suo padre cosa fosse accaduto. Temeva soprattutto per l’incolumità di Gioele.



Gioele stava facendo il solito giro per guardare che tutto andasse bene, si fermò nella baracchina di Anita per prendere uno zucchero filato per Luka. Il suo rosso amava lo zucchero filato, ed era comodo consegnarglielo mentre, nascosto dietro a quella nuvola, gli rubava un bacio.

«Anita, me ne fai uno enorme per Luka?» la donna esagerava sempre quando lo faceva per Luka, lo aveva visto crescere e, più di una volta, l’aveva difeso da i suoi fratelli e cugini quando lo prendevano in giro.

«Rom (uomo), dovete stare più attenti.» Gioele s’irrigidì.

«Sono dalla vostra parte, stai tranquillo. Ma se uno solo dei suoi fratelli dovesse accorgersi della cosa, non voglio neppure pensare a quello che potrebbe succedere…» Gioele rabbrividì.

«Come l’hai capito…» la donna sorrise.

«Avete l’amore negli occhi, a me l’amore non sfugge mai,» gli consegnò lo stecco con lo zucchero filato. Gioele lo portò a Luka e, come sempre dietro a quella nuvola, gli strappò un bacio.



Erano appena rientrati nel camper che qualcuno bussò insistentemente alla porta.

«Sono Anita, apritemi per carità!» Luka si precipitò ad aprirle la porta.

«Vi hanno visti, mentre vi baciavate! Stanno venendo qui, Gioele scappa, per l’amor di Dio!» Luka si precipitò nella sua stanza per aiutarlo a buttare tutto nella sacca e gli diede anche tutti i soldi che riuscì a trovare.

«Oddio! Non posso lasciarti qui Luka!» ma lui lo spinse fuori dal camper.

«So difendermi, vai, so dove raggiungerti, mettiti in salvo. Ti prego amore mio vattene! Anita va anche tu, li aspetto qui,» riluttante, Gioele si diede alla fuga prendendo la strada sterrata a fianco del campo. Lì nessuno lo avrebbe visto.

Un quarto d’ora più tardi, suo padre, insieme a due dei suoi fratelli, fece irruzione.

«Dov’è quel Ciuchel (stronzo)! Lo voglio sgozzare con le mie mani!» Luka si fece avanti.

«Non c’è. Se n’è andato.» il maggiore dei suoi fratelli gli sputò in faccia.

«Sei un bujashi schifoso! L’ho sempre detto!» Luka si pulì il viso con la manica.

«Ora, se volete scusarmi, andrei a prepararmi la cena.» Lo schiaffo di suo padre lo colse alla sprovvista, facendolo stramazzare a terra.

«Resterai dentro al camper fino a che non accetterai di sposare una delle nostre donne, e guarirai da questa malattia. Fino ad allora, non uscirai da qui! O quanto è vero Dio, ti apro la pancia e ti appendo alla tua giostra.» Prese le chiavi del camper e chiuse tutto. Luka sapeva che non scherzava, era finita, era tutto finito.



Gioele era ritornato a casa. Aveva accettato il lavoro ai mercati generali e la sua vita si era ridotta a quello. Si alzava che era ancora notte, andava a scaricare i camion, movimentava la merce nei magazzini e a mezzogiorno staccava. Tornava nel suo appartamento, mangiava e si addormentava sul divano con il televisore acceso. Aveva provato a chiamare Rossano, ma gli aveva saputo dire solo che Luka stava bene e era ancora al campo. Ormai si era convinto che non l’avrebbe più rivisto, probabilmente l’aveva dimenticato.



Si stava avvicinando il Natale e Luka era ancora prigioniero nel suo camper. Non avrebbe ceduto, era stato chiaro con tutti. Ormai sperava solo che suo padre mettesse in opera le sue minacce. Tutto era meglio che morire lentamente dentro quel camper, dove ogni oggetto continuava a ricordargli Gioele. L’unica cosa che lo teneva in vita era il pensiero che il suo amore era in salvo. La vigilia di Natale si rifiutò di raggiungere la sua famiglia per festeggiare, non aveva nulla da festeggiare lui. Un lieve bussare alla porta attirò la sua attenzione.

«Sono Anita, apri la finestra.» Luka aprì il finestrino, quel poco che i blocchi che avevano messo i suoi fratelli gli permetteva.

«Prendi, sono le chiavi del camper. Dentro a questa borsa ci sono dei soldi, dovrebbero bastarti per il viaggio e per mangiare. Non è più questa la tua famiglia, vattene, e non voltarti indietro mai. Aspetta che tutti dormano e poi prendi la moto di mio marito, non la usa più. Ti lascio le chiavi attaccate, mettila in moto quando sei abbastanza lontano da qui. Sii felice Lolo (tesoro)!» gli sorrise, era il regalo di Natale più grande che avesse mai ricevuto. Con una calma incredibile, prese un borsone e ci mise solo le cose strettamente necessarie, due paia di pantaloni, un po’ di biancheria e il carillon della nonna. Quello sarebbe rimasto il suo unico legame con la sua vita precedente. Alle due del mattino, quando nel campo si sentiva solo il latrare dei cani, uscì dal camper, richiudendo la porta alle sue spalle. Prese la moto del marito di Anita e, a mano, la spinse fuori dal campo. Alle tre e mezza salì sul treno che l’avrebbe portato da Gioele, se ancora l’avesse voluto.



Gioele aveva promesso a sua madre che sarebbe andato a mangiare da lei con tutta la famiglia. Non ne aveva voglia, ma non aveva nient’altro da fare perciò, verso le nove uscì di casa. Notò, da dentro il portone, che qualcuno era seduto sui gradini. Qualcuno con i capelli rossi che gli arrivavano a metà della schiena. Gli occhi gli si riempirono di lacrime.

«Luka?» appena si voltò, i loro occhi si inchiodarono l’uno nell’altro.

«Visto, ce l’ho fatta!» lo sollevò di peso da terra per stringerlo tra le sue braccia, era vero, era Luka, era lì per lui.

«Temevo non venissi più.» le labbra di Luka si appoggiarono sulle sue.

«Volevo farti un bel regalo a Natale, e ho pensato, quale miglior regalo se non me stesso?» Gioele scoppiò a ridere.

«Buon Natale Gioele,» gli disse affondando la testa nel suo torace.

«Cento di questi Natali, Luka,» gli avrebbe chiesto dopo, quello che era successo, aveva tutta la vita per chiederglielo.

Copyright 2020 Veronica Reburn
Tutti i diritti riservati
Ogni riferimento a fatti relmente accaduti e/o persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale

sabato 28 novembre 2020

L'espansione dell'anima è ora disponibile in formato Kindle e cartaceo su Amazon
potete trovare qui i primi due capitoli

https://www.amazon.it/LESPANSIONE-DELLANIMA-Veronica-Reburn/dp/B08P3SBR3Z/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=l%27espansione+dell%27anima&qid=1606604080&s=books&sr=1-1


domenica 15 novembre 2020

 





LA DIMORA DEL NULLA
Hinata – Vol.1
DI
VERONICA REBURN
 
 
Copyright © 2017 Veronica Reburn (prima edizione)
Copyright © 2022 Veronica Reburn (seconda edizione)

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È proibita la riproduzione, anche parziale, in ogni forma o mezzo, senza espresso permesso scritto dell’autrice.


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Cover a cura di Veronica Reburn
Immagini originali: 
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Dediche

A papà,
spero che tu possa avere trovato pace.

 

Questo libro è per te Maria Scarantino, 
perché l’hai amato prima di tutti, perché continui ad amarlo.
 
 
 
Sommario

CAPITOLO I                     TOKIO 2034
CAPITOLO II TOKYO 1984
CAPITOLO III TOKYO PRIMA DELL’ESAME
CAPITOLO IV L’ESAME
CAPITOLO V MOTOKI E NATSUME
CAPITOLO VI IL VILLAGGIO DEL TÈ
CAPITOLO VII KENATKU-KAI, OYABUN NATSUME
CAPITOLO VIII CHA NO YU PER KEN
CAPITOLO IX RITORNO A CASA
CAPITOLO X LA SCELTA DI CHIYO
  
 
Glossario
TITOLI ONORIFICI:
San (さん [san]): è derivato dal ''sama'' è il titolo onorifico più comune, usato praticamente fra persone di tutte le età. può essere utilizzato sia in contesti formali che informali e per qualsiasi genere.
Sama (様 [sama]): è una versione decisamente più rispettosa di San e può essere utilizzato per qualsiasi genere. Viene utilizzato principalmente per riferirsi a persone di grado più elevato rispetto a sé stessi.
Chan (ちゃん [Chan]): utilizzato come vezzeggiativo, usato da un ragazzo per rivolgersi a una ragazza non parente è più probabile che indichi che vi sia un rapporto particolare fra i due (es. fidanzati o amici d'infanzia).
Sensei (先生 [Sensei]): significa "professore", "maestro" (in ogni senso) o "dottore".
Oniisan e Oneesan: fratellone o fratello maggiore e sorellona o sorella maggiore.
Otouto e Imouto: fratello minore e sorella minore.
Ojisan e Obasan: zio e zia.
Ojiisan e Obaasan: nonno e nonna.
Otōsan e Okaasan: papà e mamma.
Haha:"mia madre"
  

ARTI MARZIALI:
Lo Iaidō (居合道): è un'arte marziale giapponese, influenzata dalla dottrina zen, che trae le sue radici dalle antiche scuole di kenjutsu e iaijutsu frequentate dai buke in genere (ma specialmente dai samurai) e che hanno avuto il loro massimo splendore intorno al XVI secolo.
Il Kendō (剣道): è un'arte marziale giapponese, evolutasi dalle tecniche di combattimento con la katana anticamente utilizzate dai samurai nel kenjutsu.
Il Tessenjutsu (鉄扇術): è l'arte marziale del ventaglio giapponese da combattimento, il tessen.
 
YACUZA:
La Yakuza (hiragana: やくざ, katakana: ヤクザ), chiamata anche gokudō (極道): è una tradizionale organizzazione criminale giapponese suddivisa in numerose bande dette kumi o – nella terminologia legale – bōryokudan (暴力団 letteralmente "gruppo violento").
Yubitsume (指詰め Yubitsume, giapponese per "accorciamento di dita"): è un rituale giapponese per espiare la colpa di gravi scorrettezze compiute verso qualcuno, un modo per essere puniti o per mostrare scuse sincere o fedeltà incondizionata; consiste nell'amputazione delle falangi del proprio mignolo; questa pratica è retaggio quasi esclusivo della yakuza, la principale organizzazione criminale giapponese. 
Oyabun: capo supremo di un gruppo yakuza
Saiki-komon: amministrativi rispondono direttamente al Oyabun, al Saiki-komon rispondono Shingiin, ramo giuridico e Kaikei ramo contabile
Wakagashira: vice dell’Oyabun
Shateigashira: Secondo vice dell’Oyabun
Kyodai: fratelli maggiori, rispondono ai vice
Shatei: fratelli minori rispondono ai Kyodai
 
VARIE:
Love Hotel (ラブホテル Rabu hoteru): sono alberghi che consentono di restare in stanza sia per qualche ora (opzione denominata "rest"), sia per una notte intera (opzione denominata "stay"). All'entrata dei Love Hotel ci si trova davanti a un pannello luminoso in cui si vedono le fotografie delle camere e il relativo prezzo per le due opzioni "rest" e "stay". È sufficiente premere il tasto corrispondente alla camera che si desidera, ritirare la chiave o un biglietto e salire in stanza.
Geisha (pron. [ˈɡɛiʃʃa], plurale geishe; in giapponese 芸者): o gheiscia, raramente gheisa, è una tradizionale artista e intrattenitrice giapponese, le cui abilità includono varie arti, quali la musica, il canto e la danza.
danna o patrono: Era uso nel passato che una Geisha, per stabilirsi, prendesse un danna o patrono. Tradizionalmente il danna era un uomo ricco, talvolta sposato, che aveva i mezzi per accollarsi le enormi spese di cui il lavoro di Geisha abbisognava; la tradizione del danna è viva in Giappone, ma solo qualche Geisha ne sceglie uno.
 
ABITAZIONI:
Nōka: casa di campagna.
Genkan: è l’ingresso dell’abitazione giapponese, solitamente il pavimento è in pietra, ed è più basso di un gradino rispetto al resto della casa. Nel Genkan bisogna togliersi le scarpe.
Tatami: le classiche stuoie di paglia intrecciata e pressata con i bordi orlati con un cordoncino di cotone o di lino.
Shoji: sono delle porte scorrevoli fatte di carta di riso e da un’intelaiatura in legno, che diffondono una luce morbida e naturale.
Engawa: una sorta di veranda, che può servire come corridoio esterno o come comunicazione fra gli spazi interni ed esterni.
Futon: ovvero il letto, costituito da un materassino e da una trapunta.
Chadansu: credenza
Kotatsu: tavolo riscaldato a cui viene applicata una coperta sui lati con cui riscaldare le gambe durante i pasti.
Irori: il focolare della casa, ricavato da una cavità nel pavimento, che ospita il fuoco per il bollitore e che serve a riscaldare l’ambiente. 
 
CERIMONIA DEL TÈ
Cha no yu (茶の湯, "acqua calda per il tè"): conosciuto in Occidente 
anche come Cerimonia del tè.
Furo (furo, 風爐): il bollitore che in primavera ed estate è in un braciere.
Usucha (薄茶, usucha): miscela di tè leggero.
Chasen (茶筅, chasen): frullino di bambù.
Shōmen (正面): la parte di finitura della tazza.
Teishu: colui che esegue la cerimonia
 

CAPITOLO I
TOKYO 2034
 

hiyo sentiva provenire in lontananza un suono conosciuto. Nel dormiveglia la sua coscienza le stava dicendo che avrebbe dovuto ascoltarlo, ma il suo piumone era un richiamo irresistibile. Però il suono continuava imperterrito, anzi, era sempre più forte e fastidioso. Aprì un occhio ed estrasse un braccio da quel calore confortante. Rabbrividendo per la differenza di temperatura che percepì, prese in mano il suo smartphone e spense la sveglia. Era perfettamente conscia che di lì a poco sua madre si sarebbe affacciata alla porta, e trovandola ancora a letto, avrebbe rotto quell’incantevole sensazione. Per questo motivo lo fece lei stessa, uscendo all’istante da sotto le coperte. Si mise seduta sfregandosi vigorosamente gli occhi assonnati.
Era il ventisette di dicembre, le vacanze invernali erano appena iniziate. Malgrado questo non era affatto contenta. Sua madre aveva deciso che le sue preziose vacanze le avrebbero passate insieme alla nonna, e questo aveva scombinato i suoi piani. Avevano discusso fino allo sfinimento. Non ne voleva sapere nulla, era una delle poche occasioni che aveva per passare del tempo con il suo fidanzato, Azumamaro. Sua madre invece voleva portarla alle pendici del monte Fuji, vicino a Shizuoka, in mezzo ai contadini per passare lì quel poco tempo libero che lo studio le concedeva. Dopo una lunga e sanguinosa trattativa erano arrivate a un compromesso; sarebbero andate dalla nonna e Azumamaro le avrebbe raggiunte in seguito, per passare gli ultimi giorni dell’anno insieme a loro.
Come si era immaginata, mentre ripensava agli ultimi eventi, sua madre Aiko spalancò la porta, come sempre senza bussare e pronta a urlarle contro. Notò il suo stupore quando la vide già sveglia, quello fu probabilmente il motivo per cui, almeno per quella mattina, non le urlò contro.
«Ah! Sei sveglia.»
Un sorriso beffardo si disegnò sulle sue labbra, la soddisfazione di averla presa in contropiede le si leggeva in faccia.
«A quanto pare,» le rispose sbadigliando.
In quel momento della sua vita, le regole di casa le stavano strette. Frequentava l’ultimo anno di liceo, aveva un ragazzo, Azumamaro e sentiva la mancanza della sua libertà.
Lei e Azumamaro si erano conosciuti all’Harumi Comprehensive High School, il liceo che entrambi frequentavano. Lui aveva terminato gli studi l’anno precedente e ora stava frequentando l’università, l’Istituto di tecnologia Nagoya. Voleva andare a vivere con lui, visto che l’anno successivo avrebbe frequentato la stessa università. Lui invece non ne voleva sapere, sostenendo che andare a vivere insieme prima di avere finito gli studi, non fosse una buona idea. Gli scontri tra di loro, per questo motivo, erano ormai all’ordine del giorno.
Sua madre dava ragione ad Azumamaro voleva che vivesse la sua giovinezza senza legarsi in questo modo a un uomo.
«Vedi di non metterci troppo a prepararti, Obaasan-Hinata ci aspetta per pranzo.»
La vide raccogliere le sue valige e appoggiarle fuori dalla porta, dove il facchino le avrebbe recuperate.
Scattò, rifugiandosi in bagno per poi infilarsi sotto la doccia. Ma riuscì ugualmente a sentire sua madre sospirare prima di udire la porta chiudersi.
 
Aiko non voleva cedere alle sue provocazioni. Ormai si era abituata a questi atteggiamenti, sperava che la vacanza dalla nonna sarebbe servita in qualche modo a riavvicinarle o, per lo meno, a trovare un nuovo modo di comunicare. Continuava ad avere, ostinatamente, voglia di riavere quella che era stata la sua bambina e che da troppo tempo era sparita, lasciando il posto a questo essere che parlava una lingua a lei sconosciuta.
Ritornata nella sua stanza non ebbe bisogno di molto tempo per prepararsi, era abituata a vestirsi in modo molto formale perciò, potersi infilare dei vestiti sportivi era un diversivo molto gradito. Anche le sue valigie erano pronte fuori dalla porta e uno dei facchini le stava portando nella Hall. Suo marito Eichi entrò nella stanza.
«Sei pronta?»
Ricambiò l’abbraccio che le diede, sforzandosi di sorridere; non amava esternare i suoi sentimenti. Era fatta così, uguale a suo padre, dal quale aveva preso anche il carattere ostinato e l’immenso cuore.
«Vi riavvicinerete, devi credermi,» le disse Eichi baciandola sulla fronte.
Lei lo guardò stringendo gli occhi. «Disse colui che ancora è nelle sue grazie…,» invidiava il loro rapporto.
La risata cristallina di suo marito riempì la stanza ma lei lo scacciò con un gesto della mano, come se dovesse spostare un insetto fastidioso, anche se non riuscì a rimanere seria.
«Vado a controllare quante ore ci vorranno ancora alla nostra principessa per decidere di essere presentabile,» prese la sua borsa e uscì dalla stanza seguita dal marito.
«Vi aspetto nella Hall, c’è ancora tempo per il treno. Dalle un po’ di tregua,» le disse Eichi mentre prendevano direzioni opposte.
Mentre percorreva il corridoio che l’avrebbe portata alla stanza di sua figlia, pensò a quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che aveva visto sua madre, erano trascorsi già sei mesi. Non erano mai state lontane per così tanto tempo. Le mancava. Le mancavano il suono confortante della sua voce, i suoi occhi profondi e la sua calma, la calma che aveva portato via con sé.
Ripensò a quando suo padre era ancora vivo, la loro era una grande famiglia, oltre a loro tre, c’erano suo padre e sua madre e cinque anni prima, anche la tata di sua madre, Kiki Matsuda, che viveva con loro. Ora la famiglia Harada si era ridotta a tre soli membri e in realtà di Harada era rimasta solo lei, giacché la figlia aveva scelto di portare solo il cognome di Eichi, Aoki.
Fatto sta che, a pochi mesi dalla morte di suo padre, sua madre aveva deciso di andare a vivere nella tenuta del maestro Hitomaro Itō, in mezzo alle piantagioni sterminate di tè verde. Probabilmente per coltivare nel suo cuore il ricordo del marito, poiché proprio in quel villaggio era nato il loro amore.
Spalancò la porta della camera di sua figlia, trovandola vestita di tutto punto e come sempre attaccata al suo smartphone. Stava chattando con qualcuno, sicuramente con Azumamaro pensò. Appena la vide prese la borsa e uscì dalla stanza, e lei la seguì scuotendo il capo.
«Otōsan ci aspetta nella Hall per accompagnarci in stazione,» le disse mentre camminavano spedite verso l’ascensore privato.
Sua figlia annuì, senza distogliere neppure un istante gli occhi dal suo prezioso smartphone. Questo la irritò a tal punto che stava per esplodere, ma proprio nel momento in cui le parole di rimprovero stavano per uscire dalla sua bocca, Chiyo alzò gli occhi, le sorrise e infilò l’apparecchio dentro la borsa.
Scongiurata l’ennesima lite, arrivate nella Hall si separarono, Chiyo raggiunse il padre che stava caricando i bagagli nell’auto davanti all’entrata dell’Hirohito Grand Hotel, e lei ne approfittò per impartire gli ultimi ordini al concierge.
L’auto in pochi minuti le portò a destinazione, la stazione di Tokio non era molto distante.
«Signore devo lasciarvi, tra poco arrivano degli ospiti dall’Irlanda e non posso mancare, ci vediamo tra qualche giorno, devo portare qualcosa quando vengo?» lo sguardo che le lanciò non passò inosservato a Chiyo.
«Sì, devi portare Azumamaro cerca di non dimenticarlo,» l’intervento di Chiyo provocò l’ilarità del padre e lei non poté fare a meno di sospirare, domandandosi di nuovo se quella fosse stata la scelta giusta.
Rimasero sole ad attendere il treno che arrivò come sempre puntualissimo, alle nove e un quarto erano già in viaggio. Avevano biglietti di prima classe, non viaggiavano spesso e quando lo facevano preferivano farlo comodamente.
Erano in viaggio da dieci minuti e Chiyo già dormiva, così lei ne approfittò per continuare a leggere il libro che aveva portato con sé, che stava tentando di finire da mesi.
Poco dopo le undici giunsero alla stazione di Shinjuku, da li avrebbero proseguito noleggiando un’auto per arrivare nei pressi della città di Fuji. Per fortuna il tempo era stato clemente, non avrebbero avuto difficoltà ad arrivarci. Per tutto il viaggio sua figlia ascoltò la radio saltando da un canale all’altro, nessuna delle due aveva intenzione di rompere quel silenzio confortevole. Era di certo meglio delle urla che erano volate tra loro nelle settimane precedenti.
Il viaggio durò poco più di quaranta minuti. Entrarono nella tenuta verso le tredici. Hinata le stava aspettando seduta su un gradino dell’entrata della sua casa. Nonostante i suoi sessantotto anni era ancora una donna bellissima. Le si strinse lo stomaco pensando a quante volte si era rammaricata di non avere ereditato la sua bellezza. Non che lei fosse una brutta donna, anzi, era carina, nel suo metro e cinquanta di altezza. I suoi capelli, neri come i suoi occhi, erano tutto sommato piacevoli, e le sue labbra carnose facevano sì che il suo viso risultasse molto gradevole. Anche ora, che aveva quarantun anni, il suo fisico minuto la faceva sembrare molto più giovane. Si voltò verso Chiyo, mentre scendevano dall’auto. Anche sua figlia era molto carina, era un po’ più alta di lei, un metro e sessantacinque, e come lei aveva i capelli e gli occhi neri, purtroppo non aveva ereditato le sue labbra carnose, né il suo seno prosperoso e di questo, lei ne era conscia, Chiyo si rammaricava molto. Aveva però, diversamente da lei e Hinata, una voce così calda e sensuale da far perdere la testa, oltre a una così pronta intelligenza che chiunque avesse avuto modo di conoscerla, avrebbe ricercato ancora la sua compagnia. Peccato che lei non riuscisse a rendersene conto, la stima e la sicurezza nelle proprie capacità non le appartenevano.
«Chiyo dammi una mano con i bagagli, per favore, e si gentile con Obaasan, almeno con lei,» abbasso il tono della voce su quell’ultima frase.
Chiyo si sistemò i capelli, stringendo l’elastico che li teneva legati in una coda alta. Ad Aiko non sfuggì questo gesto, che Chiyo faceva quando era molto nervosa. Temette, per un attimo, che stesse per esplodere ancora quella rabbia che troppo spesso le faceva scontrare. Chiyo invece non disse nulla, si avvicinò, prese quanti bagagli riuscì e s’incamminò sul vialetto che portava alla casa. Questo la tranquillizzò, così prese il resto dei bagagli, chiuse il portellone e la seguì.
Hinata nel frattempo si era alzata per raggiungerle. A gran voce stava chiamando qualcuno per dar loro una mano e, come per magia, si materializzarono alcuni lavoratori della tenuta, che si presero cura dei loro bagagli portandoli all’interno della casa. Superò sua figlia, e tendendo le braccia, andò verso sua madre.
«Okaasan!» Si abbracciarono, il viso stretto tra le mani per specchiarsi l’una nello sguardo dell’altra.
Appena si staccarono Hinata spalancò di nuovo le braccia rivolgendosi a sua nipote.
«Chiyo! Fammi sentire la tua voce!» e Chiyo le volò tra le braccia.
«Ciao Obaasan, ti trovo in forma smagliante!»
«Noi vecchiette ci difendiamo ancora bene. Ma dove avete messo gli uomini?» i suoi occhi saettarono alla ricerca di altre presenze.
«Eichi e Azumamaro ci raggiungeranno prima di capodanno,» le rispose Aiko.
«Meglio così, avremo tempo per stare tra di noi, gli uomini complicano sempre tutto, anche le semplici conversazioni,» affermò risoluta facendo ridere Chiyo.
«Adesso entriamo che fa un po’ freddino per me,» si voltò, prendendo la mano a entrambe, che la seguirono attraverso il giardino.
 
Hinata, da quando si era trasferita, aveva apportato importanti cambiamenti in quella che prima era una semplice casa di campagna. Aveva fatto arrivare l’acqua corrente, comprato e fatto installare una stufa a pellets, aveva persino voluto il Wi-Fi. Per il resto tutto era come le era sempre piaciuto, sobrio ed essenziale, come si conviene alle case Nōka.
Si tolsero le scarpe, lasciandole sotto il gradino del Genkan, infilandosi le pantofole prima di entrare. Il pavimento di legno era stato cambiato, così come i Tatami che lo ricoprivano. Aveva anche fatto aggiungere una stanza da bagno molto grande, con doccia e vasca idromassaggio. Anche la carta di riso delle Shoji, che era ingiallita, era solo un lontano ricordo.
Le accompagnò nelle loro stanze, notando che Chiyo emise un grande sospiro di sollievo quando scoprì che ognuna di loro ne aveva una. Le lasciò sole, per permettere loro di sistemarsi, tornando nel soggiorno per preparare il tavolo per il pranzo. Pochi minuti dopo erano sedute davanti a una grande ciotola di Ramen. Mangiarono con appetito, le coperte collegate al kotatsu emettevano un piacevole calore, che riscaldava le loro gambe. L’atmosfera che si respirava era di pace assoluta, pochi erano i rumori che si udivano provenire dall’esterno.
«Ho visto che hai sistemato il giardino fuori dall’Engawa, in primavera sarà meraviglioso, Okaasan.» Sua figlia non aveva perso lo spirito di osservazione, pensò Hinata prima di annuire sorridendo.
«Hai notato il disegno al centro dell’aiuola centrale?» Aiko annuì e i suoi occhi s’illuminarono.
«Pensi che sarebbe potuto sfuggire alla mia vista?».
«Siete spie russe?» Chiyo, pur seguendo i loro discorsi, non era riuscita a capire di che diamine stessero parlando. A Hinata però non piacque la sua battuta.
«Ci sono parecchie cose che non sai, Chiyo-Chan,» le rispose piccata.
«Obaasan vuole solo dirti, che non conosci tutti i trascorsi della nostra famiglia,» intervenne Aiko temendo la sua reazione.
Hinata si girò fulminando sua figlia.
«Non ho ancora bisogno del tuo aiuto, per spiegare cosa voglio dire. Aggiungo, mia cara Chiyo, che hai sentito bene, tu devi ancora conoscere molte cose.»
Aiko si era zittita, aveva abbassato lo sguardo e Chiyo era rimasta a bocca aperta. Lei invece sorrideva, attendeva questo momento da tanto tempo.
Chiyo non poteva sapere che lei non era soltanto la nonna amorevole che le aveva raccontato tante storie quando era piccola. 
«Obaasan, abbiamo qualche giorno di tempo, se tu vorrai, io sono qui per ascoltare, le mie orecchie sono aperte,» il suo cambio di atteggiamento riuscì a sorprenderla, sperò che sua nipote fosse davvero pronta ad ascoltare.
 
Aiko tratteneva il respiro, assistendo a quella che le sembrava una partita di tennis. Ma lei sapeva che quella partita non l’avrebbe vinta la giovane e furba ragazza che le sedeva a fianco, ma l’anziana signora che le sedeva di fronte. Anche se erano passati anni, la forza manipolatrice di Hinata faceva sì che le persone cadessero nella sua rete senza rendersene minimamente conto.
Finirono di mangiare senza dirsi quasi più nulla, a fine pranzo, misero in ordine e andarono nelle rispettive stanze a riposare.
 
Chiyo appena si sistemò nella sua stanza, ne approfittò per collegarsi via Skype con Azumamaro.
«Ciao, ci hai messo una vita a rispondere Azu,» il tono di rimprovero che usò era poco convinto, e quando lui le sorrise i battiti del suo cuore accelerarono. Continuava a domandarsi come fosse possibile che quel bellissimo ventenne, che era apparso sullo schermo, fosse il suo fidanzato, una domanda che la tormentava fin dal loro primo appuntamento.
Era sempre stato il ragazzo più desiderato della sua scuola, aveva una schiera di ammiratrici che pendevano dalle sue labbra. Quando le chiese di uscire la prima volta, gli rispose un secco no, era convinta che volesse burlarsi di lei, eppure lui insistette, continuando a corteggiarla fino a quando lei capitolò.
Non era nato in Giappone, ma a Glasgow, in Scozia, da padre giapponese e madre scozzese. Si erano trasferiti in Giappone quando lui aveva undici anni. Si era trovato subito a suo agio, parlava perfettamente entrambe le lingue, anzi, era solito dire che pensava in inglese e parlava in giapponese. Era alto un metro e ottantacinque, biondo, con gli occhi blu ma i suoi tratti erano giapponesi, anche se ne avevano perso parte della delicatezza.
«Chiyo, lo sai che sto studiando come un pazzo! Ero nell’altra stanza. Avete fatto un buon viaggio?» 
«Silenzioso, direi.»
«Devi smettere di essere così prevenuta, goditi la vacanza, ci vedremo tra pochissimi giorni, nel frattempo, potresti approfittarne per studiare un po’.»
Annuì, anche se sapeva che non l’avrebbe fatto, non aveva nemmeno preso i libri e non aveva nessuna intenzione di studiare.
«Ok, ti lascio ai tuoi studi Azu,» si passò la punta della lingua sul labbro, certa che la sua provocazione non sarebbe passata inosservata.
«Ti odio Chiyo,» Azumamaro rise e chiuse il collegamento mentre scuoteva la testa.
Si lasciò cadere sul letto e chiuse gli occhi. Si sentiva inquieta come sempre. Incompresa, soprattutto da chi sosteneva di amarla; sua madre, suo padre, persino Azu. Tutti consideravano la sua inquietudine immaturità, e forse in parte avevano ragione, eppure, sapeva che c’era qualcosa che le sfuggiva, qualcosa di sé stessa che non riusciva a inquadrare.
Il sole stava tramontando ma decise ugualmente di uscire a fare una passeggiata nei dintorni. Si mise una giacca pesante perché fuori faceva piuttosto freddo e bussò alla porta della camera di sua madre per comunicarle le sue intenzioni.
«Okaasan, esco a fare una passeggiata,» le disse senza aprire la porta.
«Torna per ora di cena,» le gridò di rimando, felice che non le avesse chiesto di accompagnarla.
S’incamminò sul vialetto di casa, prendendo poi il sentiero che portava alla piantagione. Adorava la simmetria dei disegni delle piantagioni del tè e l’odore che si sprigionava quando una foglia veniva spezzata tra le mani. La tranquillità che si respirava dava un po’ di sollievo alla sua anima.
Mentre camminava, in lontananza, scorse una figura che si stagliava all’orizzonte, verso il sole che tramontava. Quella persona si stava esercitando nel Taijiquan, ed era uno spettacolo unico, la perfezione e l’armonia dei movimenti erano simili a una danza. Si avvicinò quanto più silenziosamente le riuscì. Trattenne un’esclamazione, quando si accorse che, chi stava praticando quell’arte, era vecchio, anzi, molto vecchio, tanto che non sarebbe riuscita a indovinarne l’età, se qualcuno gliel’avesse chiesta. Si sedette su un masso poco distante, continuando a osservarlo rapita, fino a che terminò il suo esercizio. Il vecchio scese dalla roccia sulla quale aveva eseguito la sua danza e si rimise i geta ai piedi. Si accorse della sua presenza e la fissò rimanendo fermo a qualche metro di distanza. Improvvisamente si mosse e lei se lo trovò di fronte. Si alzò quasi inciampando nei suoi stessi piedi, maledicendosi per la sua goffaggine.
«Non hai lo sguardo di Ojiisan-Ken. Piuttosto quello di Ojisan-Natsume, peccato.» Dopo aver espresso quel pensiero si voltò allontanandosi. Rimase pietrificata. Mentre lo guardava allontanarsi notò, nel retro del suo kimono, la stessa iscrizione che la nonna aveva inserito all’interno dell’aiuola del suo giardino. Si riscosse e decise di seguirlo, voleva capire chi fosse quel vecchio, e soprattutto, come conoscesse suo nonno e suo zio. Nonostante la veneranda età, dovette correre per arrivargli alle spalle.
«Sensei, scusate, fermatevi, concedetemi un momento di attenzione,» malgrado ansimasse pesantemente il vecchio non ne voleva sapere di fermarsi, così continuò a seguirlo per il sentiero che saliva, allontanandosi dalla piantagione.
«Ditemi almeno chi siete, vi prego Sensei!» urlò affannata. Finalmente, il vecchio si fermò. Quando riuscì a raggiungerlo lui fece un inchino elegante.
«Il mio nome è Hitomaro Itō, sono il Sensei del Burūdoragon Kendō Dojo. Maestro di Ken, di Natsume, di Hinata e di Aiko, Chiyo-Chan.»
Non sapeva più cosa pensare, tutta la sua famiglia faceva parte di un Dojo e lei non ne aveva mai saputo nulla. Quali arti marziali avevano imparato? Perché tenerle nascosta quella parte della loro vita? Sbuffò ricordando che proprio i suoi genitori, quando aveva chiesto di poter imparare un’arte marziale, le avevano negato il consenso.
«Io, non lo sapevo…». Fu l’unica cosa che le uscì dalla bocca.
«Ora lo sai,» e s’inchinò per congedarsi.
«Sì, Sensei,» s’inchinò a sua volta e lui si girò riprendendo il cammino. Lo seguì con lo sguardo fino a che lo vide sparire dopo una curva. Restò li, immobile, senza pensare a nulla, piena di quello strano incontro, poi si girò, ritornando sui suoi passi. Entrò in casa infreddolita e si precipitò sull’Irori, aveva bisogno di riscaldarsi. La voce di sua madre, alle sue spalle, la fece trasalire.
«Dove diavolo sei stata! Stavo per venire a cercarti. È quasi ora di cena.»
Stava cercando, dentro di sé, il modo migliore di non assalire sua madre con le mille domande che le venivano in mente e soprattutto, non voleva arrabbiarsi con lei. Almeno non fino a che avesse scoperto il motivo per il quale nessuno le aveva detto nulla.
«Ho incontrato qualcuno molto affascinante, mi sono lasciata andare a una lunga conversazione, non mi sono resa conto del tempo che passava,» il sorriso ironico che seguì la sua risposta sapeva che l’avrebbe irritata.
Infatti, vide sua madre corrugare la fronte, stava di certo cercando di capire chi avesse potuto incontrare di tanto affascinante nella piantagione.
«In effetti, Sensei-Hitomaro Itō è sempre risultato affascinante anche a me,» un sorriso furbetto che conosceva bene spuntò sulle labbra di sua madre.
Le lanciò uno sguardo fiammeggiante. Ma decise di non raccogliere la sua sfida tornando a fissare l’Irori.
«Avanti, su, dimmi quello che hai da dire e facciamola finita, Chiyo.»
«Mi devi delle spiegazioni, anzi, tutti voi mi dovete delle spiegazioni,» non la guardò nemmeno, la rabbia stava prendendo il sopravvento.
In quel momento Hinata le chiamò per la cena e Aiko la raggiunse e si sedette. Fece cenno a Chiyo, che nel frattempo l’aveva seguita, di sedersi a sua volta.
«Hinata, Chiyo ha incontrato Sensei-Hitomaro Itō. Mia figlia pensa che le dobbiamo delle spiegazioni,» disse rivolgendosi a sua madre.
Hinata appoggio la sua ciotola con il riso e la guardò.
«Non credi di essere venuta qua per questo?» le chiese sua nonna.
A quel punto Chiyo rinunciò a capire le due donne che, a un tratto, non riconosceva più.
«Sensei-Hitomaro Itō, ha detto che somiglio a Natsume,» era la prima cosa che le venne in mente di quella conversazione e la disse senza pensarci più di tanto.
Ma nessuna delle due donne la commentò, continuarono a mangiare come se non l’avessero sentita.
«Lo andrò a trovare domani, Hitomaro, tornerò verso sera, partirò prima dell’alba,» le informò Aiko.
Terminarono il pasto immerse nei loro pensieri, e sempre in silenzio rimisero in ordine.
Quando si ritirò nella sua stanza, fece appena in tempo ad appoggiarsi sul letto che venne colta da un sonno profondissimo.
 
Aiko, invece, ci mise un po’ più del solito ad addormentarsi, era eccitata al pensiero della giornata che la stava aspettando. Avrebbe parlato di nuovo con il suo maestro, dopo tanto tempo che non lo vedeva. Ricordava ogni momento trascorso con lui, mentre imparava l’arte che aveva scelto, o com’era solito dire lui, l’arte che l’aveva scelta. Era diventata maestro del Tessenjutsu, l’arte del combattimento con il ventaglio, la stessa che aveva scelto sua madre, elegante, letale. Con un colpo ben assestato, anche se ora non era allenata, sarebbe ancora stata in grado di uccidere un uomo adulto prima che riuscisse a pronunciare il suo nome. Sorrise, al pensiero della potenza di quell’arma così femminile, e lentamente scivolò nel sonno.
 
Hinata invece, non andò subito a dormire. Estrasse, da uno dei suoi cassetti, un grosso album di fotografie, e si mise a sfogliarlo. La memoria non era più quella di una volta, si accingeva a raccontare una storia che aveva più di una sfaccettatura, non voleva dimenticare nulla d’importante. Solo in questo modo, ne era convinta, Chiyo sarebbe riuscita a capire meglio sé stessa e a sconfiggere i demoni che la tormentavano.
 
Il mattino successivo, quando Chiyo si svegliò, era sola in casa. Il tè fumante era a fianco dell’Irori, ne prese una tazza e si mise a guardare fuori dalla grande vetrata, pioveva. La foschia rendeva tutto un po’ ovattato. Finì di bere il suo tè e si vestì. Un paio di jeans e un maglione sarebbero andati benissimo, pensò. Uscì, andando a sedersi sotto l’Engawa a fissare quell’aiuola che aveva dato il via a nuovi tormenti.
«Dimmi Chiyo, se potessi imparare un’arte del combattimento, quale sceglieresti?»
Chiyo sobbalzò, non aveva sentito arrivare Hinata.
«Buongiorno Obaasan, che domanda! Non so, forse lo Laidō o il Kendō. Mi è sempre piaciuto guardare i combattimenti con la Katana.»
Sua nonna sorrise, come se stesse inseguendo un ricordo lontano.
«Io e Aiko scegliemmo di imparare il Tessenjutsu,» continuava a fissare un punto dell’aiuola, come se al suo interno potesse trovare tutte le risposte.
«Quando Obaasan? Immagino da piccole.» Notò lo stupore nel suo sguardo, le mise una mano sulla spalla. «Vieni dentro, qui è troppo freddo e umido per parlare.»
La seguì sedendosi sul divano.
 
«Devi sapere che, la fortuna della nostra famiglia iniziò con il tuo bisnonno, Motoki Yamaguchi. Era nato a Tokio, la sua era una famiglia benestante, il suo Otōsan-Hirohito era una persona molto avida. Così iniziò a fare affari con la yakuza, precisamente, con il gruppo yakuza Kenko-kai. Ne gestì per anni le bische clandestine e alcuni bordelli,» si fermò notando la faccia stupita della nipote.
«La yakuza? Credevo che, a parte Natsume, noi non avessimo mai avuto nulla a che spartire con…»
Hinata corrugò la fronte. «Che cosa pensavi Chiyo-Chan, che i soldi ci fossero piovuti dal cielo in primavera con la fioritura dei ciliegi?»
La vide abbassare gli occhi e scuotere la testa. 
«Mi rendo conto che, a volte, sono un po’ ingenua, continua, ti prego Obaasan.»
Hinata sospirò, riprendendo il discorso.
«Alla sua morte Otōsan-Motoki ereditò questi affari, continuando a gestirli, compreso l’Hotel che Otōsan-Hirohito aveva comprato quando aveva circa vent’anni. Era un piccolo Hotel, doveva servire per gli incontri che le famiglie della yakuza tenevano in segreto, una sorta di Svizzera in cui tenere incontri amichevoli. Quando il tuo bisnonno aveva ventisette anni, aveva già in pugno tutta la gestione, e fu allora che conobbe Haha-Hagino. La sposò nel giro di un anno. Quattro anni dopo nacqui io. La mia nascita, e la possibilità di poter gestire il gioco d’azzardo alla luce del sole, gli fecero prendere la decisione di lasciare la gestione dei bordelli e delle bische clandestine, puntando sul gioco d’azzardo legale e trasformando il suo piccolo Hotel nel più grande e prestigioso della città. Questo avrebbe potuto farlo solo passando a un altro gruppo yakuza, l’Ikku-kay. I suoi vecchi amici non gradirono la scelta, per nulla. Avevo sei anni, quando, in un attentato, uccisero Haha-Hagino, anche se il bersaglio era Otōsan-Motoki. Il Kenko-kai, si ritenne soddisfatto ugualmente. Otōsan-Motoki continuò la sua collaborazione con la nuova famiglia, espandendo in modo legale i suoi affari. Il nostro Hotel fu ristrutturato e ampliato, divenne uno dei più grandi di Tokyo. A crescermi fu Kiki Matsuda, questo lo sai, ha vissuto con noi fino alla sua morte, allevando prima Aiko poi te, era diventata una della famiglia. Otōsan-Motoki, poco tempo dopo la morte di Haha-Hagino, conobbe una Geisha, il suo nome era Ikuyo Okamoto. Anche se non si sono mai sposati lei era, di fatto, la sua donna, rimasero insieme fino alla sua morte e per me fu la sorella che non ho mai avuto,» si fermò un attimo per raccogliere i ricordi.
«Ma, l’episodio che cambiò il corso della mia vita e di conseguenza di tutta la nostra famiglia, accadde nell’istante in cui Kenko KondŌ, il capo della famiglia Kenko-kai venne a incontrare Otōsan -Motoki per questioni di lavoro all’Hotel, era il millenovecentottantaquattro e io avevo diciotto anni…»

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sabato 14 novembre 2020


Another Door 

Decimo capitolo 



La targa “Akashi Detective agency”, lucida e splendente, era individuabile a metri di distanza. Gli uffici che avevano affittato, nello stesso grattacielo dove lavorava Mark, erano stracolmi di gente. Mark si era dato parecchio da fare con gli inviti e ora, Jake e Harper stavano raccogliendo i frutti del suo impegno.

«Loran, John!» Jake li accolse sorridente, chiedendo scusa agli ospiti che stava intrattenendo.

«Jake, bellissimo lavoro. C’è davvero un sacco di gente!» Troppa per i gusti di Loran, preferiva di gran lunga un caminetto acceso, con John, disteso, nudo, possibilmente in ginocchio. Il solo pensiero gli provocò un’immediata reazione, che premette sulla cerniera dei pantaloni, improvvisamente più stretti,

«Harper?» Chiese John. Non vedeva l’ora di osservare la sua amica interagire in una situazione come quella. Erano così tanti anni che non poteva mescolarsi con le persone, che temeva potesse perfino crollare. Jake gli indicò un punto della stanza e la vide. Era irriconoscibile. Aveva indossato un vestito da sera, molto femminile. Notò le scarpe con il tacco vertiginoso e i suoi capelli, biondi e splendenti, che le ricadevano dolcemente sulle spalle con onde morbide. Doveva essere andata dal parrucchiere. Lasciò Loran a parlare con Jake e la raggiunse.

«Sei uno schianto.» Non l’aveva visto arrivare, perciò si era posizionato alle sue spalle e le aveva sussurrato all’orecchio.

«Non sei da meno, il vecchietto ti tira sempre a lucido eh?» Era sempre lei, anche vestita come una principessa, non gli avrebbe fatto mancare la sua essenza.

«Guarda che sono stato io a scegliere che vestiti avrei indossato!» Le rispose, fingendo di essere risentito per la battuta.

«Oh, non ho dubbi! M’immagino la scena, mentre li scegli e ti chiedi: “ma questo piacerà a Daddy?”» John scosse la testa.

«Harper, non ci presenti il tuo amico?» Un uomo, di una presumibile età di poco più di trent’anni, lo stava guardando con inequivocabile interesse.

«Imperdonabile. Signori lui è John, sarà lui ad occuparsi della parte legale dell’agenzia.» Poi rivolgendosi a lui glieli presentò.

«John, ti presento Liam Wilson Jr., delle acciaierie Wilson, sua sorella Rebecca e suo fratello Stewart.» John tese la mano, che venne catturata immediatamente da Liam, molto calorosamente.

«Così giovane e già avvocato di successo!» John sorrise imbarazzato.

«In realtà prossimo alla laurea. E per quanto riguarda il successo, vivo della luce riflessa di Harper.» Liam sorrise, lasciandogli malvolentieri la mano.

«Non vedo l’ora di poter provare i vostri servizi.» L’imbarazzo di John cresceva a vista d’occhio, gli apprezzamenti di Liam erano fin troppo espliciti per i suoi gusti. Ricercò con lo sguardo Loran. Gli mancò il fiato, lo stava osservando e il suo sguardo era decisamente quello di un killer in procinto di sparare all’obiettivo. John si trattenne a parlare ancora qualche minuto, poi decise di raggiungerlo con un paio di tartine al salmone e due flûte di champagne.

«Queste devi assolutamente assaggiarle!» Loran mangiò la tartina e bevve il suo champagne.

«Allora? Sono o non sono buonissime?» John diede un morso alla sua.

«Stavi flirtando con quel tipo, chi era?» Mancò poco che John si strozzasse con quella tartina.

«Non stavo flirtando!» Si difese, scandalizzato.

«Andiamo, si sta facendo tardi e dobbiamo cambiarci.» John si era quasi dimenticato di quale fosse il proseguo della serata, ricordarlo lo fece rabbrividire.

«Salutiamo e andiamo.» E così fecero. Finiti i convenevoli, presero l’auto di Loran e si diressero a “Le fetish ruge”. Erano tesi entrambi, perciò non si scambiarono molte parole. All’entrata del locale due buttafuori ne vietavano l’ingresso a chi non era presente nella lista.

«Hey, irlandese! Come butta?» Loran salutò i due buttafuori.

«Lui è con te?» Gli chiese lo stesso che l’aveva salutato.

«Sì.» John sussultò, quel sì, senza spiegazioni di sorta, lo aveva fatto sentire solo e indifeso. Lui era solo un “sì” e basta, non l’aveva presentato, lo aveva fatto sentire uno qualunque.

«Stammi vicino, non ho voglia di litigare con nessuno, ok?» Loran lo guardò perplesso, era evidente che qualcosa l’avesse disturbato, ma non c’era tempo per indagare, ancora pochi minuti e lo spettacolo sarebbe iniziato. Parlò con un ragazzo che, poco dopo tornò, consegnandogli uno zaino. Tirò fuori dallo zaino alcuni indumenti che consegnò a John.

«Entra in quella stanza, chiuditi dentro e cambiati, ci vediamo qui fuori.» John entrò in quello che sembrava uno sgabuzzino e indossò i vestiti che gli aveva dato. Chiamare vestiti un paio di short di pelle nera, dai quali le sue chiappe uscivano praticamente fuori e una maglia di rete, troppo corta, era assolutamente sbagliato, ma visto dove si trovavano…S’infilò gli anfibi, che si adattavano perfettamente a quella mise, comprendendo solo in quel momento, l’insistenza di Loran al fatto che se li mettesse. Infilò i suoi vestiti nella busta vuota e uscì. Loran lo stava aspettando appoggiato al muro di fronte. Aveva indossato un paio di pantaloni di pelle a vita bassa, e una semplice maglietta, che era così aderente che sottolineava tutti i suoi magnifici muscoli.

«Mi sento decisamente in imbarazzo, sembro una puttanella…» Loran si avvicinò, costringendolo a indietreggiare fino a sbattere contro il muro. La sua mano premette sulla sua gola, non gli tolse il respiro, ma la pressione era forte e costante. Gli leccò il lato della mascella e gli sussurrò all’orecchio.

«Tu SEI la mia puttanella.» John sentì le ginocchia improvvisamente molli. Una campana, una specie di Gong, richiamò l’attenzione di Loran.

«Andiamo, sta per entrare la prima coppia.» Vanessa l’aveva avvertito che, le prime due coppie, erano quelle da tenere d’occhio, entrambi i Dom erano inesperti ed era la prima volta che si esibivano in una scena sul palco. Ma per la terza scena avrebbe potuto rilassarsi, quello che si esibiva era una leggenda tra i Dom. Ed era un evento che lo facesse, probabilmente non l’avrebbe fatto mai più, quello che sarebbe andato sul palco quella sera, assieme a lui, sarebbe diventato suo marito entro la fine del mese. Si sistemarono in prima fila, su due poltrone rosse, bordate d’oro, che erano state sistemate al centro.

«Ora, fai attenzione. Le prime coppie che vedrai hanno poca esperienza. Spero che non vogliano strafare, perché lo spettacolo potrebbe diventare persino spiacevole da guardare. Quando vedrai la terza coppia, ti renderai conto delle differenze.» Le luci si abbassarono, per fare spazio ai fari che illuminarono il palco. La prima coppia incentrò la scena nel pompino che il sub fece al suo Dom, che lo corredò di un gag per la bocca. La seconda coppia, invece, si cimentò in una complicata legatura con inserimento di gancio anale, assicurato in modo che ogni volta che il sub si fosse mosso, il gancio si sarebbe spostato, provocandogli piacere e dolore. E il gioco consisteva proprio in questo, costringerlo a muoversi in modo che il gancio si muovesse dentro di lui. Ci fu una pausa prima dell’ultimo spettacolo, presero da bere, mentre il palco veniva preparato con l’attrezzatura necessaria. Tornarono a sedersi, i fari illuminarono nuovamente il palco. Il Dom entrò, era un uomo massiccio, vestito solo di un gilet nero di pelle e pantaloni a vita bassa sempre in pelle. I muscoli del torace e dell’addome erano uno spettacolo per la vista. Dietro di lui un ragazzo dalla pelle diafana, biondo, così dolce da sembrare un angelo, lo seguiva al guinzaglio. Il Dom gli accarezzò una guancia e lui appoggiò il viso sulla sua mano come un gattino. Con una lieve pressione sulla sua spalla il Dom diede inizio alle danze, facendogli assumere la posizione. John vide che sul palco c’era solo una panca inclinata in legno e una cassapanca. Il Dom gli ordinò di sistemarsi sulla panca e in men che non si dica, l’angioletto era legato lì sopra, completamente esposto. Il Dom aprì la cassapanca e scelse le fruste. Il cazzo di John ebbe un sussulto, sfregando nei pantaloncini in pelle davvero troppo stretti.

«Quelle fruste…come si chiamano?» Le parole erano uscite dalla sua bocca, senza che quasi se ne rendesse conto.

«Ne ha scelte due, un cane in bambù e un flogger in crine di cavallo. Ora guarda.» John si tocco il pacco, neppure avevano iniziato e già temeva che gli sarebbe uscito dai pantaloncini.

Steve, quello era il nome del Dom, accarezzò il corpo esposto del suo sub, Gabriel, con la punta del Cane. Poi chiuse gli occhi, alzò il cane e rifilò una serie da sei colpi sulle natiche e sulle cosce. I segni rossi, imperlarono immediatamente la pelle bianchissima del sub. Il suo membro esposto era sempre più duro. Pochi secondi e un'altra serie da sei si abbatté di nuovo sulle natiche e sulla schiena. Alla quarta serie John sudava, e si mordeva le labbra. Rapito da quella scena, non si era neppure reso conto che, da minuti, Loran lo stava osservando compiaciuto. Le parole del sub risuonarono nella sala completamente silenziosa. “Grazie, padrone! Ti prego, ancora!». Steve lo compensò leccando alcuni segni che aveva lasciato sulla sua schiena e sulle natiche. John si chiese come facesse quel ragazzo a non essere ancora venuto, quando lui, al solo guardarli, era bagnato di pre seme come se non ci fosse un domani. Il Dom prese il flogger. I movimenti a otto che compiva nell’aria, avevano completamente ammaliato John, che aveva la bocca riarsa e una gran voglia di godere. Il Dom gettò da una parte il flogger e separò le natiche al suo sub, infilando nella sua fessura un dito fino in fondo. John iniziò a muoversi sulla poltrona accavallando le gambe ripetutamente, in evidente disagio. La preparazione continuò ancora per qualche minuto, e il respiro di John era diventato affannoso. Quando il Dom liberò il suo membro girando la panca, in modo che il suo sub potesse guardare il pubblico prima di scoparlo, John ebbe un sussulto. La mano di Loran si strinse sul suo cazzo durissimo.

«NON.DEVI.VENIRE.» John mugolò appoggiando la testa sulla sua spalla. Era così vicino, così vicino. Alzò la testa, proprio nel momento in cui il Dom penetrò, con un solo colpo, il suo sub. Gli occhi di quel ragazzo erano così pieni di amore. E poi lo vide, mentre raggiungeva il sub space e, in quel preciso istante, capì che era quello che voleva, sentì di essere nato per quello, per Loran. Ricorse a tutta la forza che aveva per trattenere quell’orgasmo che voleva traboccare, perché quell’orgasmo non era più suo, era di Loran, tutto era di Loran. Poi Steve slegò Gabriel e lo avvolse in una coperta sparendo dietro il palco.

«Vuoi vedere una cosa davvero meravigliosa?» John annuì, incapace di dire una sola parola. Loran lo prese per mano e lo portò dietro le quinte, in una stanza che aveva uno specchio semiriflettente. Al di là dello specchio c’era Steve, teneva in grembo Gabriel, gli accarezzava i capelli, ogni tanto gli faceva bere una bevanda energetica e gli sussurrava all’orecchio, baciandolo dolcemente su gli occhi, sulle guance e sulla bocca. Poi dolcemente lo fece stendere sul divano e gli pose un unguento sulle ferite, continuando a parlargli e a baciarlo di tanto in tanto.

«Non sono stupendi?» John si girò lentamente verso Loran.

«Io voglio tutto questo, voglio te, voglio noi, così.» Loran gli catturò le labbra succhiandole.

«Is breá liom seacláid duit.» Anche se il suo irlandese era un po’ arrugginito, avrebbe scommesso la vita che quello era un “ti amo”, allora azzardò.

«Ti amo anch’io. E voglio andare a casa.» Loran non gli diede neppure il tempo di cambiarsi. Lo trascinò in macchina. La tensione che era scesa tra loro era palpabile. Ma appena entrati nell’appartamento, Loran, invece di saltargli addosso, prese le distanze.

«Dobbiamo parlare, John.» Ma John non era sicuro di avere la lucidità necessaria per riuscirci, il suo cazzo era impaziente, era frustrato, emozionato e voleva essere suo. Così fece l’unica cosa che gli sembrava giusta, pulita e perfetta, crollò in ginocchio.

«John…» Loran lo guardò provando una morsa allo stomaco, aveva così paura di esagerare con lui. Paura che si tirasse indietro, che malgrado sapesse tutto ormai, alla fine metterlo in pratica lo avrebbe fatto fuggire.

«Ascolta tu, cazzone! Sono stanco che mi tratti con i guanti! Sono davvero il tuo sub? Allora fai il Dom, una buona volta!» Quelle parole ebbero l’effetto di una doccia fredda su di lui. Gli prese i capelli tra le mani tirandogli la testa indietro.

«Puttanella impertinente! Abbassa immediatamente lo sguardo!» Sorridendo John si rimise in posizione.

«Aggiungerò questa tua ribellione ai due “stronzo” che non hai ancora scontato.» Si posizionò alle sue spalle.

«Ora ti legherò al letto, ti infilerò un dilatatore nel culo, perché non ho la minima voglia di prepararti, quando e se, deciderò di scoparti. Nel frattempo, ti frusterò.» John tremava di eccitazione.

«Le tue safe word?» John non aveva più voglia di ripetere il rituale, fremeva d’impazienza.

«Cazzo Loran, le conosci benissimo!» Loran si abbassò su di lui e lo morse sulla spalla, facendolo urlare.

«Chiedi scusa, subito!» Una grossa lacrima scese dai suoi occhi.

«Perdonami, Master. Ti prego perdonami, è che io ti voglio così tanto che…» Loran gli accarezzò il punto dove l’aveva morso.

«Le tue safe word.» John si rese conto che non si ricordava neppure più qual era la safe che avevano usato.

«Giallo e rosso.» Loran sorrise, la “fenice” non gli era mai piaciuta, troppo difficile da pronunciare in certi momenti.

«Sei d’accordo con la scena che ho in mente? Qualche cosa da aggiungere o togliere?» John scosse il capo.

«Ti sottometterai totalmente e incondizionatamente al tuo master?» John annuì di nuovo.

«Mi cedi il controllo?» John sospirò.

«Sì, master.» L’adrenalina iniziò a scorrere nelle vene di Loran.

«Seguimi.» John fece per alzarsi, ma Loran lo fermò.

«Non ti ho detto di alzarti. A carponi.» John lo seguì camminando a carponi, sul pavimento duro.

«Ora spogliati e mettiti a pancia sotto. Da questo momento voglio sentire solo le tue urla e i tuoi gemiti. NON.UNA.CAZZO.DI.PAROLA. Ogni volta che parlerai aumenteranno le frustate.» Gli piaceva guardarlo mentre si spogliava, aveva una grazia innata. Anche se da togliere quella sera c’era ben poco.

Lo osservò prendere posto sul suo letto, così bello, pieno di fiducia. Voleva riuscire a farlo volare, voleva volare via con lui. Gli allacciò polsiere e cavigliere. Infilò negli anelli le catene, che attaccò ai ganci del letto. Aveva scelto la frusta che si era fatto fare, quella che più amava. Una Bullwhip; era una frusta che poteva fare davvero molto male, bisognava essere chirurgici nell’infliggere il colpo. Loran aveva passato ore e ore ad esercitarsi, negli anni era diventato un maestro e se n’era fatta fare una su misura per lui.

«Quattro serie da sei, sei pronto seacláid?» Ma non attese la sua risposta, i primi sei colpi raggiunsero John in rapida sequenza e gli tolsero il respiro.

«Vuoi dire la tua safe?» John con le lacrime agli occhi scosse il capo.

«Allora ti darò qualcos’altro a cui pensare.» Loran prese il dilatatore e lo cosparse di gel.

«Questo ti piacerà.» Lo spinse lentamente facendo cedere il suo buchetto.

«Hai tanta voglia che l’hai preso tutto subito. La mia brava puttanella.» Loran diede tre pompate e John sporse il culo verso di lui.

«Ahh, se potessi vederti, Così osceno, aperto.» Si avvicinò al suo viso e lo baciò.

«Altre sei, seacláid.» Anche questa serie arrivò in rapida successione, ma a John sembrò che Loran andasse più lentamente. Il dolore lo attraversava in tutto il corpo, gli sembrava che ad ogni colpo tutte le sue terminazioni nervose vibrassero all’unisono. Era così duro che trovava incredibile non essere ancora venuto.

«Ahh, seacláid se vedessi che disegni che sto facendo sul tuo corpo, il mio cazzo sta impazzendo.» Loran diede altre tre pompate al dilatatore. Poi infilò una mano sotto prendendogli in mano il suo cazzo. John mugolò, poi singhiozzò.

«Lo sai che non posso farti venire. Non ora John, so che ce la puoi fare. Bravo seacláid, così, rilassati.» Loran si alzò e riprese in mano la frusta. Altri sei colpi, mirati, precisi e più lenti. Vedeva l’effetto che avevano su di lui, lo stava portando dove voleva, era un sub naturale.

La terza serie di colpi, fu incredibilmente dolorosa, ma accadde una cosa inaspettata per John, ogni colpo che gli arrivava, insieme al dolore, gli portava uno strano calore al petto, una sensazione sconosciuta, era come se il suo corpo gli stesse dicendo che stava bene, che lì e in quel momento, tutto era precisamente ciò di cui aveva bisogno. Si sentiva al sicuro.

«Oh, mio dio, piccolo. Mi stai rendendo così orgoglioso di te.» Gli disse, pompando di nuovo il dilatatore. Mancò davvero un soffio perché venisse. Il colpo che il dilatatore diede alla sua prostata, coinvolse ogni fibra del suo essere, emise un lungo gemito e si morse con forza il labbro, facendolo sanguinare.

«No, non devi farti male. Quello è un privilegio che spetta solo a me. Ti perdonerò per questa volta, ma non farlo più.» Gli disse, leccando la goccia di sangue che sgorgava dalle sue labbra.

Dell’ultima serie di colpi, John sentì solo lo schiocco della frusta, perché quello che arrivò al suo cervello fu classificato come totale beatitudine. Fece appena in tempo a formulare questo pensiero, che il dilatatore uscì dal suo culo, immediatamente sostituito dall’uccello di Loran, quel calore inatteso, le sue spinte, possenti, bisognose! John volò via, nel suo posto segreto, e venne urlando il nome di Loran.

«Seacláid!» Loran si accorse che era riuscito a fargli varcare quella porta e volò via con lui.

L’orgasmo di John così tanto trattenuto durò un tempo interminabile, le sue terminazioni nervose erano così sensibili, che riusciva a sentire ogni fiotto di sperma che Loran rilasciava dentro di lui, ogni suo respiro, il battito dei loro cuori. Tutto gli arrivava centuplicato, le gocce di sudore che cadevano sulla sua schiena, ne poteva sentire quasi il rumore. Era tutto così intenso!

Il vero dolore lo percepì quando Loran si staccò da lui, e anche quello fu così intenso da strappargli un gemito. Lo vide andare nell’altra stanza, avrebbe voluto gridargli di non andare, ma non riusciva ad articolare qualcosa che non assomigliasse a un mugolio. Quando lo vide tornare sorrise involontariamente.

Loran capì dal suo sguardo che non era ancora del tutto tornato, aveva bisogno di lui, lo sapeva. Andò in bagno solo per recuperare qualcosa per pulirlo.

«John, sei stato fantastico, lo sai vero?» Lo girò attento a non toccare i punti dolenti delle frustate, e lo pulì, accarezzandolo lentamente sulle gambe. Poi si stese accanto a lui e lo fece accoccolare nell’incavo del suo braccio, ricoprendolo con il lenzuolo.

«Loran, è stato…mi sento…» Loran lo baciò lentamente, esplorando la sua bocca come se fosse la prima volta.

«Ben tornato seacláid.» Si persero l’uno nell’altro, e fu come specchiarsi.

«Non sarò mai il tuo schiavo, lo sai vero?» Loran lo strinse a sé.

«Lo so. Ma non mi interessa avere uno schiavo. Non voglio che porti un collare. Non ne hai bisogno per sapere che sei mio. Come io sono tuo.» Il cuore di John fece una capriola e iniziò a danzare la samba.

«Quindi come funziona?» John provò a muoversi, il dolore della pelle che sfregava sul lenzuolo gli strappò un urlo poco maschile.

«Girati.» Si mise nuovamente prono. Loran prese dal comodino un unguento e iniziò a cospargerlo sui segni che aveva lasciato. La sensazione di immediato sollievo fu accolta con sospiri profondi da John.

«Meglio?» John annuì.

«Funziona come vogliamo noi John. Io vorrei che tu fossi il mio sub, ma dovrai imparare ad esserlo anche nella vita. Non voglio che sia una cosa che ti possa limitare o imbarazzare. Ma devo sempre essere presente nella tua mente. Ci saranno cose che dovrai fare come ti chiedo, gesti che imparerai a conoscere come richiami o comandi.» John sorrise, iniziava a capire, era un gioco sottile.

«E questo ci ricorderà costantemente quanto siamo importanti l’uno per l’altro…» Questa volta fu il cuore di Loran a ballare la samba.

«Impari in fretta amore mio.» John si buttò tra le sue braccia.

«Non credevo che si potesse amare in questo modo così totalizzante. Non credevo di poter appartenere così a un altro essere umano.» Loran rise. Rise perché era felice, aveva trovato l’altra metà della mela, ora ne era certo.

«Vieni a vivere con me John. Subito.» E John disse di sì, mille volte sì.



Cinque anni dopo



«Agnes, Babette! Venite, zio Loran e zio John sono arrivati!» Loran e John si prepararono all’arrivo di quelle due diavolette di poco più di tre anni che, prese singolarmente erano due angioletti ma assieme, assomigliavano più a una mandria di bufali inferociti.

«Ma guarda come siamo cresciute!» Disse John chinandosi per accoglierle tra le braccia.

«Tio Jo! Tio Oran!» Gridarono all’unisono le bambine.

«Bimbe! Con calma avevamo detto.» Loran socchiuse gli occhi, pensando ai cinque giorni che li attendevano. Lui e John avevano deciso di non avere figli, tutto sommato stavano bene così. Ma sapeva che a John faceva piacere avere la compagnia di quelle due diavolette, perciò quando Jake e Mark volevano un po’ di respiro, si prestava anche lui alla tortura.

«Allora Loran, ho preparato la valigia, dentro c’è tutto quello che serve. Giochi e favole della buona notte comprese. Questo è il numero di telefono del pediatra, comunque vi telefoneremo almeno due volte al giorno.» Loran lo spinse verso le scale.

«Voi non dovete preoccuparvi di nulla, mangeranno cibi sani, e andranno a letto presto.» Si girò verso le bimbe, tirando fuori dalla tasca due caramelle alla frutta di cui andavano matte, facendogliele vedere, visto che lo stavano guardando già con odio.

«Ok bimbe, andate a mettervi il cappotto e le scarpe, qui tra tre minuti e zero secondi.» Disse loro poi, assumendo il tono del comandante. Loro corsero in camera ridendo.

«Hey! Puntualissimi! Vi ha già dato le raccomandazioni?» Disse Mark spuntando dalla cucina.

«Ti prego non ripeterle, altrimenti potrei anche cambiare idea.» Gli disse Loran fulminandolo. Le bimbe nel frattempo erano tornate e John si stava prodigando a finire di allacciare bottoni e sistemare sciarpe.

«Allora bimbe, andiamo?» Disse poi John rialzandosi, provocando le loro grida di gioia.

«Ok, bimbe ci vediamo tra pochi giorni, non fate arrabbiare gli zii e comportatevi bene. Vi telefoneremo appena sarà possibile, ok?» Le piccole lo abbracciarono e fecero lo stesso con Jake che, nel frattempo, era sceso portando il trolley con sé. Chiusa la porta si guardarono.

«Sono già in ansia.» Disse Jake guardando Mark.

«Non hai il tempo, tra massimo un ora dobbiamo essere in macchina.» Mark aveva pianificato quel viaggio da secoli, anche a lui sarebbero mancate, ma gli mancava ancor di più la loro intimità. Il viaggio per arrivare a Windham Mountain durò poco più di tre ore ma, invece di fermarsi in uno dei numerosi resort della zona, Mark prese quello che a Jake sembrava poco più di un sentiero in neve battuta.

«Sei sicuro di non avere sbagliato strada?» Gli chiese, rendendosi conto che la strada si stava addentrando nel bosco.

«Sono più che sicuro. E sì, prima che tu me lo chieda, dove andiamo il telefono ha un’ottima ricezione.» Jake si trattenne dal rifilargli un pugno sul braccio, fermato solo dal timore che questo potesse farlo sbandare. Poi apparve. Un piccolo cottage in mezzo al bosco. Jake non poté fare a meno di emettere un’esclamazione.

«Oh, mio Dio! È stupendo!» Mark parcheggiò l’auto a fianco del cottage e prese i bagagli dal retro, mentre Jake continuava a guardare la casa, tra lo splendore degli enormi pini innevati che la circondavano.

«Vieni o hai deciso di rimanere fuori ancora per molto?» Gli chiese Mark, mentre iniziava a salire le scale. Jake lo seguì all’interno. La casa era stata riscaldata e il caminetto riempito di legna. Al piano terra l’ambiente era unico. Una scala portava al piano superiore, dove c’erano un bagno e una camera da letto, con un lucernaio ampio dal quale si poteva vedere il cielo.

«Beh, complimenti Mark, continui a stupirmi ogni volta.» Gli disse poi, saltandogli al collo.

«Sai cosa succede ora?» Jake scosse la testa.

«Succede che ora tu accendi il camino e io vado a farmi una bella doccia e mi cambio. Poi mentre io preparo la cena vai tu. Chiamiamo le bimbe e dopo ci rilassiamo davanti al camino.» Jake sorrise sornione.

«Mi sembra un ottima tabella di marcia.» Forse le bimbe non gli sarebbero poi mancate così tanto, pensò mentre guardava Mark salire le scale.



«Loran, annota. No dolci ai diavoletti dopo le sette.» Disse John tornando dalla stanza degli ospiti, dove, dopo avere riletto per la quinta volta la favola dei tre orsi, finalmente si erano addormentate.

«Stasera non mi hai versato da bere.» John, che si era gettato sul divano intenzionato a rilassarsi, spalancò gli occhi.

«Ma, Loran!» Quello era uno dei gesti insindacabili che, fin da subito, avevano concordato quando non erano soli.

«Non l’hai fatto e dovrò ricordarti il perché lo fai.» John si alzò e lo raggiunse in cucina.

«Io…mi dispiace. Appena le bimbe torneranno a casa spero di riuscire a farti capire quanto, Master.» Sapeva quanto quei gesti fossero importanti nella loro routine. Non erano grandi cose ma, il versargli da bere, la telefonata alle dieci di mattina, il bagno caldo la sera. Non l’aveva mai dimenticato una sola volta in quei cinque anni, mai. Erano rituali che, anche in mezzo alle persone, ricordavano loro quanto si appartenessero.

«Oh, seacláid! Te lo farò ricordare così bene che, per altri dieci anni, non ce ne sarà bisogno.» John rabbrividì diventando duro all’istante.

«Ma per ora…» Disse Loran, girandosi verso di lui.

«Mi accontenterò di sesso vaniglia con la porta chiusa.» Concluse sorridendogli.



Dopo aver chiamato le bambine, e aver cenato a lume di candela, mentre Jake rassettava la cucina, Mark aveva steso un tappeto a terra, corredato di un soffice piumone e alcuni cuscini, accanto al camino in cui i ciocchi scoppiettavano allegri.

«Appena hai finito raggiungimi.» Gli disse mentre si sedeva sul tappeto e preparava da bere.

«Non vedevo l’ora di arrivare a questa parte della serata.» Esclamò Jake, mentre andava verso il camino.

«Siediti, ti ho versato da bere.» Jake si sedette di fronte a lui e prese la coppa che gli porgeva.

«Al più bel anniversario di sempre.» Disse Mark, invitandolo a fare un brindisi. Appena ebbero sorseggiato il liquore, Mark gli tolse dalle mani il bicchiere, appoggiandolo sul bordo del camino assieme al suo.

«Jake, questi ultimi cinque anni della mia vita sono stati a dir poco incredibili. Mi hai riempito ogni singolo istante di te, di noi.» Jake gli sorrise rilassato, mentre gli prendeva una mano portandola alle labbra.

«Perciò credo che sia giunto il momento…» Mark si mise in ginocchio e tra le sue mani si materializzò un cofanetto di velluto blu.

«Di chiederti…vuoi sposarmi?» Jake si coprì gli occhi e iniziò a scuotere la testa.

«Ti risponderò in questo modo.» Gli disse, tirando fuori dalla tasca un cofanetto molto simile al suo.

«Non si può dire che non viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda.» Jake appoggiò il suo cofanetto e quello di Mark a fianco dei bicchieri, per poi andare a strusciarsi sul corpo di Mark.

«Perché non passiamo alla fase in cui si “consuma” e riprendiamo la fase “scambiamoci l’anello” dopo?» Mark rise.

«Penso che sia un ottima idea, signor Johnson.» Gli rispose, prima di impossessarsi della sua bocca.

Dopo, mentre Mark si era assopito disteso al suo fianco davanti al camino acceso, Jake ripassò a ritroso la loro breve vita insieme. Accarezzò il ricordo di quando, cinque anni prima, bussò alla porta del vicino, quando i suoi occhi, per la prima volta, si posarono su quell’uomo che gli avrebbe cambiato la vita per sempre. Si addormentò con l’immagine di quella porta che si apriva svelandogli il proprio destino.

FINE 



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Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.