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domenica 15 settembre 2019


THE SAME PASSION Capitolo VI – the Trap



Si svegliò prestissimo Efrem, l’emozione di rivederlo, ancora non lo abbandonava un secondo. Aveva atteso così tanto, e così pazientemente, che ogni attimo che passava accanto a lui, era come quando, da piccolo, gli compravano lo zucchero filato, lui era il suo zucchero filato. Il sonno di quella notte, era stato pieno di incubi, sicuramente dovuti al fatto che, prima di dormire, aveva ricordato a lungo, quei due anni infernali. Glieli avrebbe raccontati, a tempo debito, nei minimi particolari. Gli avrebbe raccontato delle notti insonni, passate a ubriacarsi e a rompere ogni oggetto che glielo ricordava. Di quando, dopo che lo aveva cercato ovunque, i poliziotti bussarono alla sua porta, notificandogli il divieto di avvicinamento al Signor Riccardo Lampis, e a tutte le persone che lo conoscevano, oltre, al divieto di frequentare i luoghi che solitamente il Signor Lampis frequentava, e di come, la sera stessa, suo padre lo avesse trovato quasi in coma etilico. Gli avrebbe raccontato anche dei mesi in cui, dopo quell’episodio, fu costretto a restare in una clinica privata per disintossicarsi, e di tutte le sedute psicologiche, a cui l’avevano costretto a sottoporsi. Lo psicologo gliel’aveva detto, “il sentimento che lei prova nei confronti di Riccardo, non è amore, è una dipendenza, come l’alcool o la cocaina che assumeva”, ma lui non c’era cascato, sapeva cosa provava per Riky. Fu in quel preciso momento, che decise cosa avrebbe fatto uscito da lì, avrebbe atteso pazientemente. Riprese il lavoro e ad uscire con gli amici, fece credere al mondo che era andato avanti. Ma, quando restava solo, ogni sua risorsa era dedicata a Riky. Aveva ingaggiato un investigatore privato, che lo seguiva, giorno e notte. Sapeva tutto di lui, tutto. Poi, finalmente, il divieto di avvicinamento fu revocato. Quando la revoca venne notificata a Riky, Efrem passò le settimane successive nel terrore che si opponesse, ma non successe. Lasciò passare ancora qualche mese e poi, mise in atto il suo piano. Affittò un appartamento, non molto lontano dallo studio con il quale Riky collaborava, si licenziò dallo studio di suo padre, adducendo come motivazione la sua “necessità di farsi strada da solo” e iniziò a lavorare come free lance. Pagava profumatamente uno dei ragazzi che lavoravano in quello studio, per sapere vita morte e miracoli del suo Riky. Quando gli confidò, che stava concorrendo per ottenere la commessa di un grosso progetto, e che per lo stesso progetto cercavano anche un interior designer, seppe che il suo momento era arrivato. Fortunatamente, conosceva uno dei committenti, aveva già lavorato per lui, in passato, bastò una cena e il lavoro era suo. Sapeva tutto, di quel progetto, molto prima che Riky lo prendesse in mano. Quello che Riky non sapeva, era che, di lì a poco, sarebbero emerse delle difficoltà, dovute al terreno sul quale l’edificio sarebbe stato costruito, l’unica opzione per loro, sarebbe stata quella di effettuare un sopralluogo nella lontana Dominica. Efrem lo aveva capito subito, conosceva quell’isola e il luogo dove volevano costruire, sapeva che gli scavi avrebbero potuto riservare sorprese. Due giorni prima di iniziare a lavorare insieme a lui, aveva ricevuto una telefonata del committente, il geologo lo aveva chiamato, avevano a che fare con una grossa formazione granitica, lui sapeva come raggirare l’ostacolo, ma lo avrebbe tenuto per sé, andare insieme a Riky in quel paradiso terrestre, era un’opportunità che non si sarebbe lasciato sfuggire, soprattutto ora che, come si chiamava… ah, sì Shogo, si era messo tra loro.
Arrivò allo studio con largo anticipo, ma con sua sorpresa, Riky era già al lavoro.
- Mattiniero! – indossava una maglietta bianca abbastanza aderente e un paio di Levis. Lo seguì con lo sguardo, mentre andava verso la macchina del caffè. “che culo stupendo.” Era in forma il suo Riky, forse un po’ troppo magro, ma quel culetto pieno e sodo, era ancora il suo punto di forza.
- Vuoi un caffè anche tu? – Riky si era accorto del suo sguardo, ma non aveva intenzione di farglielo capire, perciò, continuò ad armeggiare con la macchina del caffè.
- Lo prendo volentieri, ti ringrazio. – non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. Nei suoi sogni, sarebbe andato da lui, gli avrebbe slacciato i pantaloni e.. “quel culo deve essere scoperto e palpato”.
- Sei ancora nel mondo dei sogni? – Riky era di fronte a lui, con il caffè in mano, glielo stava porgendo.
- Ho dormito poco questa notte, pardon. – “questa maglietta è così aderente che ti si vedono i capezzoli…”, li ricordava bene i sui capezzoli rosa, quando glieli stuzzicava diventavano di un colore scuro, la punta leggermente convessa faceva venire voglia di succhiarglieli forte.
- Sei riuscito a finire i disegni? – stava quasi per mettersi a ridere, era così evidente l’effetto che aveva su di lui! Doveva solo provarci, ad avvicinarsi, non vedeva l’ora di potergli ridare almeno la metà delle sberle che aveva ricevuto.
- Ovviamente sì. Dormire poco, almeno, dà la possibilità di lavorare di più. – prese il suo tubo e ne estrasse il disegno disponendolo sul tecnigrafo, ancora qualche minuto e avere i pantaloni non aderenti, non sarebbe bastato a nascondere l’effetto che aveva su di lui.
- Che ne pensi Riky? – Riky si avvicinò per osservare ogni particolare, sarebbe diventato un atrio maestoso, anche se lo odiava come persona, allo stesso modo, la sua ammirazione come professionista, era rimasta immutata.
- Credo che questo, sia uno dei tuoi progetti più belli. – Efrem era dietro di lui, si avvicinò, fino quasi a sfiorarlo.
- È il primo vero complimento che mi fai da quando ci siamo rivisti, potrei illudermi… - sentiva il suo respiro vicinissimo, il cuore di Riky iniziò a danzare.
- “Quando un lavoro è ben fatto, è necessario che venga riconosciuto”, non dice sempre così, tuo padre? – gli occhi di Efrem erano ridotti a due fessure, il suo respiro era diventato più affrettato, sentiva il profumo di Riky, penetrare ogni fibra del suo essere.
- Non mi ricordavo che il tuo odore fosse così buono. – Riky si girò di scatto, senza considerare che, si sarebbe trovato faccia a faccia con lui, a pochi centimetri dalla sua bocca.
- Il mio odore non è più affar tuo. – Efrem, impercettibilmente, si avvicinò alle sue labbra, senza sfiorarle.
- Lo so, e resterà, per sempre, il più grande rimpianto della mia vita. – restarono così, interminabili secondi. Efrem, così come si era avvicinato, si allontanò da lui, lasciandogli la sensazione di essere stato baciato selvaggiamente, pur non avendolo neppure sfiorato. Efrem si portò velocemente alla scrivania, iniziando a lavorare. Riky rimase immobile per qualche minuto, le sue gambe non gli rispondevano. Il suono del suo telefono, lo richiamò alla realtà.
- Hey! – Shogo. Era un sollievo, poter sentire la sua voce, in quel momento. Si spostò nell’angolo della stanza più distante da Efrem.
- Dormito bene? – Shogo non aveva resistito, aveva troppa voglia di sentire la sua voce.
- Come un ghiro! Tutto quel movimento, mi ha dato il colpo di grazia. – Riky rise, pensando al doppio senso che poteva avere quella frase innocente, per fortuna, Efrem non l’aveva sentita, depravato com’era, non poteva che pensare male.
- Io, invece, ho fatto parecchia fatica ad addormentarmi. Ogni volta che provavo a chiudere gli occhi, ti immaginavo disteso accanto a me… - Shogo, sapeva cosa gli aveva promesso, ma, dopo la serata che avevano passato insieme, non era più tanto certo di riuscire a trattenersi.
- E se fossi stato lì, sdraiato, accanto a te? – adorava metterlo in difficoltà. Era chiaro che, nessuno dei due, avrebbe resistito ancora per molto. Il bacio che si erano scambiati, la notte precedente, era stato troppo coinvolgente. Mentre gli stava dicendo quella frase, inconsapevolmente, iniziò a tormentarsi il labbro inferiore mordicchiandolo, anche se Efrem non poteva sentire, ciò che si stavano dicendo, e non sapeva chi ci fosse all’altro lato del telefono, capì, da quell’atteggiamento inconfondibile, di che tipo di telefonata si trattasse.
- Sicuramente, non avresti dormito come un ghiro, e non saresti rimasto per molto tempo sdraiato, accanto a me. – la voce di Shogo, era diventata più profonda, come la prima volta, Riky la ricordava bene, mentre gli parlava all’orecchio.
- E mi dica, Signor Doyle, in quali posizioni mi ha immaginato, nella sua notte insonne? – “vediamo fino a che punto riesci a rimanere un gentleman”. In quell’istante Riky aveva preso la sua decisione, gli avrebbe dato una possibilità.
- Sta scherzando col fuoco, Signor Lampis. Se davvero vuole, gliele posso mostrare tutte, ma dal vivo. – come un adolescente, mentre gli rispondeva, si stava eccitando, a tal punto, da iniziare ad accarezzarsi,
- Per mettermi nelle posizioni che desidera, Signor Doyle, dovrà fare in modo che, il sottoscritto, perda la testa. Pensa di riuscire in questo intento? – era tanto tempo che Riky non flirtava in quel modo, era così bello poter rimettersi in gioco, ed era così eccitante intuire che Shogo stava per esplodere. Era così impegnato in quella conversazione, che non si accorse che Efrem si era avvicinato.
- Domani sera, ti vengo a prendere, alle nove. – “perentorio”, era eccitato al solo pensiero, la decisione che aveva colto in quella frase lo aveva fatto sentire così desiderato.
- Ok, come desidera, signor Doyle. – ancora prima di vederlo, sentì la sua presenza alle sue spalle, si girò, con ancora il telefono in mano.
- Metti giù quel cazzo di telefono, dobbiamo lavorare. – Shogo, sentì quella voce penetrante, capì, immediatamente, che si trattava di Efrem.
- Dì a quella testa di cazzo, che se non la smette, la prossima volta lo gonfio a suon di sberle! E tu, chiamami, se dovesse fare lo stupido, ok? – “wow”, Riky decise di smorzare i toni.
- Tranquillo, abbaia, ma non morde. Ci vediamo domani sera, alle nove, sotto casa mia. – Riky chiuse la chiamata mettendosi subito al lavoro. Evitò gli sguardi di Efrem ma, dal tono della sua voce, aveva capito, perfettamente, quanto fosse arrabbiato. Si parlarono a monosillabi, ma, tra loro, non erano mai servite tante parole, erano sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, quando lavoravano.
- Efrem, sono quasi le dieci, i miei occhi mi stanno supplicando di fare una pausa, per oggi direi che io mollo. – iniziò a strofinarsi gli occhi con vigore.
- Immagino che te ne andrai diritto a casa. – Efrem, parlava senza alzare gli occhi dal tecnigrafo.
- Hai indovinato, mi butto sotto la doccia e vado a dormire. – Efrem lo guardò severamente.
- Devi mangiare, per prima cosa. Sei dimagrito, parecchio. – la tentazione di ribattere, era davvero impossibile da frenare.
- A Shogo piaccio così, che ci vuoi fare. – gli lanciò quella frase, mentre aveva quasi guadagnato l’uscita. Se solo si fosse voltato a guardare l’espressione sul viso di Efrem! Vedere che, invece di essere stato colpito, da ciò che aveva detto, era soddisfatto e sorrideva, lo avrebbe potuto mettere in guardia, avrebbe potuto sospettare che stesse tramando qualcosa, ma non si voltò.
Shogo, dopo avere chiuso la chiamata con Riky, iniziò a tormentarsi, questi cambi repentini di Riky, lo facevano sentire, come se fosse su un’altalena. Non era abituato a dover correre dietro a qualcuno, e neppure ad essere così indeciso sul da farsi. Lo stava facendo impazzire. Mandò un messaggio a Martina
· Ciao, Marti, hai tempo di prendere un caffè insieme? – non voleva parlarle per messaggio, e neanche per telefono, aveva bisogno di guardarla negli occhi.
· Quando? Oggi? – Martina non si aspettava che la contattasse, gli era sembrato, dall’ultima chiacchierata che aveva fatto con Riky, che andasse tutto bene.
· Appena puoi. – era quasi mezzogiorno, con quel caldo non avrebbe mangiato nulla, che fosse inferiore a -10 gradi.
· Se ti va, tra dieci minuti sono in pausa, potremmo vederci al bar “Chicco Verde”, lo conosci? – era un bar-gelateria, vicino al centro.
· Ok, ci vediamo lì. – Shogo s’infilò qualcosa, preso a caso dal suo guardaroba e scese a prendere la moto. Quando arrivò al bar, Martina era già seduta, stava sorseggiando un frappè.
- Ciao. – si salutarono con un bacio.
- Siediti, vuoi un frappè? Qua li fanno buonissimi. – Shogo scosse la testa, ordinò un caffè shakerato. Martina, gli diede il tempo di sistemarsi e attese che fosse pronto a parlare, doveva necessariamente avere bisogno di lei, per chiederle di incontrarla così repentinamente.
- Marti, andrò dritto al punto. Riky è ancora innamorato di Efrem? – Martina quasi sputò il sorso di frappè che aveva in bocca.
- Cosa?! – non era preparata ad una domanda del genere.
- Hai capito benissimo. – “ok, hai tutta la mia attenzione”, il solo pensiero che Riky, potesse rimettersi con Efrem, le faceva rivoltare lo stomaco.
- Io non penso che Riky possa rimettersi con quello che è stato il suo aguzzino. – Shogo scosse la testa, sconsolato.
- Non è questa la domanda che ti ho fatto. Ti ho chiesto se, secondo te, è ancora innamorato di lui. – Martina restò in silenzio per qualche minuto.
- No, non penso che si possa definire innamorato. Io credo, fermamente, che in lui prevalga l’odio. Però, penso anche, che tra di loro siano rimasti degli “irrisolti” pericolosi. – Shogo, la guardò perplesso.
- Spiegati meglio. – Martina bevve un sorso d’acqua, doveva scegliere bene le parole, non voleva che Shogo fraintendesse.
- Quello che è mancato nella loro storia, è stato il finale. Riky è letteralmente scappato da lui, non ci sono stati chiarimenti. Le cose non dette, a volte, non ti permettono di andare avanti. – era ciò che pensava anche Shogo.
- Io sono innamorato di lui, per la prima volta nella mia vita, ho paura di rovinare tutto. Voglio che capisca che faccio sul serio, io lo voglio nella mia vita, Martina. – Martina gli prese la mano.
- Allora buttati, non dargli tregua. Lui ha bisogno di sentire che tu lo vuoi, che ci tieni a lui. Se gli lasci spazio per pensare, per dubitare, darai la possibilità a Efrem di rientrare nella sua vita. – Shogo sorrise, non avrebbe lasciato che quell’imbecille ci riprovasse con Riky.
- Grazie Martina, sei davvero una persona speciale. – si salutarono poco dopo, Martina doveva tornare in ufficio e Shogo aveva un servizio fotografico.
Finito il servizio fotografico, tornò a casa, erano ormai le dieci, quando s’infilò dentro la porta. Era stanchissimo, ma, prima di andare a dormire, mandò un messaggio a Riky.
· Buonanotte, mi manchi. - vide che il messaggio era stato ricevuto. Era a letto da un paio di minuti, quando arrivò la risposta.
· Trovi che io sia troppo magro? - Shogo rise.
· Trovo che tu sei perfetto. - Gli rispose aggiungendo un cuore.
· E cosa ti piace di più, del mio corpo perfetto? - Shogo si mise seduto, la risposta doveva essere precisa.
· Dovrei farti una lista, hai tempo? - faccine che ridevano.
· Ovviamente sì! - gli vennero in mente le parole di Martina.
· Parto dall’alto. I tuoi capelli, lunghi, come piacciono a me, e un po’ ribelli. Le tue labbra, con le quali non puoi capire quante cose potrei fare. Il tuo lungo collo bianco. I tuoi capezzoli mi fanno, letteralmente, partire di testa e ultimo, ma non ultimo, il tuo meraviglioso culo. E a te, cosa piace del mio corpo statuario? - Riky attese un attimo prima di rispondere.
· Tutto, buonanotte. - Uno spasmo lo raggiunse all’inguine.
· A domani. - “Dio, fa che non cambi idea, ti prego.”
Efrem smise di lavorare quando gli occhi gli si chiudevano, le ultime parole di Riky, gli rimbombavano nella testa, come se gliele stesse ripetendo ancora e ancora. Era evidente che stavano insieme, come era evidente che, quella frase, gliel’avesse detta per vendicarsi. Non doveva mollare, non ora che l’aveva ritrovato. Ancora poco, doveva resistere ancora per pochissimo tempo, poi, l’avrebbe avuto tutto per sé, non avrebbe potuto sfuggire alle sue spiegazioni, avrebbe avuto tutto il tempo che gli serviva, per fargli dimenticare quell’idiota. Tolse dalla tasca posteriore dei suoi pantaloni un anello. Lo rigirò tra le mani, più volte, l’iscrizione incisa l’avevano decisa insieme, “I promise to love you”, gliel’avrebbe fatto indossare di nuovo, quell’anello, gliel’avrebbe fatta ripetere, quella promessa.
Il giorno dopo aveva indossato di nuovo la sua maschera, Riky, non avrebbe minimamente sospettato, quanto si sentisse frustrato. Era già al lavoro da almeno un’ora, quando comparve.
- Buongiorno, vieni pure quando ti fa più comodo. – Riky, si sistemò alla scrivania, senza ribattere.
- Il tuo caffè è sulla scrivania, se è troppo freddo te lo rifaccio. – Riky bevve un sorso di caffè.
- No, grazie, va benissimo così. Hai letto la mail che ti ho inviato ieri sera? Penso che, cambiare quell’architrave, sia indispensabile, hai appesantito la struttura, voglio che manteniamo uno standard alto anche in sicurezza, i movimenti tellurici nella zona sono frequenti. – Efrem si mise a controllare i suoi calcoli.
- I tuoi calcoli sono parziali, fino a che non avremo il rapporto del geologo, non puoi sapere se sono esatti. – Riky lo sapeva bene, quei calcoli, dovevano essere arrivati ormai da tempo.
- Ne sono cosciente, li ricontrolleremo tutti, quando avremo quei risultati, hai per caso sentito il committente? – sapeva che Efrem lo conosceva bene.
- Ho un appuntamento telefonico con lui, domani mattina, dovrebbe essere sera da loro.
- Beh, digli che si sbrighino, rischiamo di buttare il nostro tempo. – Efrem si mantenne a distanza da lui tutto il giorno, rimase tranquillo e affabile. Alle sette di sera, Riky, si preparò per uscire.
- Vai già a casa? – troppo tardi, si rese conto, di avere fatto la domanda sbagliata, immaginava già la risposta.
- Esco con il mio ragazzo, stasera. Devo farmi bello. – ma questa volta, Efrem, era pronto.
- Tu sei già bello. Non penso sia possibile, che tu, possa diventare più bello di così. – le sue guance si colorarono di rosso.
- Grazie, lo pensa anche lui. – Efrem fece un mezzo sorriso.
- Vedi di venire presto, domani mattina. – uscì dalla porta senza fiato, era difficile credere che, quell’uomo, fosse lo stesso che gli aveva fatto tanto male, ma lo era e tra poche ore sarebbe stato con Shogo, un uomo che lo adorava come una dea, allora, perché si sentiva così perso?
Cercò, in tutti i modi, di scacciare dai suoi pensieri Efrem, e ci riuscì benissimo, aveva deciso di preparare la cena, non aveva voglia di uscire, questa volta voleva giocare in casa. Alle nove era tutto pronto, aveva preparato una cena giapponese, anche se, il sushi, l’aveva comprato, tutto il resto, lo aveva fatto lui. Pochi secondi dopo le nove, Shogo, suonò il suo campanello.
- Sali. – lo attese appoggiato allo stipite della porta. Quando uscì dall’ascensore, lo accolse con un sorriso smagliante.
- Non sei ancora pronto? – aveva un paio di pantaloncini di jeans strappati e una canottiera.
- Stasera non si esce, ho preparato io la cena, ti spiace? – “per conto mio possiamo già passare al dolce”, Shogo si avvicinò e lo prese per la vita, stringendolo a sé.
- Mi piace essere viziato, voglio il bacio di benvenuto. – lo baciò, facendogli sentire quanto gli era mancato.
- Magari, sarebbe meglio se entrassimo… - gli disse scostandolo.
- Ok. – si girò, facendogli strada, Shogo, notò che i jeans, erano strappati anche dietro, lasciavano intravedere il suo meraviglioso culetto.
- Ti ho preparato una cena giapponese, spero di non sfigurare. Sicuramente sarai abituato a mangiare molto meglio. – Shogo sorrise.
- Non sai quanto ti sbagli, ho iniziato a mangiare giapponese un paio di anni fa, mia madre, non ha mai cucinato per noi. – Riky lo guardò perplesso, pensando a quante volte, in cucina, si era divertito, da piccolo, con sua madre.
- Beh, meglio così. – mangiarono, parlando per un paio d’ore. Il vino era fresco e il clima, quella sera, stava dando una tregua, rivoli di vento entravano dalle finestre.
- Sono pienissimo! E anche un po’ ubriaco, non penso che riuscirei a tornare a casa, in questo stato. – lo sguardo che rivolse a Riky, era pieno di desiderio. Riky si sentì improvvisamente “nudo”, si girò per appoggiare i piatti sul piano della cucina.
- Non vedo per quale motivo dovresti tornartene a casa. – disse Riky, con un filo di voce.
- Se resto qui, ti prenderai cura di me? – “santo cielo, vuoi farmi morire?” pensò Riky. Si girò verso di lui, appoggiandosi al piano della cucina.
- Veramente, pensavo che dovessi essere tu, a prenderti cura di me. – Shogo si alzò dalla sedia, avvicinandosi come un felino. Appoggiò le braccia tese a fianco delle sue braccia. I loro visi erano vicinissimi.
- Come vuoi che lo faccia? Da dove devo iniziare? – gli sfiorò le labbra – forse da qui? – si spostò sul suo collo – certo, le tue labbra mi fanno impazzire, ma il tuo collo non è da meno. – gli diede un piccolo morso, Riky s’inarcò facendo aderire il corpo al suo.
- Portami in camera, ti prego. – Shogo non se lo fece ripetere due volte, lo sollevò di peso e lo depose sul letto. Si tolse la maglietta e i pantaloni.
- Non ti azzardare a spogliarti! A te ci penso io… - Riky, che aveva iniziato a sollevare la canottiera, si bloccò. Shogo salì sul letto, mettendosi a cavalcioni su di lui. Infilò, lentamente, entrambe le mani, sotto la sua canottiera sollevandola sopra la sua testa, senza toglierla. Iniziò ad accarezzargli il torace e a stuzzicargli i capezzoli.
- Posso levarla? – si abbassò su di lui, bloccandogli le mani sopra la testa.
- No, ancora no. – la sua bocca prese il posto delle mani. Gli succhiò i capezzoli, e continuò a leccarli con la punta della lingua, alternando piccoli morsi. Scese dal letto e gli sfilò i pantaloncini.
- Hai intenzione di continuare così ancora per molto? – era percorso da brividi, lungo tutto il corpo. Shogo si riposizionò su di lui, iniziando a strusciare l’uccello sul suo. Lo stava guardando in un modo così sensuale, che Riky stava già sragionando. Si stese su di lui e gli infilò la lingua in bocca, continuando a strusciarsi. Gli tolse la canottiera. Con la lingua percorse il suo torace, spostandosi in basso.
- È ora di scoprire quanto sei eccitato. – gli sfilò i boxer, il suo membro balzò fuori, duro e bagnato.
- Shogo, hai deciso di uccidermi? – per tutta risposta, glielo prese in bocca, facendolo sussultare. “Oddio! È il re dei pompini o cosa?” glielo stava prendendo tutto in bocca, sentiva la sua gola chiudersi sul suo glande. Quando gli infilò un solo dito dentro, non fece in tempo ad avvertirlo, il suo seme invase la sua bocca.
- Io, scusa, non… - Shogo si sollevò sulle ginocchia, pulendosi lascivamente con il pollice, un po’ di liquido che era finito sulla sua faccia.
- Ti sembro dispiaciuto? – senza tanti complimenti, gli sollevò le gambe sopra la testa, portando il suo sedere vicino alla sua bocca.
- Non ti azzardare, ahhhhh – iniziò a prepararlo con la lingua, alternando le sue dita. Mentre lo penetrava con le dita, osservava le sue reazioni.
- Non trattenerti, voglio vederti impazzire… - si accorse che era di nuovo eccitato.
- Ti prego Shogo! – lo aveva dilatato a sufficienza, lo voleva, stava davvero perdendo la ragione.
- Non ho capito, cosa vuoi che faccia? – era certo che sarebbe venuto di nuovo, appena gliel’avesse messo dentro. Riky allargò le braccia e lo guardò in estasi.
- Scopami, ti voglio dentro di me. – Shogo stava per alzarsi, ma Riky lo strinse tra le sue gambe.
- Io… vorrei che non lo usassi, io, non voglio forzarti ma… - “mio, sei solo mio” non gli rispose nemmeno, si spinse dentro di lui. Si fermò, appoggiandosi su di lui per baciarlo.
- Perché senza? – gli rantolò in un orecchio.
- Perché non voglio nessun’altro che te. – iniziò a muoversi dentro di lui lentamente, voleva che quel momento durasse per sempre. Poi, si lasciò trasportare, aumentando il ritmo. Più lo guardava contorcersi e gemere sotto le sue spinte, e più si eccitava.
- Shogoooo sto per venire, di nuovoooo – Shogo non avrebbe resistito ancora a lungo, appena si accorse che stava godendo, uscì da lui, mettendosi al suo fianco, gli venne sul viso.
- Tu non puoi capire, come vorrei avere una tua foto, in queste condizioni. – Riky gli diede una sculacciata.
- Porco. – crollò sul suo ventre, esausto. Fecero la doccia insieme. La mattina dopo, quando Shogo aprì gli occhi, la testa di Riky era ancora appoggiata sul suo torace, non poteva esserci nulla di più bello, della sensazione di beatitudine, che provò in quel momento. Il suono del telefono di Riky, interruppe quell’incanto.
· Non ci sono per nessuno. – rispose Riky, senza aprire gli occhi.
· Sono Efrem, ho appena avuto i risultati del geologo. Abbiamo un grosso problema. – Riky si mise a sedere di scatto, abbandonando le braccia di Shogo.
· Hai tutta la mia attenzione. – Efrem faticò a mantenere la calma, da come gli aveva risposto, poteva immaginare che, al suo fianco, ci fosse Shogo.
· Il terreno, ha scritto il geologo, è una enorme formazione granitica, alterata e fratturata. Dobbiamo andare a fare un sopralluogo. Ho già prenotato il volo per stasera, alle 18, da Linate. – “ora come lo dico a Shogo?”, si passò la mano sul viso.
· Ok, preparo la valigia. – Shogo lo stava osservando, preoccupato.
· Ti passo a prendere alle 16. Vedi di essere pronto. – “come sua maestà ordina!”, chiuse la conversazione e crollò sul letto.
- Che sta succedendo? – un campanello d’allarme si stava accendendo nel suo subconscio. Riky si girò su un fianco, poggiando la testa sulla mano.
- Devo partire per Dominica… insieme a Efrem, ci sono dei problemi con il sottosuolo che richiedono la nostra presenza. – lo sguardo che gli rivolse Shogo, gli fece immediatamente capire che la cosa non gli andava giù.
- Non voglio che tu vada via con lui. – Riky alzò un sopracciglio.
- È lavoro. Io DEVO, andare con lui. – Shogo si alzò, iniziando a vestirsi,
- Hai ragione, e poi chi sono io per chiederti questo? – Riky si alzò in piedi raggiungendolo.
- Hai ragione! Chi sei tu per me, me lo stavo chiedendo anch’io! – Shogo lo baciò.
- Quando avrai una risposta, chiamami. – pieno di rabbia, lasciò la sua casa. Riky si sedette sul letto, ancora una volta, Efrem, era riuscito a rovinargli la vita, ancora una volta.



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giovedì 15 agosto 2019


THE SAME PASSION Capitolo XI – You are my world



“Ciao, stronzo, ore 11 Villa Scheibler. Contando che ora sono le 9,30, non hai molto tempo… ora o mai più, vieni a prenderlo.”
Erano passati appena dieci minuti, da quando aveva preso in mano il telefono e, ancora, non riusciva a capacitarsi di ciò che aveva letto. Automaticamente, compose più volte il numero di Martina ma, dopo appena uno squillo, la linea veniva interrotta. Iniziò a vestirsi, dapprima lentamente, poi sempre più velocemente. Mentre cercava di darsi una parvenza di decenza nel bagno, sentì il suono di un altro messaggio in arrivo, si precipitò in cucina.
“Senti, stronzo, se mi chiami ancora una volta, mi pentirò per sempre di averti avvertito, non c’è tempo! Lo ami ancora o no?! Brutta testa di cazzo, che cosa ci fai ancora lì! Ti giuro che, se arrivi tardi, ti telefonerò tutti i giorni per il resto della tua miserabile vita, per ricordarti quanto tu sia stato idiota!”, il suo cuore aveva aumentato i battiti a dismisura. Si precipitò fuori come una furia. Mentre scendeva, con l’ascensore, guardò il suo orologio, erano le dieci, un’ora, aveva solo un’ora. Fuori dal portone, calcolò che, per arrivare a destinazione, ci sarebbero voluti massimo trenta minuti. Si avvicinò alla sua auto e pigiò il bottone dell’apertura, nulla. Controllò di avere le chiavi con sé, le aveva in tasca. Riprovò ad aprire l’auto, nulla. Cercò di non farsi prendere dal panico, probabilmente la batteria era andata. Prese il telefono e chiamò Mimmo, rispose dopo almeno cinque squilli, del resto, era stato uno dei suoi compagni di bevuta, la notte precedente.
· Hey… già in piedi? – si appoggiò alla sua macchina, non riusciva più a respirare bene.
· Mimmo, ascoltami attentamente. Ora, tu ti metti la prima cosa che trovi, prendi la tua auto e vieni a prendermi, ORA! – il panico si era già insinuato in lui.
· Ma… - diede un calcio ad uno pneumatico.
· ORA! NON FARE DOMANDE! – Mimmo si alzò in piedi e iniziò subito a vestirsi, cinque minuti dopo stava scendendo in strada.
· Ok, sono in macchina, posso collegare? – Efrem non gliel’avrebbe lasciato fare, aveva bisogno di sentire dove fosse in ogni istante, per restare con un minimo di parvenza umana.
· NO. Voglio che tu mi dica dove sei, devo sapere dove sei arrivato. – Mimmo fu contagiato dalla sua urgenza, spinse sull’acceleratore.
· Cinque minuti e sono davanti a casa tua, stai calmo, non so cosa sia successo, ma sto arrivando. – quando vide il Panda svoltare nella sua via, Efrem si permise di guardare l’orario, le 10,17, gli restava meno di un quarto d’ora di margine. Salì in macchina.


- Vai, Villa Scheibler a tavoletta. – Mimmo, sapeva benissimo cosa sarebbe accaduto di lì a poco a Villa Scheibler, non si mosse.
- Non lo fare, ti prego… - Efrem prese il suo telefono, gli mise sotto gli occhi i messaggi di Martina.
- E se ti stesse prendendo per il culo? Se volesse solo umiliarti, farti soffrire? – Efrem scosse la testa.
- Puoi pensare ciò che vuoi, conosco Martina, non lo farebbe mai. Non rischierebbe di rovinare il matrimonio di Riky solo per una vendetta meschina. Non so cosa sia successo ma, se lei mi dice di andare a prenderlo, io le credo, e se tu non parti subito, ti sbatto giù dalla tua macchina e ci vado da solo, scegli… - Mimmo mise in moto e iniziò a macinare strada.
- Dovremmo metterci mezz’ora, sperando di non trovare traffico… - Mimmo sentiva che le sue flebili speranze se ne stavano volando altrove.
- L’altro ieri… - Efrem stava scrivendo a Martina che si era messo in viaggio.
- Cosa?... – Mimmo aveva “lanciato” il suo Panda al massimo.
- Mentre eri in bagno… ho preso una chiamata, dal tuo cellulare… era Riky. – Efrem si bloccò.
- Continua… - Mimmo aveva i segni della colpa scolpiti sul suo viso.
- Penso che abbia creduto che tu e io… - Efrem diede un pugno alla portiera, facendo sobbalzare Mimmo.
- Cazzo! Perché! Perché non me l’hai detto? E perché non ho trovato la chiam… - un altro pugno sulla plancia.
- Efrem… mi dispiace, io credevo che tra noi… - Efrem si coprì la faccia con le mani.
- Dio! Mimmo! Tra me e te c’è una splendida amicizia, non ti ho mai, dico MAI dato una ben che minima speranza, che ci potesse essere di più! – Mimmo si stava mordendo il labbro, si sentiva davvero male.
- Perdonami se ho voluto sperare fino alla fine! Lunedì avrai le mie dimissioni sul tavolo. – Efrem guardò l’ora, le 10,34, due uscite e avrebbero visto la loro.
- Non voglio le tue dimissioni, non se riuscirai a farmi arrivare in tempo… - Mimmo si voltò verso di lui… “amici”.
- Fosse l’ultima cosa che faccio, a costo di entrare dentro quella sala con la Panda! – alle 10,53 lo lasciò davanti all’entrata. Mandò un breve messaggio a Martina, “sono davanti all’entrata, dammi la direzione…”, passarono alcuni minuti prima che rispondesse, nel frattempo Mimmo l’aveva raggiunto.


· Entra, percorri il viale, dentro l’atrio troverai i cartelli con i nomi e la direzione della sala, sbrigati, hanno appena iniziato. – Efrem iniziò a correre. Come gli aveva detto Martina, trovò i cartelloni con indicate le sale e le cerimonie che si stavano tenendo. Quando arrivò davanti alla porta si bloccò.


- Efrem? – aveva la mano appoggiata sulla maniglia, ma non si muoveva.
- Perché non apri? – Efrem continuava a rimanere immobile.
- E… una volta entrato, che cosa gli dico? – era successo tutto così velocemente, che non ci aveva ancora pensato. Mimmo poggiò la mano sulla sua, sopra la maniglia.
- Perché? È così importante quello che dirai? – Efrem lo guardò e gli sorrise.
- No. – Mimmo fece pressione sulla sua mano, la porta si aprì.
-
“Il presente verbale, al quale allego il verbale della richiesta, viene letto ai dichiaranti i quali, insieme con me ed i testimoni, lo sottoscrivono.” Efrem percorse il corridoio nel brusio generale, fermandosi a pochi passi da Riky.


- NO! Non firmare, ti prego, non lo fare… – Riky, con la penna in mano, si girò verso di lui. Fu una questione di una frazione di secondo, Shogo scattò nella sua direzione e, in un attimo, gli fu addosso, sferrandogli un pugno dritto sulla guancia. Martina gridò a Ettore di fermarlo, e lui si precipitò a bloccare Shogo, Efrem non aveva reagito.
- OK! OK! Sono calmo! Lasciami! – Shogo, aveva le braccia bloccate dal suo testimone dietro la schiena. Ettore guardò Martina, che gli fece cenno di lasciarlo. Mentre Efrem, che era caduto a terra, cercava di rialzarsi. Lo sguardo di Riky era indecifrabile, poggiò la penna sul tavolo e scambiò un paio di frasi con l’officiante. Scese lo scalino che lo divideva da Efrem e gli tese la mano per aiutarlo a rialzarsi.
- Hai esattamente due minuti, a partire da ora, per dirmi che cosa ci fai qui… insieme al tuo amante… - Efrem girò la testa verso Mimmo, sorrise.
- Prima di dirti cosa ci faccio qui, è indispensabile chiarire che, il qui presente Mimmo non è, né mai sarà, il mio amante. Siamo solo ottimi amici che, ti posso assicurare, non hanno mai scopato. Cosa ci faccio qui… ho bisogno di parlare con te, possiamo andare fuori un secondo? – Riky si girò verso Shogo che era furioso.
- No. Se vuoi dirmi qualcosa dillo ora e qui. – Efrem socchiuse gli occhi e respirò profondamente.
- Ok. Tu non puoi legare la tua vita a lui e ti spiego il perché. Nessuno ti conosce quanto me, ad esempio, potrei scommettere tutto il mio conto in banca che, la canzone che hai scelto per concludere la cerimonia è Take Me to The Church di Hozier. – non attese la risposta, era certo che fosse quella la canzone, continuò a guardarsi le punte dei piedi mentre parlava.
- Sono anche sicurissimo che, la meta del vostro viaggio di nozze sia il Giappone, potrei darti anche l’itinerario, credo che non lo sbaglierei. Riesco a capire com’è il tuo umore da quello che mangi la mattina quando ti svegli. Se mangi dolce sei di pessimo umore, se mangi salato sei al settimo cielo ma, Dio ci scampi se prendi solo un caffè! Quando sei preoccupato, una piccola ruga si forma in mezzo alle tue sopracciglia e la mantieni anche quando sorridi. Conosco ogni centimetro del tuo corpo e, ancora di più, ogni millimetro della tua anima… - prese un respiro, era cosciente che ogni sguardo, dentro quella sala, era puntato su di lui ma, in quel momento, non gliene fregava assolutamente nulla. Riky, aveva iniziato a mordicchiarsi il labbro inferiore, il suo cuore palpitava talmente forte, che temeva che si sentisse, nel silenzio irreale della sala.
- Ti ho amato dal primo istante in cui ti vidi, spettinato e disperato, con i libri a terra, in mezzo all’atrio più grande che avessi mai visto. Ma appena alzasti la testa, tutto scomparve, c’eri solo tu… ci sei sempre stato solo tu… so di avere rovinato tutto, so di avere sbagliato ma… non riesco a rinunciare a te, davvero, non ce la faccio! Ci ho provato, Dio solo sa quanto ma… non ci riesco! E… non sono mai stato bravo ad esprimere i miei sentimenti, perciò, prendo in prestito qualche parola dal mio “amico” Auden. – si avvicinò a Riky e alzò lo sguardo, puntandolo direttamente dentro la sua anima - Sei tu il mio nord e il mio sud, il mio oriente e il mio occidente… sei i miei giorni di lavoro e i miei giorni di festa, il mezzogiorno e la mezzanotte, sei la mia musica e le mie parole, ti prego, ti supplico… vieni via con me e rimani con me… per sempre. – Martina era in lacrime, così come mezza sala, il silenzio era irreale.
- Bene, hai detto quello che dovevi dire? Potresti andartene ora, che io e Riky abbiamo qualcosa da terminare? – Shogo si stava avvicinando a Efrem, ma la mano di Riky gli catturò un polso. Gli si avvicinò e gli prese entrambe le mani.
- Sono davvero dispiaciuto, non puoi capire quanto, ma… - Shogo si sciolse dalla sua presa, i suoi occhi iniziarono a lanciare lampi di ira.
- Ma cosa? Vuoi credere alle cazzate che ti sta dicendo questo bastardo? Ti ho dato tutto in questi anni! TUTTO! – Efrem osservava la scena, senza capirci più nulla. Mimmo si avvicinò e gli sussurrò: “prendilo e scappa”, gli mise le chiavi della macchina in mano, questo gli diede la scossa, prese la mano a Riky, i loro occhi s’incontrarono. Scese lo scalino, iniziò a percorrere il lungo corridoio insieme a lui.
- TI FARO’ PENTIRE DI QUESTO! SEI SOLO UN PICCOLO ARROGANTE PEZZENTE! IO TI ROVINO! – la presa sulla mano di Riky si fece più forte, il passo più veloce, doveva portarlo via di lì, il più lontano possibile da Shogo. Corsero fino alla macchina di Mimmo e risero, risero come pazzi. S’infilarono dentro la Panda e Efrem la “lanciò” sulla strada. I loro cuori, non ne volevano sapere di calmarsi, tra loro scese un silenzio imbarazzante.
- L’ho combinata davvero grossa… - l’enormità della sua decisione, piombò addosso a Riky come un macigno. Efrem accostò l’auto.
- Sei ancora in tempo, se non te la senti… so quanto ti sia costato, credere alle mie parole e so che temi il giudizio dei tuoi cari, io… - Riky, si buttò letteralmente sulle sue labbra. Quel bacio spezzò ogni dubbio e ruppe ogni barriera. Dopo un attimo di sorpresa, Efrem lo abbracciò, prendendo possesso della sua, tanto desiderata bocca, era un abbraccio titubante il suo, quasi temesse di romperlo. Si staccarono, ansimando.
- Ti sembro pentito? – Efrem, però, non voleva affrontare il mondo immediatamente, avevano bisogno di ritrovarsi, prima di dare spiegazioni su spiegazioni, dovevano tornare ad essere coesi, insieme contro tutti, se fosse stato necessario. Si rimise in strada.
- E adesso… - “se tu solo sapessi che forza mi hai dato!”, gli prese la mano, portandola alla bocca per baciarla.
- Adesso si va in montagna, per qualche giorno… dall’alto si studiano meglio le strategie. – arrivarono a casa di Efrem e, dopo qualche ora, e un buon elettrauto, partirono per la casa in montagna. Efrem, l’aveva comprata pochi mesi prima che si lasciassero, Riky non c’era mai stato. Sapeva dove si trovava, ma non aveva voluto vedere neppure le foto allora, ma ora, ci stavano andando, insieme. Arrivarono a Bormio all’ora di cena, si fermarono a mangiare in un piccolo ristorante a pochi metri, lo avrebbe scoperto dopo, dalla loro casa. Riky scoprì di avere parecchia fame, il viaggio era stato molto silenzioso, ma non un silenzio imbarazzante, come quello iniziale, un silenzio pieno di parole, se si fosse concentrato Riky era convinto che, sarebbe riuscito a sentirle uscire dai loro cervelli.
- Ho mangiato anche per te, a quanto sembra. Hai mangiato pochissimo… - Riky osservava Efrem giocherellare con il cibo.
- Hai poca memoria… - Riky arrossì, improvvisamente gli tornarono in mente un sacco di cose e, una tra quelle, era il fatto che, quando Efrem aveva voglia di fare sesso, perdeva interesse per il cibo.
- Credo che sia meglio chiamare Martina e sentire che aria tira, non è giusto lasciarla sola ad affrontare tutto. – Riky scoppiò a ridere
- Da quando ti preoccupi di Martina? – Efrem socchiuse gli occhi, prese il telefono e gli fece leggere i loro messaggi.
- Credo… da quando è diventata il mio personale cupido… se non fosse stato per lei, noi, non saremo qui ora. – a Riky s’inumidirono gli occhi. Compose il numero dal telefono di Efrem, gli rispose subito.
- Mi dovete un favore lungo tutto il resto della vostra vita, ne sei cosciente? – Riky, sentendo la sua voce, non resistette più, scoppiò a piangere. Efrem prese il telefono.
- Martina? Sono Efrem. – Martina, avendo riconosciuto la voce di Riky, rotta dal pianto, partì in quarta.
- Che cazzo gli hai fatto? Perché sta piangendo? Brutto stronzo psicopatico, vengo lì e ti ammazzo! – Efrem scosse la testa.
- Non è quello che ti stai immaginando nella tua mente bacata, si è solo emozionato a sentire la tua voce, appena si calma, te lo passo. Ora, se non ti è di troppo disturbo, vorremmo sapere com’è la situazione lì, ti metto in viva voce, siamo in un locale pubblico, se puoi evitare di fare lo scaricatore di porto, te ne sarei eternamente grato. – Martina era esausta, aveva dovuto gestire quella situazione a dir poco spiacevole e, davvero, non ne poteva più.
- Ti ho messo in viva voce. – Riky si era calmato, Efrem gli teneva la mano sul tavolo.
- Marti, ci racconti cos’è successo, dopo che ce ne siamo andati? – Martina, sentendo la sua voce, si tranquillizzò ed iniziò a raccontare.
- L’officiante ha parlato con Ettore e se n’è andato. Shogo passava da momenti in cui era attonito, ad altri in cui sembrava dare di matto. Non è venuto subito da me, ha prima parlato con i suoi genitori. Io, ho parlato con tua madre e l’ho fatta portare a casa da Ettore, che gli ha spiegato cosa stesse succedendo e, tu non ci crederai, era contenta, ha detto, testualmente: “Riky, con quel buono da niente non ha nulla a che spartire. Anche se, continuo ad essere preoccupata che sia con Efrem, credo che lo ami davvero.” Quando l’ha lasciata a casa, era tranquilla, comunque, appena puoi, chiamala. Shogo, dopo aver parlato con sua madre, è venuto da me, mi ha detto che ti avrebbe fatto causa e che avrebbe dedicato tutto il resto della sua vita a rovinare la vostra. Ho sfruttato il pranzo di nozze, insieme agli amici, visto che l’avevi già pagato. La torta era davvero buona, ti manderò le foto. Il viaggio in Giappone l’aveva organizzato e pagato Shogo, per cui, non me ne sono preoccupata. Non voglio dirti cosa fare, ma, se fossi in te, una telefonatina a Shogo la farei… almeno provaci. – non sapeva se ne avrebbe avuto la forza, ma, come sempre, Martina aveva ragione.
- Ok, non ti dico dove siamo, se non lo sai, non lo puoi dire… abbiamo intenzione di restare fuori dalla bufera per qualche giorno, e sì… lo chiamerò. – Efrem gli strinse ancora più forte la mano.
- Martina, io ti sarò per sempre grato, di non avere ignorato ciò che hai intuito. – Martina era soddisfatta, ed era sempre più convinta, di avere fatto la scelta giusta.
- Ora, dovete solo essere felici, solo questo… e, Riky, per piacere, cerca di non tenerti tutto dentro, d’ora in poi… - si salutarono, Efrem pagò il conto e uscirono dal locale. S’incamminarono per un vicolo, che sbucò davanti a un cancello. Attraversarono un piccolo boschetto e finalmente giunsero davanti alla loro casa, una baita.
- Oh mio Dio, non mi dire che è questa! – Efrem era orgogliosissimo del suo rifugio e, poterlo condividere con il suo uomo, era un sogno che diventava realtà.
- E non l’hai ancora vista dentro! – aveva mantenuto il legno originale, dove aveva potuto, ma, dentro, era una bomboniera. Una vasca idromassaggio, soppalcata, al lato della sala, proprio davanti al camino, faceva bella mostra di sé. Di fronte, una bellissima cucina, con forno a legna e, a fianco, una scala portava al piano superiore dove, si trovavano la camera e il bagno. Gli occhi di Riky vagavano, scoprendo tutti i particolari.
- Ti piace quello che vedi? – lo abbracciò, appoggiandogli il viso sulla spalla. Lo avvolgeva completamente da dietro, i suoi capelli sapevano di frutta.
- Mi piace molto quello che vedo, e ancora di più, quello che sento in questo preciso momento. – il suo cuore era pieno di amore, avrebbe potuto riempire l’universo, con l’amore che provava per Efrem, e ancora ne sarebbe avanzato un po’. Efrem lo lasciò andare, scostandosi da lui quasi frettolosamente.
- Bene, che ne pensi di sistemarci? Poi possiamo andare a dormire, io dormirò sul divano questa notte… - non lo stava neppure guardando in faccia, si aggirava come un folletto impazzito. “Che cazzo sta succedendo? Cosa mi sono perso?”, non avrebbe più taciuto, non più.
- E per quale strano motivo vuoi dormire sul divano? – Efrem, non era abituato a questo suo nuovo modo di affrontarlo a viso aperto. Si fermò, girandosi per guardarlo.
- Ho paura, ho una fottutissima paura che tu ti rompa, ho paura di poterti rompere, non riesco neppure a stringerti a me come vorrei! E se ti facessi male, mentre facciamo l’amore? Se tu mi guardassi con quegli occhi terrorizzati che avevi quando ti venivo a cercare? – Riky si morse il labbro inferiore. Iniziò a spogliarsi, si tolse la felpa, le scarpe, la maglia, i pantaloni, rimanendo con addosso solo i boxer. Efrem, senza parole, con le braccia a penzoloni, lo guardava come se stesse ammirando un’opera d’arte.
- Smettila… ora mi lego anche i capelli… - alzò un sopracciglio e gli sorrise maliziosamente.
- La nostra vita, insieme, inizia ora. Devi stringermi, fino a togliermi il respiro. Devi farmi sentire quanto mi vuoi, senza paura di farmi male… io ho intenzione di fartene questa notte e… anche nelle prossime. Ho intenzione di graffiarti la schiena e morderti… ora… puoi restare passivo, oppure… - un rantolo sfuggì dalla bocca di Efrem.
- Piccolo, se continui a provocarmi così… - gli si avvicinò, continuando a mordicchiarsi il labbro inferiore, quando si trovò a pochi centimetri da lui, lo spinse a sedere sul divano.
- Ora stai fermo. – salì sopra di lui a cavalcioni, iniziando a strusciarsi. Il profumo di Riky riempiva il suo cervello, Efrem lo abbracciò, dapprima lentamente poi, gli afferrò i capelli e gli leccò la gola.
- Vedi… non è difficile. – lo liberò dalla sua presa, le loro bocche si riconobbero in un bacio lungo e sensuale. Le sue mani strinsero le natiche di Riky, accentuandone il movimento. Riky iniziò ad armeggiare con i suoi pantaloni, quando riuscì a liberarlo, scese da lui e si mise in ginocchio.
- Oddio Riky… - Riky prese in mano il suo uccello e iniziò lentamente a masturbarlo, leccandogli il glande.
- Non mi sembra una buona idea, se fai così, non credo che potrò resistere… - Ricky alzò lo sguardo.
- L’intenzione è proprio questa… così, con il secondo round, duri di più… - lo accolse tutto dentro la sua bocca, Efrem si perse in lui. Non gli ci volle molto per godere, ma, con grande sorpresa di Riky, la sua erezione non si abbassò per nulla. Si tolse la camicia, mangiandoselo con gli occhi. Quando si tolse i pantaloni Riky riprese a torturarsi il labbro inferiore.
- Sdraiati, ora sta a me farti impazzire… - lo coprì con il suo corpo, poi, lentamente, scese con la sua lingua ad esplorarlo. Ogni fibra del corpo di Riky era per lui, lo baciò ovunque, godendo di ogni sua risposta. Lo girò su sé stesso e infilò la lingua nel suo orifizio, ogni suo gemito lo mandava in estasi. Si sdraiò su di lui, strusciandogli l’uccello in mezzo alle natiche.
- Nella fretta non ho preso condon… - Riky voltò la testa indietro.
- Non credo che avrei voluto che li indossassi… - uno spasmo, dolorosamente piacevole, lo raggiunse direttamente nell’uccello.
- Girati, è arrivato il momento dei morsi e dei graffi… - Riky non se lo fece ripetere due volte. In un attimo si girò e alzò le gambe pronto a riceverlo. Efrem lo penetrò lentamente, senza perdersi la vista del suo viso, travolto dall’emozione. Si accasciò su di lui.
- Ti amo… ti prego, non lasciarmi mai più. – Riky gli tirò i capelli, per alzargli la testa.
- Ti amo anch’io… tanto che non ricordo più chi sono, quando stiamo insieme… devi ricordarmelo, se mi ami, davvero non farmi perdere mai più. – Efrem prese a muoversi e poi, fu tutto perfetto, morsi e graffi compresi.
Tornarono a Milano due settimane dopo, cenarono con Martina e Ettore, li portarono al Seta, era il minimo che potessero fare per loro. Nella cassetta della posta, Riky trovò una lettera di uno studio legale di Milano, Shogo, gli stava chiedendo un risarcimento a sei zeri, per il loro mancato “matrimonio”. Consegnò la lettera a Efrem, il loro legale gli consigliò di provare a ragionarci. Lo chiamò la sera stessa e fissarono un incontro.
- Vuoi che venga con te domani? – Riky ci pensò un momento.
- Non credo sia il caso, se c’è una speranza di farlo ragionare, svanirebbe nel nulla… - Efrem era preoccupato, ma era sicuro di lui e, stranamente, non si sentiva geloso.
- Ok, dimmi qualcosa, quando avete finito… - quella sera, per la prima volta, dormirono ognuno nella propria casa. Riky sentiva già la mancanza del suo odore, della sua voce, ma, nessuno dei due, aveva ancora affrontato il discorso di dove vivere, e si obbligò a non avere fretta.
L’incontro con Shogo era alle diciassette, in un bar del centro. Riky arrivò con mezz’ora di anticipo. Lo vide entrare nel bar, era dimagrito e aveva le occhiaie. Gli fece un cenno con la mano, Shogo si diresse al tavolo, sedendosi di fronte a lui.
- È stata una bella vacanza? – Riky abbassò lo sguardo.
- Non vuoi davvero che ti risponda… - Shogo tamburellò con le dita sul tavolo.
- Davvero, no… perché? Perché hai scelto lui? Lo rifarà, questo lo sai! – Riky alzò lo sguardo, fulminandolo.
- No, non lo rifarà. – negli occhi di Shogo passò un lampo.
- Mettilo alla prova… - Riky lo interrogò con lo sguardo.
- Facciamo un’ipotesi… se io, ad esempio, gli mandassi un paio di foto tue mentre ti sto facendo godere come una troia, come pensi che reagirebbe? – brividi di paura percorsero il corpo di Riky.
- E mettiamo, sempre per ipotesi, che io quelle foto le abbia proprio qui, adesso, sul mio smartphone… - Riky cercò di prenderglielo.
- Tieni a posto quelle mani… - Riky sentì che il panico si stava impadronendo di lui.
- Tu non lo farai! Credi che potrei tornare con te, anche se dovessi avere ragione? – Shogo sghignazzò.
- E chi ti vuole più! Di troie come te è pieno il mondo… voglio solo fartela pagare… voglio che tu soffra, come ho sofferto io. – Riky strinse i pugni.
- Dimmi una sola volta in cui io ho detto di amarti… una! Lo sapevi fin dall’inizio che non provavo nulla per nessuno, non l’ho mai nascosto! – Shogo gli catturò una mano stritolandola.
- Però in questi anni ti ho fatto comodo, un porto sicuro, sesso a volontà, nessun problema di soldi… come una puttana… - Riky sapeva di essere stato egoista, e in un certo senso, si era sentito in quel modo, ma era anche vero che, non gli aveva mai detto di amarlo.
- Mi dispiace, davvero mi dispiace di avere approfittato di te, ma non pensavo di provare ancora qualcosa per Efrem, tutto questo ha travolto anche me… sono stato stupido, non avrei mai dovuto iniziare una storia con te, né con nessun’altro, senza provare dei veri sentimenti, ma non posso tornare indietro e… in realtà quello che ti brucia di più è che per la prima volta hai perso un giocattolo di cui non ti eri ancora stancato, perché è questo che hai sempre provato per me, ammettilo… - Shogo girò lo smartphone verso di lui, quattro immagini erano appena state spedite a Efrem. Rimase a bocca aperta.
- In bocca al lupo… spero di non sentire il tuo nome al telegiornale di domani… - si alzò e se ne andò, lasciandolo tremante e insicuro su quella sedia.
Il suono di una notifica distrasse Efrem dal lavoro al tecnigrafo. Prese in mano l’apparecchio e vide che era un messaggio di Shogo. Le immagini che si stavano scaricando, mostravano un corpo che lui conosceva bene. Il dolore allo stomaco gli fece venire la nausea. Si sedette, cercando di non chiudere la comunicazione con il suo cervello. Mandò un messaggio a Riky.
· Avete finito? – Riky lesse il messaggio, per un attimo pensò di parlargli di cosa era accaduto, ma non ne ebbe il coraggio.
· Sì, sto tornando a casa. – Efrem rispose immediatamente.
· Vieni a casa mia. – aveva paura, ora aveva davvero paura, e se Shogo avesse avuto ragione?
· Ok. Ci vediamo lì. – mentre guidava verso casa di Efrem, si rese conto di stare tremando, ma cercò di farsi forza. Dalla strada, vide che la luce della cucina era accesa, Efrem era già arrivato e lo stava aspettando, provò un déjà-vu… aprì la porta, lui era lì al centro della stanza, esattamente come “quella volta”. Le sue gambe diventarono di gelatina. Efrem si avvicinò lentamente e alzò le braccia, Riky si copri la testa e il viso con le sue, lo avvolse nel suo abbraccio iniziando a baciarlo un po’ dappertutto.
- Per fortuna… sei tutto intero… temevo che ti avesse fatto del male. – Riky abbassò le braccia e lo scostò.
- Hai… ricevuto… - Efrem gliele mostrò.
- Neppure per un secondo, ho pensato che fossero foto recenti… ma tu, hai creduto che ti stessi per picchiare, vero? – Riky appoggiò la testa sul suo petto.
- Sì, mi dispiace… - Efrem affondò il viso nei suoi capelli.
- Devo mandare un biglietto di ringraziamento a quell’uomo, per la seconda volta, mi ha permesso di farti capire che sono cambiato. Anche se fossero state foto di oggi, non avrei alzato un dito su di te, questo non significa che non sia geloso… - gli sollevò il mento con la mano e lo baciò dolcemente.
- Torna a vivere con me, amami ogni giorno. – Riky si strinse a lui.
- Credevo che non me lo chiedessi più… proprio come nel manga che mi hai regalato, invecchieremo insieme, me lo prometti? – Efrem gli prese il viso tra le mani.
- Solo se mi farai morire per primo, non sopporterei di restare senza di te, in questo mondo. – in quel mondo, che apparteneva solo a loro.



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domenica 4 agosto 2019


THE SAME PASSION Capitolo X – Life after you



La sera in cui lasciò Riky in aeroporto, andandosene mano nella mano con Mimmo, non fu così catastrofica come si aspettava. Mimmo lo costrinse a cenare con lui, era davvero un tipo divertente, e Efrem, dopo che gli aveva retto il gioco, beh, gliela doveva una cena. Parlò quasi sempre lui, dei suoi sogni di diventare un modello quotato, del diploma di ragioniere che aveva appena conseguito solo per mettere a tacere i suoi genitori, della sua passione per il calcio. Efrem lo ascoltava, perdendosi nei suoi entusiasmi anche se si sentiva svuotato. Riky aveva fatto la sua scelta, e non era lui. Lo avrebbe rivisto mercoledì, e poi più avanti, sapeva che avrebbe atteso quei momenti scandendone i secondi, ma non avrebbe fatto nulla per fargli cambiare idea. Non meritava il suo perdono, ora voleva rimanere solo per poter curare le sue ferite, che, per lo più, si era inferto da solo. Aveva rovinato tutto, non chiedeva più nulla alla vita, se non di sopravvivere senza più danneggiare nessuno, solo sopravvivere. Mimmo non la pensava allo stesso modo, gliel’aveva detto chiaramente.
- Io non ho mai amato nessuno, e sinceramente, per ora, non mi interessa legarmi. Sono troppo preso da me stesso e dalla mia carriera. Ma ti capisco, credimi. Però non devi chiuderti in questo modo al mondo, altrimenti, per me, non ci sarà alcuna possibilità di portarti a letto! – Efrem rise, Mimmo era un vero “giullare”, una persona davvero interessante e, se non fosse per il totale disinteresse per qualsiasi tipo di contatto, che non fosse l’amicizia, sicuramente ci avrebbe provato.
- Un discorso serio fino in fondo mai? – Mimmo gli sorrise.
- Assolutamente serio, fino in fondo. – scoppiò a ridere.
- Comunque voglio il tuo numero di telefono, questa storia non finisce qui, non puoi comprare il mio silenzio con una cena in un pub! – Efrem cedette al suo ricatto e si scambiarono i numeri.
Il mercoledì successivo arrivò in un lampo, Riky gli parve un po’ provato, ma non gli chiese nulla. I loro discorsi si limitarono al lavoro e poco altro. Cercò di imprimersi nella memoria ogni singola espressione del suo volto, gli odori, i brevi contatti di pelle, voleva portarli con sé, rinchiuderli dentro un cassetto, per poi poterli tirare fuori nelle serate buie che avrebbe trascorso.
La telefonata di Martina, qualche giorno dopo, lo sorprese, ma, in un certo senso, fu felice di sentire la sua voce. Avere, proprio da lei, la conferma che Riky provava ancora qualcosa per lui, lo portò alle stelle e, allo stesso modo, negli abissi più profondi. La sicurezza che, una persona che davvero amava Riky, quasi quanto lui, lo avrebbe “tenuto d’occhio”, gli diede sollievo. Non erano mai diventati amici con Martina, probabilmente debito alla “rivalità” che avevano nei confronti di Riky, ma l’aveva sempre apprezzata, era una persona schietta, su cui si poteva sempre fare affidamento, anche con lei, se si fosse comportato in modo differente, sarebbe potuta andare meglio, se solo le avesse dato lo spazio che meritava… ma, anche per questo, era troppo tardi, era troppo tardi per tutto.


- Mimmo? – Mimmo lo richiamò circa un mese dopo, quasi si era dimenticato di avergli dato il suo numero.
- Efrem? – gli rispose la voce dall’altra parte, facendogli eco.
- Non ti ho chiamato… - sentì un sospiro.
- No, non l’hai fatto… e io, non sono abituato a correre dietro agli uomini. Comunque, volevo solo sapere come stai, non saltarti addosso, anche perché, per telefono mi risulterebbe decisamente difficile. – Efrem sorrise.
- Ti devo una vera cena, se non ricordo male. – Mimmo si rianimò.
- Ecco, almeno la memoria ti funziona ancora! – Efrem consultò la sua agenda.
- Giovedì, potrebbe andare bene? – Mimmo aveva davvero voglia di vederlo, pur sapendo che, con tutta probabilità, non sarebbe accaduto nulla tra loro, continuava a pensare a lui.
- D’accordo, giovedì vengo a prenderti con il mio bolide. – Efrem non si ricordava bene che macchina avesse, ma sospettò che di “bolide”, avesse solo il nome.
- Ok. Alle otto e mezza? – Mimmo sapeva già che avrebbe ritardato, ma non gli disse nulla, non voleva dargli nessuna scusa per ritirarsi.
- Perfetto! Vedi di prenotare in un posto dove si spenda tanto e non in un altro pub! – Efrem non amava i posti esclusivi, ma lo avrebbe accontentato ugualmente.


Ormai erano le nove, e di Mimmo non c’era ancora nessuna traccia, Efrem stava per chiamare il ristorante e disdire la prenotazione, quando il campanello squillò.
- Chi è? – dall’altro lato del citofono una voce ansimava.
- Chi diavolo vuoi che sia? Scendi? – Efrem, aveva deciso di fargli capire quanto non avesse gradito questo suo ritardo, ma sentire la sua voce per citofono, lo aveva fatto ridere, come al solito. Appena aprì il portone, Mimmo lo stava aspettando poggiato al suo “bolide”, una scassatissima Panda di un colore indefinibile.
- E tu, vorresti presentarti al “Seta” con questa macchina e quei vestiti? – i suoi jeans, strappati un po’ dappertutto, e aderenti sul culo da far venire voglia di pizzicarglielo, non erano adatti al locale in cui lo stava portando.
- Perché? Cos’ha la mia macchina che non va? E il mio abbigliamento è ASSOLUTAMENTE consono, sono un modello! – “questo è completamente pazzo!”, pensò Efrem mentre saliva sul Panda che aveva visto tempi migliori.
- Ok, andiamo a mangiare, siamo già in ritardo. – Mimmo salì alla guida e raggiunsero il ristorante. Efrem, si rese subito conto che il ragazzo aveva assolutamente ragione, gli sguardi dei commensali erano tutti per Mimmo, era nato per farsi guardare.
- Allora… vediamo, sei ancora tutto intero. Respiri, mangi… sei a cena con uno dei ragazzi più belli attualmente in Milano… - Efrem sorseggiò il suo vino.
- Guarda che sei tu quello fortunato sai? – Mimmo si mise a ridere.
- E sentiamo, di grazia, per quale motivo sarei il fortunato? – appoggiò i gomiti sul tavolo, adagiando la testa sulle mani e ammiccando verso di lui.
- Sei l’unico uomo da cui mi lascio avvicinare, sono un bello e impossibile. – Mimmo riprese a mangiare, aveva perso la sua aria scanzonata.
- Quanto mi farai avvicinare? – gli chiese, senza scostare lo sguardo dal suo piatto.
- Non quanto vorresti, temo… - Efrem ora lo stava osservando, attendeva una battuta che stranamente non arrivava.
- Quindi, per ora… solo amici? – Efrem distolse lo sguardo e ricominciò a mangiare.
- Sì, se te la senti. – un silenzio imbarazzato scese tra loro.
- Trombamici? – era tornato, era quello di cui aveva bisogno Efrem, un giullare, il suo giullare personale.
- No. – Mimmo scosse la testa.
- Sei crudele. Crudele e noioso. – risero entrambi.


Di serate come quella ne ebbero ancora molte, tanto che erano diventate un appuntamento fisso settimanale. Erano davvero diventati amici, anche se Efrem sapeva perfettamente che Mimmo avrebbe voluto di più, da lui. Terminato il progetto, non rivide più Riky, anche se, ogni tanto, si permetteva di mandare un messaggio a Martina, solo per sincerarsi che stesse bene. Si buttò sul lavoro. Decise di non ritornare più in studio con suo padre e ne fondò uno suo, questo era stato il loro sogno e, anche da solo, voleva realizzarlo, era un altro modo, ancora, per sentirlo vicino. La carriera di Mimmo, invece, stentava a decollare. Shogo, dopo averlo sostenuto inizialmente, lo aveva piano piano lasciato nelle grinfie dell’agenzia, che gli proponeva lavori non sempre di suo gradimento. Poi, il titolare dell’agenzia, iniziò a fargli capire che, se avesse voluto fare carriera, avrebbe dovuto essere più carino, soprattutto con lui. Mimmo non era disposto a cedere, era lui che sceglieva con chi scopare e, di sicuro, non avrebbe scelto quel vecchio bavoso. Così, una sera, dopo un servizio, se lo ritrovò in camerino e fu costretto a difendersi.
Efrem stava dormendo da qualche ora, qualcosa lo riportò alla veglia, si rese conto che era il campanello di casa che stava suonando insistentemente.
- CHI E?! – una voce quasi irriconoscibile gli rispose attraverso il citofono.
- APRI! – Mimmo aveva guidato fino a lì con un occhio praticamente chiuso, ne aveva date, ma quel fottuto vecchio, era più forte di quello che si sarebbe aspettato, e così, ne aveva anche prese, parecchie.
- Mimmo? – Efrem non riusciva a capacitarsi che quella strana voce appartenesse a lui.
- Sì! CAZZO! – Efrem gli aprì il portone e attese che l’ascensore si aprisse, guardò l’ora, erano passate le tre della mattina. Mimmo uscì barcollando dall’ascensore, Efrem si precipitò da lui e lo aiutò ad entrare e a sedersi.
- Che cazzo è successo? Tira su la faccia. – Mimmo si negava, non voleva fare vedere, proprio a lui, come gli avevano ridotto il suo bel faccino, ma Efrem, senza tanti complimenti, gli prese i capelli tirandoli verso l’alto, costringendolo ad alzarla. Lo spettacolo non era dei più belli, il suo viso era pieno di sangue e rigato dalle lacrime. Un occhio era completamente chiuso e il labbro inferiore era spaccato.
- CHI.CAZZO.TI.HA.RIDOTTO.IN.QUESTO.MODO! – Mimmo sussultò, non aveva mai sentito quel tono di voce uscire dalla bocca del suo amico.
- Dovresti vedere com’è ridotto lui, prima di chiedere. Penso di avergli spaccato il naso e le sue palle dovrebbero essere rientrate dentro la sua pancia, credo che mi denuncerà. – Efrem andò nel bagno a prendere il kit di primo soccorso.
- Ora tu vai in bagno e ti fai una doccia, dopo torni qua, e vediamo cosa c’è da fare. – Mimmo si fece accompagnare ubbidientemente nel bagno e Efrem lo lasciò solo, ne uscì qualche minuto dopo, avvolto in un accappatoio.
- Siediti e alza la testa. – il Mimmo sicuro di sé, e ironico a dismisura, aveva lasciato il posto a un dolce e docile ragazzo che, silenziosamente, si lasciava trasportare dove voleva lui.
- Ora stai fermo, ti farò un po’ male, ma quest’occhio va aperto, altrimenti saranno guai seri. – mise una gamba tra le sue, per avere una presa più salda, qualora avesse cercato di fare resistenza e, lentamente, riuscì ad aprire una fessura nell’occhio tumefatto. Un fiotto di sangue fuoriuscì, Mimmo non si mosse.
- Resisti ancora un po’… - l’occhio era davvero in pessime condizioni.
- Domani mattina faccio venire il mio medico, hai bisogno di medicinali più specifici, di quelli che ho in casa. – passò in rassegna il resto del suo viso, a parte qualche escoriazione, non sembrava esserci nulla di rotto. Si prese cura della ferita che aveva sul labbro. Rimise a posto tutti gli attrezzi e chiuse la valigetta. Le mani gli iniziarono a tremare in maniera convulsa. Mimmo si alzò e lo prese tra le braccia da dietro.
- Efrem, hey… sto bene, non sei stato tu a farmi questo, mi senti. Non sei stato tu. – ma non smetteva di tremare, sembrava essersi proiettato in un'altra dimensione, dentro la quale a nessuno era concesso entrare. Mimmo lo voltò verso di sé.
- Guardami! Cazzo Efrem! Tu mi hai solo curato, sei un grande! – Efrem parve risvegliarsi da un brutto sogno.
- Oddio… scusa, per un attimo sono ritornato indietro nel tempo e… mentre curavo le tue ferite, al tuo posto, nella mia testa, c’era Riky… - Mimmo gli sorrise, per quanto le sue labbra riuscissero a farlo.
- Potevi continuare a credermi lui ancora per un po’… almeno fino a che non mi avessi scopato per benino… - Efrem scoppiò a ridere e gli scompigliò i capelli ancora bagnati.
- Ora andiamo a dormire, ma domani mi racconti per filo e per segno cosa è successo. – Mimmo fece per seguirlo in camera.
- Tu dormi sul divano, non scopo con gli zombi io. – Mimmo si voltò sdegnosamente.
- Crudele! – gli buttò un cuscino e una coperta. Quando si svegliarono, Mimmo gli raccontò cos’era accaduto la notte prima.
- E quindi ora stai parlando con un disoccupato… e un fallito, non dimentichiamolo, perché, con quello che ho combinato, nessuno mi prenderà più sotto contratto. – Efrem stava preparando il caffè, era sabato, non aveva impegni di lavoro, se la sarebbe presa comoda. Portò le tazzine sul tavolo.
- Ragioniere, ricordo bene? – Mimmo assentì, mentre inzuppava un biscotto nel caffè.
- Ho una proposta per te. Sai che ormai il mio studio si è avviato, e sto iniziando a prendere parecchi impegni. Ho assunto un altro ingegnere, una ragazza, molto brava, ma, in studio, non c’è mai nessuno e, per quello che riguarda il lavoro d’ufficio, siamo costretti ad affidarci ad un commercialista, che ci costa un botto. Cosa ne pensi di venire a lavorare per me? – Mimmo, di tutto si sarebbe aspettato, ma non di certo una proposta del genere.
- Guarda che io ho il diploma, ma non ho mai praticato, non saprei da dove iniziare! – Efrem sapeva come avrebbe potuto formarlo, aveva già tutto in mente.
- Andrai in studio da mio padre e ti affiancherai a Sabrina, lei ti spiegherà cosa fare e potrai contare sempre su di lei, se dovesse venirti qualche dubbio, pensaci, non devi darmi subito una risposta. Ma, intanto, chiamiamo il mio medico e il mio avvocato. – Mimmo gli lanciò uno sguardo interrogativo.
- Il mio medico deve finire di sistemarti l’occhio e il mio avvocato farà in modo che, quelli dell’agenzia, non ti facciano causa per avere rotto il contratto, visto che sei tu quello che se’ né andato senza dare spiegazioni… non ci avevi pensato, vero? – Mimmo si lasciò andare sullo schienale della sedia.
- No, decisamente non ci stavo pensando. Ma, Efrem, io non ho abbastanza soldi per pagare tutte queste parcelle e… - Efrem gli fece cenno di stare zitto. A fine giornata aveva parlato con l’agenzia e avevano risolto il contratto di comune accordo, l’avvocato era anche riuscito a spuntare una discreta cifra per il suo silenzio, sembrava che non fosse la prima volta che, il socio di quell’agenzia, si fosse comportato in quel modo. Il medico era passato da casa nel primo pomeriggio, e aveva visitato a fondo Mimmo, sentenziando che non c’erano ferite che richiedessero l’intervento di un ospedale e, per quanto riguardava l’occhio, pur restando preoccupato, gli prescrisse impacchi di ghiaccio per venti minuti ogni ora e un forte analgesico per il dolore. Lo avrebbe rivisto un paio di giorni dopo, per poter verificare meglio se ci fossero lesioni non visibili, vista la sua condizione attuale.
- Forse, a questo punto, sarebbe meglio che io andassi a casa… - Efrem lo rimise a sedere sul divano.
- Non ci provare neppure un secondo. Tu resti qui fino a che non ti sarai sufficientemente ripreso! – e così fu, restò da lui quasi per una settimana, assaporando come avrebbe potuto essere la vita di coppia, sarebbe stato così semplice farsi trasportare dal momento, ma quello era Efrem, doveva cercare di non dimenticarselo mai. Accettò la sua proposta lavorativa e per lui iniziò un’altra vita. Divenne bravo nel suo lavoro e scoprì che poteva essere davvero piacevole, sia perché veniva in contatto con tante persone e parecchi uomini di un certo livello, sia perché quel lavoro gli permetteva di rimanere vicino a Efrem e questo, non gli dispiaceva per nulla, anche se, più la loro amicizia proseguiva, più la possibilità di mettersi con lui diventava improponibile.


· Studio Arcadia, sono Domenico, come posso aiutarla? – nessuno rispose, per un attimo.
· Mi piace la tua voce al telefono, ha un che di… perverso. – Mimmo scosse la testa.
· Dottor De Nittis, se si degnasse di restare in studio più a lungo, le potrei mostrare alcune delle mie perversità… - Efrem, ancora con il telefono in mano, aprì la porta dello studio.
· Mi stupisca, sono qui tutto per lei Domenico… - Mimmo sospirò mentre riagganciava l’apparecchio.


- Cretino. – il suono della notifica di un messaggio WhatsApp, distolse Efrem da continuare il battibecco. Mimmo si rese conto che, quello che doveva avere appena letto, lo aveva scosso, il suo viso era sbiancato e stringeva lo smartphone, tanto che le nocche erano sbiancate.
- Hey? Qualcosa non va? – Efrem lo fissò con aria assente, ma nel suo sguardo c’era l’inferno.
- Tieni, leggi tu stesso. – si precipitò nel suo studio e chiuse la porta sbattendola. Il messaggio proveniva da Martina, aveva inviato una foto, commentandola con un semplice “grazie”, era la foto delle pubblicazioni dell’unione civile di Shogo e Riky, un lieve sorriso comparve sul viso di Mimmo, forse non tutto era perduto. Mimmo neppure poteva immaginare ciò che stava passando per la testa a Efrem in quel momento, non era rabbia, non era delusione, era… pace, il solo pensiero che, almeno uno di loro due, potesse avere una nuova vita felice, pacificava la sua anima. Passò tutto il pomeriggio a pensare a quale fosse il regalo più adatto che potesse comprargli e, improvvisamente, ebbe un’illuminazione. Aveva trovato il regalo perfetto. Erano passate le sei di sera quando, come una furia, uscì dal suo ufficio prendendo il soprabito.
- Esco, ci vediamo domani. – non diede il tempo a Mimmo di dire mezza parola che era già a metà scala. La fumetteria, non era tanto distante dal suo studio, ma guidò come un pazzo, temeva di arrivare tardi e doveva a tutti i costi trovare il manga che voleva.
- Buonasera, posso aiutarla? – la ragazza con i capelli blu scuro lo guardava con gli occhi sgranati, non era da tutti i giorni trovarsi di fronte un uomo in giacca e cravatta, dentro a una fumetteria.
- Ciao, sei nuova? Ciccio dov’è finito? – la ragazza, a sentire nominare con il suo appellativo il suo capo, si rilassò, malgrado quei vestiti, quell’uomo doveva essere un frequentatore, anche se lei, non l’aveva mai visto, nei sei mesi in cui aveva lavorato lì.
- Andrea è fuori, rientrerà domani, ma posso aiutarti io, se vuoi. – nel frattempo Efrem riprese fiato.
- Sì, proviamo… sto cercando un manga, completo. Si chiama “Live Senjou no Bokura”, la mangaka è Tokokura Miya. – la ragazza si mise a cercare nel computer, poi arrossì e, senza alzare gli occhi, gli domandò:
- È uno yaoi…? - Efrem non aveva né il tempo né la voglia ma, in un altro momento, gli sarebbe piaciuto divertirsi un po’ con lei.
- Sì, genere yaoi. Mi va bene anche in lingua originale. – la ragazza riprese a cercare.
- Per quando ti serve? – Efrem temeva questa domanda.
- Per ieri… - la ragazza sorrise.
- Per ieri non credo che potrei riuscirci, ma, se passi domani sera, mi faccio portare i volumi dal magazzino, ne è rimasta una copia in lingua originale, procedo all’ordine? – Efrem si permise un largo sorriso.
- Sì, ti prego! Domani passo a prenderli. Hai un biglietto di auguri? – la ragazza gli indicò un espositore enorme alla sua sinistra. Efrem scelse il biglietto più semplice che riuscì a trovare e si mise in un angolo a scrivere, chiuse la busta e la porse alla ragazza.
- Ho bisogno che i volumi siano impacchettati insieme a questo biglietto. – la ragazza gli indicò, dietro di sé, le carte da regalo, Efrem ne indicò una rossa.
- Conto su di te, passo domani a ritirare tutto. Mi hai salvato. – la ragazza sorrise.
- È bello? – Efrem la guardò perplesso.
- Dico, il manga è bello? – Efrem, che per un secondo aveva pensato si riferisse a Riky, scoppiò a ridere.
- Sì, è struggente, dovresti leggerlo. – la sera successiva passò a prendere il pacco e lo affidò ad un corriere, perché lo recapitasse a Riky, non era mai stato bravo con i discorsi lunghi, soprattutto quando riguardavano i suoi sentimenti, ma lì, dentro a quelle pagine, sarebbe riuscito a dirgli quasi tutte le cose che non gli erano mai uscite dalla bocca, sperava che, avrebbe potuto ritrovare un po’ di loro da portare con sé.


Riky ricevette il pacco quindici giorni prima della cerimonia, ma era talmente preso dai preparativi e dall’organizzazione del trasloco, che mise il pacco insieme agli altri regali che aveva ricevuto e se ne dimenticò. Lo aprì quattro giorni prima della cerimonia, senza neppure leggere il biglietto, riconobbe la scrittura di Efrem. “Sii felice e sorridi, sempre. Efrem”. Non lo vedeva da oltre un anno eppure, mentre leggeva quelle parole, la sua voce gli rimbombò nelle orecchie, scombussolandogli lo stomaco. Scartò il pacco strappandolo, sorrise, al pensiero che lui l’avrebbe sgridato per quel modo convulso in cui lui lo faceva. Rimase stupito, mai si sarebbe aspettato un regalo del genere, anche se Efrem leggeva i suoi manga, non era mai stato un esperto, inoltre, quelli erano in lingua originale. Il giorno dopo non doveva andare al lavoro, sarebbe stato in ferie per le successive quattro settimane, perciò, decise che poteva prendersi una pausa ed iniziare a leggerlo. Lo lesse tutto d’un fiato, erano passate le quattro, quando finì l’ultimo dei cinque volumi, piangendo a dirotto. Cercò di togliersi dalla testa che, dentro a quelle pagine, si nascondesse una sorta di messaggio da parte di Efrem, ma lo conosceva troppo bene, quelle pagine erano quello che voleva dirgli, ma, la differenza era che, per la prima volta da quel bacio in mezzo al mare, le sue parole gli erano arrivate forti e chiare, dritte al cuore. Il suo primo impulso fu quello di chiamare Martina, ma si trattenne, non sapeva neppure lui per quale motivo, ma sentiva che non sarebbe stata la cosa migliore. Decise di andare a dormire, il giorno dopo, a mente lucida, avrebbe deciso, se parlarne e con chi.
Ma il giorno dopo, mentre stava prendendo un caffè, era ancora in alto mare, rispose al telefono dopo vari squilli.
· Stavo per mettere giù, stavi ancora dormendo? – “cazzo!” si ricordò che avrebbe dovuto accompagnare sua madre a comprare il vestito per la cerimonia.
· Ovviamente no mamma, mi stavo preparando per venire a prenderti. – sua madre finse di credergli.
· Non preoccuparti, abbiamo tutto il tempo, vorrei passare anche al cimitero a portare dei fiori a papà. – una smorfia di dolore si dipinse sul suo volto.
· Certo, ci fermiamo sulla via del ritorno, ok? – accantonò i suoi pensieri e si precipitò a prepararsi, Shogo era via ancora per un giorno e non era raggiungibile, perciò non avrebbe dovuto preoccuparsi dell’orario in cui chiamarlo, aveva ancora un giorno di libertà e l’avrebbe sfruttato al meglio. Accompagnò sua madre a comprare il vestito e gli accessori e, sulla via del ritorno, come le aveva promesso, fecero una sosta al cimitero. La tomba di suo padre, si trovava nella nuova ala, da lontano non la riconobbe, era ricoperta di fiori freschissimi.
- Ma quando sei venuta? I fiori sono ancora bellissimi, non c’era bisogno di ripassare così presto. – notò che sua madre s’irrigidì e le sue mani strinsero più forte il mazzo di fiori.
- Non li hai messi tu quei fiori, vero, mamma? – sua madre gli rispose sotto voce.
- No. – da come gli aveva appena risposto, Riky dedusse che sapeva anche chi era stato a metterli. Non avevano altri parenti in zona e, suo padre, aveva amici che di sicuro non si sarebbero preoccupati di mettere dei fiori sulla sua tomba.
- Chi? – sua madre si fermò a lato di una delle colonne che costeggiavano il corridoio.
- Davvero lo vuoi sapere? – Riky era quasi arrabbiato, perché cavolo sua madre faceva così la misteriosa, proprio non riusciva a comprenderlo.
- Se te l’ho chiesto, direi di sì. – sua madre sospirò.
- Avevo promesso di non parlartene mai, ma suppongo che ora… - Riky si lasciò sfuggire un grugnito di impazienza.
- È stato Efrem. – il suo cuore smise per un secondo di battere, per poi riprendere un ritmo impossibile da calcolare.
- Efrem chi? – sua madre sbuffò.
- Quell’Efrem, il tuo ex. – “cosa?”, a Riky iniziò a girare la testa.
- E tu, come lo sai? – sua madre svicolò da lui e si mise a sistemare il loro mazzo di fiori che, a confronto di quel tripudio, spariva miseramente.
- È una storia lunga… - “oh, mamma, ho tutto il tempo del mondo.” Le lasciò finire il lavoro e la trascinò in un caffè lì vicino.
- Bene, posso capire? – sua madre lo guardò.
- Innanzi tutto, sappi che gli avevo giurato di non dirti nulla, perciò non sgridarmi. – Riky cercò di non fare trapelare la sua impazienza e il suo nervosismo.
- Ok, continua. – sua madre raccolse i pensieri.
- Circa un mese dopo che papà entrò in coma, Efrem venne a casa mia. Era distrutto. Lo ero anch’io, oltre alle mie urla si beccò anche un paio di sberle. Ma poi, la settimana dopo, tornò, e anche quando gli era stato vietato di venire, e aveva tentato di uccidersi, appena glielo permisero, continuò a telefonarmi. Non mi domandava né dov’eri né come stavi, continuava a chiedere il mio perdono e basta. Poi, con l’andar del tempo, dopo che poteva di nuovo avvicinarmi, mi venne a trovare e, piano piano, abbiamo iniziato a conoscerci e a raccontarci di noi. Mi chiese il permesso di andare a trovare papà e, a volte, ci andammo anche insieme. Gli dissi più di una volta che avrebbe dovuto dirtelo, mi scongiurò di non svelarti nulla, perché, cito, “non mi merito il suo perdono, è già un miracolo che mi abbia perdonato lei.”. – mentre ascoltava il suo racconto, Riky sentiva che qualcosa dentro di lui si stava sciogliendo, uno strano calore gli invase l’anima poi, la realtà gli rovinò addosso, una frana che lo seppellì, togliendogli il fiato.
- Ok, grazie di avermelo detto… ti porto a casa. – sua madre lo seguì e salì in auto.
- Sei arrabbiato con me? – Riky non era arrabbiato con lei, era arrabbiato con il mondo, con sé stesso, con Efrem, ma non con lei.
- No, ma dovevi dirmelo. – le diede un bacio, quella donna aveva già sofferto troppo nella sua vita, per sobbarcarsi anche i suoi pensieri.


Quando si chiuse la porta alle spalle, si precipitò in camera, buttandosi sul letto. “e ora che faccio?”, aveva paura di dire a sé stesso ciò che stava pensando, ma sulle sue labbra aveva ricominciato a bruciare quell’ultimo bacio, come se se lo fossero dati il giorno prima. “non posso, non posso mollare Shogo ora e dirgli… cosa, cosa dovrei dirgli? Ah, scusa, questi due anni sei stato un ripiego, ma amo follemente Efrem e ho deciso di tornare insieme a lui.” Pura follia, era pura follia anche solo pensare a uno scenario del genere. Dopo altre tre ore di tormenti, decise di chiamarlo.
· Pronto? – non aveva riconosciuto la voce che aveva risposto al telefono, ma di certo non era quella di Efrem.
· Salve, avevo bisogno di parlare con Efrem. – Mimmo aveva risposto al telefono per abitudine, essere l’assistente dello studio, lo aveva abituato a farlo in automatico.
· Io sono Mimmo, lo chiamo subito, chi devo dire che lo sta cercando? – continuava a deglutire, ormai aveva finito completamente la saliva.
· Riccardo. – Mimmo agì d’istinto.


- Tesorooo, esci dalla docciaaa? – poi riprese il telefono.


· Scusa, ma quando fa la doccia ci mette sempre un sacco… - Riky agì allo stesso modo con l’istinto, chiuse la chiamata. Mimmo si affrettò a cancellare il registro.


- Hey, mi hai chiamato prima? – Mimmo sorrise.
- Assolutamente no, ti sarà sembrato. –


Gli ultimi giorni, prima della cerimonia, passarono con una lentezza esasperante, ma i preparativi, permisero a Riky di occultare i suoi sentimenti, facendoli passare per stanchezza.
Quella mattina, la mattina della cerimonia, Riky aprì gli occhi, rimanendo a fissare il soffitto, fino a che la sveglia non lo riportò alla realtà. Martina fu puntuale come le aveva chiesto, ma lui, non riusciva a muovere un passo. Quando le aprì la porta, lo trovò fermo, in mezzo agli scatoloni imballati pronti per il trasloco che, sarebbe avvenuto solo al loro ritorno dal viaggio di nozze.
- Il gatto ti ha mangiato la lingua? Che ci fai in mezzo ai tuoi scatoloni? – stava per aprire bocca, avrebbe voluto gridarle che era certo di stare facendo l’ennesimo errore, ma le parole non riuscivano a formarsi nella sua bocca.
- Io… non ce la posso fare… lui è davvero troppo per me… - era troppo poco, era troppo poco e soprattutto non era Efrem, ma non riusciva a dirlo a Martina…
- Ebbasta! Riky, smetti di pensare. – si avvicinò, prendendolo per le spalle e scuotendolo leggermente – ora non devi pensare ma solo eseguire i miei ordini, io so che ce la farai, lui ti ama, tu lo ami, sarete felici e non ti lascerà. Doccia. – senza lasciargli il tempo di ribattere lo spinse dentro il bagno.
- Hai esattamente mezz’ora, non un minuto di più, perciò concentrati, se non sento scorrere l’acqua tra due minuti entro e ti ci affogo. – appena si introdusse nella doccia, la prima cosa che gli venne in mente, fu di prendere una lametta e di farla finita, ma poi, pensò che non ne sarebbe venuto nulla di buono, per quelli che restavano. Così, continuò a prepararsi come un automa. Mentre le ore passavano, la voce di Mimmo gli martellava le orecchie, stavano ancora insieme, che diritto aveva lui, dopo due anni, di irrompere nella vita di Efrem!
- OMG! Non mi avevi detto di avere comprato questi manga nuovi! Facciamo le scan? – Riky scosse la testa, nel suo cuore si rinnovò un dolore infernale, non tentò neppure di occultarlo.
- Non li ho comprati io, è un regalo di nozze…di Efrem – Martina l’aveva letto quel manga, se lo ricordava perfettamente.
- Significativo… - l’aggettivo le sfuggì prima che lo potesse fermare.
- Tu credi? Ho saputo che ora sta con quel modello, quello che venne con Shogo a Dominica, non penso che ci siano secondi fini… - era quasi pronto, ancora poco e avrebbe unito la sua vita a quella di Shogo. Martina vide nei suoi occhi un’espressione che conosceva fin troppo bene, era impaurito e... Prese il suo smartphone e digitò un breve testo.
- Andiamo, Stefania e Michele mi hanno scritto che tra un minuto sono sotto casa. – Riky chiuse la porta di casa e il suo cuore.


Il suono di un messaggio in arrivo svegliò Efrem di soprassalto. Prese in mano lo smartphone e lo guardò, con il solo occhio che riuscì ad aprire, la sbronza che aveva preso, la notte precedente, non aveva uguali, ma ne aveva bisogno, per non pensare a quello che sarebbe accaduto il giorno dopo. Quando vide che il messaggio proveniva da Martina, si mise a sedere di scatto sul letto, lo rilesse tre volte, mentre si dirigeva in cucina, poi mentre si preparava il caffè. “Ciao, stronzo. Villa Scheibler, ore 11. Contando che ora sono le 9,30, non hai molto tempo… ora o mai più, vieni a prenderlo.”


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domenica 28 luglio 2019


THE SAME PASSION Capitolo IX – Truth



- Saprò renderti felice, puoi scommetterci. – Riky continuò a piangere, anche mentre Shogo gli infilava l’anello al dito, non riusciva neppure a vedere come fosse quell’anello, tantomeno riusciva a parlare o a girare lo sguardo verso Efrem. Esattamente il contrario di ciò che stava facendo lui. Oh lo guardava eccome! Beveva ogni suo singhiozzo, morendo ogni volta un po’, asciugava, virtualmente, ogni sua lacrima, perché gli apparteneva, ne era certo. Con quel bacio, che aveva dato, sfrontatamente, a Mimmo, aveva suggellato la sua completa sconfitta, ma forse era riuscito a smuovere qualcosa dentro al suo cuore e quelle lacrime gliene stavano dando la conferma.
- WOW, WOW, WOW! – Efrem si era staccato da lui, Mimmo era rimasto senza fiato; oltre ad essere un manzo da paura, baciava in un modo pazzesco! Si accorse che lo sguardo di Efrem non era rivolto a lui, ma puntava in un luogo non ben definito, alle sue spalle. Si voltò, capì facilmente che cosa stava succedendo. Tonò ad addrizzarsi, sedendosi comodamente.
- Devi amarlo parecchio… - Efrem si scosse e gli rivolse lo sguardo.
- Riky, dico… devi amarlo parecchio, per lasciarlo andare in questo modo. – Mimmo non era lo stupido che voleva far credere, evidentemente, pensò Efrem.
- Mi dispiace, di averti usato. – Mimmo sorrise, era stato usato in modi decisamente meno piacevoli di quello.
- Oh, di nulla, se vuoi sono disposto a farmi usare anche di più, non avevo l’uccello così duro da anni… - Efrem scoppiò a ridere, questo ragazzino era davvero di una sfrontatezza inaudita.
- Non temere, ti terrò in considerazione, quando e se, riuscirò di nuovo a respirare. – Mimmo gli prese la mano e gliela posò sul suo uccello.
- Ci contiamo! – Efrem rise ancora, ritraendo la mano. Per una frazione di secondo, si era dimenticato di tutto, lo avrebbe tenuto davvero in considerazione, quel piccolo assatanato. Nel frattempo, le cose, accanto a loro, si stavano calmando. Riky, aveva finito di piangere, ma teneva lo sguardo basso, mentre Shogo lo abbracciava.


- Shogo, devo andare via per un paio di giorni, lo avevo promesso a Martina, questo fine settimana, la accompagno a una fiera, solo io e lei, sono mesi che lo progettavamo. – erano scesi dall’aereo, lui non gli lasciava la mano.
- Solo se stasera stai da me… - gli stava rivolgendo quel particolare sguardo, a cui non riusciva a resistere.
- Ok. Ai bagagli posso tranquillamente pensarci domani. – sulla faccia di Shogo si dipinse un’espressione trionfale. Efrem e Mimmo, si pararono loro davanti.
- Ti aspetto mercoledì, in studio, per definire i dettagli. – notò che Efrem, stava stringendo la mano di Mimmo nella sua, una fitta lo raggiunse allo stomaco.
- Divertitevi… - Shogo, lanciava occhiate compiaciute a Mimmo.
Ognuno per la sua strada, così era giusto che fosse, questo pensava stritolando la mano di Mimmo, mentre uscivano dal terminal.


Quando Shogo aprì la porta di casa sua, a Riky piombò addosso una stanchezza enorme. Voleva solo spogliarsi e mettersi a dormire, ma Shogo, lo fece sedere sul divano e gli diede da bere. Non dell’acqua, del liquore, ed erano solo le undici di mattina!
- Ti servirà, credimi. – si sedette di fronte a lui, sul tavolino da fumo.
- C-che succede? – Shogo gli prese entrambe le mani, ci appoggiò sopra la fronte.
- Il dossier… – alzò lo sguardo verso il suo viso – non sono stato del tutto sincero, qualcosa da dirti c’è. – Riky chiuse gli occhi e sospirò. Li riaprì facendogli cenno di continuare.
- Avevo da poco compiuto diciotto anni. Mio padre, mi aveva regalato la macchina, una BMW coupé, ero estasiato. Avevo il mondo in mano. – gli lasciò le mani, appoggiandole sulle cosce.
- Avevo appena preso la patente, e avevo appena conquistato il più bel ragazzo del circolo del tennis. Decisi di andare a prenderlo e scoparmelo sulla mia macchina nuova. Il sesso e il potere dei miei soldi, erano le uniche cose che contavano per me. – si fermò, giusto il tempo per scrutare l’espressione negli occhi di Riky, aveva tutta la sua attenzione.
- Francesco De Nittis, questo era il suo nome, mi aspettava in una via poco distante da casa sua, lontana il necessario perché i suoi non lo vedessero salire sulla mia auto. E soprattutto con me. Lui ci teneva a non far sapere che gli piacevano gli uomini, soprattutto ai suoi genitori, visto che erano conservatori e omofobi. – dopo aver mangiato in un pub, appena fece scuro, ci appartammo in collina. Scopammo come dei ricci per un paio d’ore. Doveva ritornare a casa alle undici e mezza, perciò, verso le undici, ci rimettemmo in strada. – Shogo bevve, in un sorso solo, il suo liquore, che raggiunse il suo esofago bruciando terribilmente. Riky non diceva una parola, temendo di ascoltare un finale, al quale, non avrebbe voluto assistere.
- La bambina sbucò dalla curva, non riuscì ad evitarla, la sbalzai in aria e cadde dentro al fosso. Ci schiantammo su un platano. Avevo la cintura, non mi ero fatto un graffio, Francesco aveva spaccato il vetro davanti e la sua testa ciondolava all’esterno. La macchina, incredibilmente, si mise in moto. Liberai la testa di Francesco dal vetro e lo misi a sedere, respirava a fatica. Lo scaricai a fianco della strada e scappai. – gli occhi di Riky si spalancarono, così come la sua bocca, in un urlo muto.
- Tornai nella mia stanza, lasciando la macchina in garage, come se nulla fosse accaduto. L’unica cosa che feci, prima di tornare a casa, fu trovare una cabina telefonica, chiamai un’ambulanza in forma anonima, ma era troppo tardi…. – Riky bevve il liquido dal suo bicchiere, era vero, ne aveva bisogno.
- Mi vennero ad arrestare il giorno successivo, mio padre aveva già chiamato il nostro avvocato, aveva visto la macchina e mi aveva torchiato fino a che non avevo confessato tutto, nel giro di poche ore ero a casa, agli arresti domiciliari. La cosa “buffa” è stata che, l’unica mia vera preoccupazione, fino a quel momento, era in quanto tempo la mia macchina sarebbe tornata quella di prima. Non mi venne in mente nemmeno un secondo di chiedere né di Francesco né della bambina… Diedero la colpa allo stato di shock, ma io sapevo che non era vero, io ero così, un inutile e viziato rampollo, che non sapeva prendersi le proprie responsabilità. Col tempo, però, il senso di colpa si fece vivo e, piano piano, iniziai a cambiare. Ci vollero anni, poi parlai, sia con i genitori di Francesco, che con quelli della bambina, fu straziante, ancora adesso ho dei tremendi sensi di colpa. Iniziai a lavorare, mi resi indipendente e… resto sempre un rampollo viziato, ma ho imparato a vivere con le mie responsabilità, non mi giro più dall’altra parte. Su una cosa sono sempre rimasto uguale, la irrefrenabile voglia di sesso, probabilmente è per questo che amo il mio mestiere, mi ha sempre dato la possibilità di scopare, spesso senza pensieri, ma con il tempo anche questo è diventato un “problema”… questa mia “quasi dipendenza”, non mi ha mai permesso di mantenere una relazione stabile – non riusciva a leggere nessun cambiamento, nello sguardo di Riky, tranne quel breve istante di stupore, i suoi occhi non riflettevano il suo pensiero.
- Poi sei comparso tu. – le sue mani coprirono il viso, le lasciò scivolare verso il basso, facendole ricadere in mezzo alle gambe.
- La prima volta che ci siamo parlati, ho subito capito che mi piacevi, mi piaceva il tuo modo di fare, quella ostinata voglia di rimanere “sulle tue”, poi, quando ti ho visto, quella sera, anche mio fratello qui in basso, è stato completamente d’accordo con me. Mi è venuto duro appena ti ho visto e anche ora, basta un tuo cenno, perché io diventi immediatamente pronto per te. E quando mi hai dato la possibilità di entrare nel tuo mondo, ecco, in quel momento, ho capito che, se c’era una persona che mi avrebbe potuto completare e migliorare, quella eri tu, e ho perso la testa per te. Non sono mai stato fedele a nessuno, ho sempre lasciato che il mio uccello facesse ciò che voleva, ma ora, vuole solo te. Ecco, ora sai tutto quello che c’è scritto in quel dossier, vuoi ancora dividere la vita con questo inutile, viziato, sessodipendente?
- Siamo proprio una bella coppia, io e te… lo Shogo che io ho conosciuto, non è quello che ha diciotto anni e fugge da un incidente, però, credo che di strada da fare, per diventare una persona diversa, tu ne abbia ancora parecchia. Perciò, per ora, mi limiterò ad accettare il tuo anello “in prova”. Devo chiarirmi le idee. Sull’aereo, sono stato sopraffatto, come sempre, dalla tua irruenza, ed è fantastico, ma anche pericoloso. Non voglio più sbagliare, lo devo a me stesso. E poi… - Shogo pendeva dalle sue labbra, stava andando anche troppo bene, quando aveva deciso di confessargli tutto, era pronto a vederlo andare via, ma, la sua apatia, lo stava salvando, il suo “non sentire” era totale, nel bene e nel male.
- …e poi? – Riky voleva essere sincero quanto lo era stato lui.
- Sinceramente, quello che fino ad oggi mi fa sentire davvero legato a te, è il senso di sicurezza, mi fai sentire così desiderato e nello stesso tempo libero, questa è una sensazione appagante. Per quanto riguarda il sesso, beh… - Riky arrossì, il suo rossore si collegò direttamente alle mutande di Shogo.
- Amo il sesso quanto te, lo avrai capito. Ma non ho certo la tua esperienza e, a volte, la tua passionalità mi spaventa, mi fa perdere il controllo e… - Shogo gli appoggiò un dito sulle labbra, per zittirlo.
- Se accetterai di restare con me, avremo tutta la vita per sperimentare insieme e… credimi ho in mente di sperimentare tanto. – il suo uccello ora premeva sui suoi jeans, così tanto da fargli male, doveva liberarlo o sarebbe esploso, letteralmente. Si alzò, prendendo le sue mani per farlo alzare a sua volta, lo abbracciò, strusciandosi su di lui.
- Senti come mi hai ridotto? Ora devi prenderti le tue responsabilità… e, come primo esperimento… - lo trascinò con sé, sentiva il suo respiro che si faceva sempre più pesante. Aprì la porta del bagno e si liberò dei vestiti. Nudo, con la sua erezione scandalosamente evidente, si avvicinò a lui.
- Puoi spogliarti per me? Perché ho intenzione di mettermi sotto la doccia con te e lavarti, ovunque e molto, molto profondamente. Lo faresti per me? – solo una volta l’aveva fatto sotto la doccia, ed era stato con Efrem, tutte, o quasi, le sue “prime volte”, appartenevano a lui. Shogo sapeva bene come toccare le sue corde, sapeva che, mettendolo in difficoltà, lui avrebbe reagito così. Iniziò a spogliarsi, lentamente, Shogo, di fronte a lui, a gambe leggermente divaricate, si toccava l’uccello, era oscenamente bello. Si tolse i boxer e fu evidente che, anche lui, era più che eccitato.
- Ora, entra nella doccia e appoggiati, con la schiena contro al muro. – mentre si avvicinava alla doccia, per entrarci, Shogo gli diede una sonora sculacciata.
- AHHH! – la sorpresa lo fece entrare velocemente, Shogo sorrideva famelico.
- Una delle prossime volte, magari quando mi farai arrabbiare, voglio sculacciarti quel bellissimo culo, farlo diventare rosso fuoco e leccarlo fino a che non vieni. – era dentro la doccia, davanti a lui e, con solo quella frase, il suo uccello aveva iniziato a sbavare pre-seme, come se non ci fosse un domani. Era una conferma per Shogo, lui l’aveva intuito, era un piccolo masochista il suo Riky, gli avrebbe dato tante soddisfazioni in futuro, ma doveva andarci piano, non voleva spaventarlo.
- Ma per ora, voglio solo lavarti, a fondo… - prese la spugna e iniziò a massaggiargli il collo, le braccia, il torace, poi, scese in mezzo alle gambe, dove si soffermò, esplorando ogni centimetro. I gemiti di Riky, riempivano la stanza.
- Voltati e appoggia braccia e spalle al muro. – era una tortura, una tortura stupenda. Si mise nella posizione che Shogo gli aveva indicato. Ricominciò a pulirlo meticolosamente con la spugna, la nuca, la schiena e le natiche. Appoggiò la spugna e si riempì la mano di sapone. Infilò la mano in mezzo alle sue gambe, lentamente risalì, in mezzo alle sue natiche, infilò il primo dito, a fondo.
- Ahhhh… Shogo… - era da quando lo aveva rivisto sulla spiaggia, che sognava quel momento.
- Non.ti.muovere. – la sua voce era ferma, calda e avvolgente, Riky faticava a restare fermo. Prese il sapone facendone gocciolare una generosa dose nell’incavo delle sue natiche. Infilò un altro dito.
- Mhmmmm… - guardare Riky che mugolava come un gattino e spingeva indietro il culo, era uno spettacolo fantastico. Infilò l’indice dell’altra mano, e iniziò a stirargli l’orifizio. Riky ebbe uno spasmo e portò la testa all’indietro, facendo diventare il suo cazzo dolorosamente duro, non avrebbe resistito un attimo di più. Si piegò leggermente sulle ginocchia e entrò con un unico colpo.
- Ahhhhhh – iniziò muoversi, lentamente e profondamente. E fu esattamente in quel momento che Riky si girò verso di lui, a cercare le sue labbra, ma la sua mente gli giocò un brutto scherzo, quello che vide, fu lo sguardo di Efrem, mentre lo baciava, iniziò silenziosamente a piangere. Si girò di nuovo verso la parete, mordendosi il labbro inferiore, per evitare che Shogo se ne accorgesse. Il resto fu un rapporto puramente meccanico, Shogo non si era accorto di nulla. Riky sentiva un disperato bisogno di Martina, solo lei, forse, avrebbe potuto lenire quella tempesta che si era scatenata dentro di lui.


Gli telefonò la mattina dopo, non lasciò trapelare nulla di ciò che aveva dentro, usò le ore che lo separavano dal loro incontro, per riflettere, e di cose su cui riflettere, ne aveva parecchie. La raggiunse all’ora di cena, nella sua casa sul lago di Lecco, non c’era nessuna fiera, o meglio, la fiera c’era, ma non ci sarebbero andati, aveva bisogno di un full-immersion con la sua amica. Quando arrivò, ordinarono due pizze e Martina stappò una bottiglia di vino, nell’attesa.
- Allora, da dove vuoi iniziare… - non c’era stato bisogno che lui le dicesse che c’era qualcosa di cui parlare, lei l’aveva intuito. Per questo motivo, si era presa una pausa dal suo Ettore. E poi, di cose da dire, ne aveva anche lei.
- Iniziamo dalle conclusioni, a cui sono giunto, dopo avere riflettuto tutto il giorno. La prima è una domanda. Credi che si possa essere innamorati di due persone contemporaneamente? – Martina, soppesò la risposta. Intuiva chi fossero le due persone e, anche se una delle due, per lei, era il diavolo, non ne avrebbe tenuto conto, almeno per ora.
- A me, personalmente, non è mai successo, ma ritengo che, non sia una cosa impossibile. – il ragazzo delle pizze suonò il campanello, con le pizze fumanti sul tavolo e i due bicchieri riempiti di nuovo di vino fresco, si misero a mangiare.
- La seconda conclusione quindi è: ammettendo che sia possibile essere innamorati di due persone contemporaneamente, come si può scegliere, tra queste due persone, senza sbagliare? – Martina si stava stancando di questo gioco, lei era una persona pragmatica, trovava assolutamente inutile girare intorno alle cose in questo modo.
- Ammettendo che tu mi stia chiedendo aiuto, se lo vuoi davvero, è indispensabile che tu la smetta di parlare come se il problema non ti riguardasse personalmente. Quindi, diamo un nome alle cose, sei innamorato ancora di Efrem e ti sei innamorato anche di Shogo? – Riky posò le sue posate nel cartone della pizza, che, per altro, stava smangiucchiando senza avere affatto fame.
- È tutto molto confuso, provo qualcosa per entrambi, questo è indubbio. Ma non riesco a capire, come sempre, cosa provo. Anche se… - Martina smise di mangiare, temeva quel “anche se…” come un tizzone ardente appoggiato sulla pelle.
- Anche se…? – Riky la guardò e quasi scoppiò a piangere, era così difficile anche con lei questa volta, la paura di essere giudicato gli pesava come un macigno.
- Efrem è cambiato… tanto, Martina. È ritornato quel ragazzo che avevo conosciuto e che ho amato più della mia stessa vita. – Martina si trattenne, con tutte le sue forze, per non esplodere mangiandolo vivo, era un momento delicato, non voleva che le sue parole sortissero l’effetto opposto.
- Sono sollevata che sia riuscito a ritrovare un equilibrio, anche se, per conto mio, non l’ha mai avuto. E questo è bastato per riaccendere la fiamma tra voi? Ci sei andato a letto? – aveva trattenuto le parole più sprezzanti, cercando di mettere sul tavolo quella domanda, senza dare la minima inflessione di rimprovero alla sua voce.
- L’ho baciato e stavo per farlo, poi lui ha rovinato tutto. – per poco il boccone non andò di traverso a Martina.
- T-ti ha fatto del male? – il solo pensiero, che avesse alzato anche solo un dito su di lui, la fece rabbrividire.
- No, no! Assolutamente no! Ha solo fatto quello che gli è sempre riuscito meglio, interferire nella mia vita. Prima di proseguire, mi ha sbattuto in faccia un dossier di un’investigazione su Shogo. – Martina sgranò gli occhi e gli scappò una risata isterica.
- C’era da aspettarselo! E cosa c’era scritto? – a lei avrebbe detto la verità, lo sapeva fin dall’inizio.
- Non l’ho letto. Ma non l’ho neppure buttato, non ci sono riuscito. L’ho messo nella valigia. Ma poi, quando Shogo è arrivato, gli ho chiesto se c’era qualcosa che non mi avesse detto… subito mi ha risposto di no, ma poi, quando siamo arrivati a casa, mi ha rivelato delle cose, però, sull’aereo è successa un’altra cosa… - allungò la mano sul tavolo, l’anello sull’anulare della sua mano sinistra era ben evidente, il diamante al centro, seppur piccolo, brillava sotto la luce della lampada.
- E tu… hai accettato? – Martina era perplessa, mai avrebbe pensato che, con tutta la confusione che aveva in testa, avrebbe accettato.
- Inizialmente, quando l’ho visto davanti a me in ginocchio, beh… non sapevo che fare. Poi Efrem ha baciato il modello che Shogo si era portato appresso e io… ho detto di sì. – ora era chiaro ciò che era successo, almeno nella mente di Martina. Si mise a mordicchiare la pizza, assorta nei suoi pensieri.
- Allora? Non mi dici nulla? Non mi sgridi? – Martina continuò, per un po’, a mordicchiare la pizza. Poi si lasciò andare sulla sedia.
- Che cosa vuoi che ti dica? A prescindere che non so cosa ti abbia tenuto nascosto Shogo, non crederò mai al cambiamento di Eferm, perciò, se hai deciso che Shogo possa andare bene per te, io ti sosterrò. Ma devi esserne convinto… e tu non lo sei. – mandò giù un sorso di birra guardandolo negli occhi, che lui abbassò.
- Non ti starò, per ora, a raccontare cosa ci fosse scritto, ma ho avuto conferma che Shogo è un viziato figlio di papà. Sono sicuro che sia innamorato di me, anche se continuo a non comprendere per quale motivo. Io sono attratto da lui, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto sessuale, che, a quanto sembra, per lui è una cosa indispensabile, quasi a livello patologico. Ma lui è sempre contornato da ragazzi, uno più bello dell’altro e io… – Martina si alzò, sparendo in un’altra stanza. Tornò con qualcosa in mano, che si rivelò essere uno specchio, spostò la sua sedia di peso e glielo mise davanti.
- Cosa vedi? – odiava guardarsi allo specchio, e quello era il momento meno indicato, non si era ancora ripreso dal viaggio.
- Un cesso. – Martina scosse la testa.
- Guarda meglio… - iniziò toccandogli i capelli.
- I tuoi capelli, sempre spettinati… sembra che la natura sappia come spettinarli nel modo giusto. I tuoi occhi, sempre malinconici… ma quando sorridi, diventano luce pura. La tua pelle, così bianca… quando sei abbronzato diventa color del miele e mille lentiggini illuminano il tuo viso. Il tuo naso, con quella piccola curva al centro che fa venire voglia di accarezzarla e le tue labbra… non puoi capire, quante volte la mia mente abbia immaginato cose, sulle tue labbra…. Tu sei bellissimo e non te ne rendi minimamente conto. – Martina lo stava guardando come se fosse un’opera d’arte, da sempre aveva pensato che lo fosse. Riky aveva le lacrime agli occhi.
- Tu non hai la minima idea di quanto io sia stata innamorata di te, anni fa… ma anche ora, quando ti guardo, non posso fare a meno di pensare a quanto tu sia bello, a quanto tu sia… gay? – Riky scoppiò a ridere insieme a lei e l’abbracciò, quella, insieme a sua madre, era l’unica donna che amava, e in quel momento, ancora di più.
- Penso sempre a Efrem, a volte anche quando sto con Shogo… c’è qualcosa di sbagliato in me, so che con Shogo potrei costruire qualcosa di bello, come so che con Efrem, anche se fosse vero che è cambiato, sarebbe tutto difficile e… Dio, Martina, che cazzo devo fare, dimmelo! – Martina aveva la soluzione giusta per lei, ma sarebbe stata quella giusta per lui?
- Shogo, lui è quello giusto, ti ama, e tu, in qualche modo, lo ami, scegli lui. – poi si staccò tornando alla sua pizza.
- Devo dirti una cosa. – le sue guance si erano arrossate, l’imbarazzo era tangibile.
- Dimmi! – Riky si era immediatamente messo in allarme, sembrava una cosa estremamente seria, quella che doveva dirgli.
- Sabato, io e Ettore, ci siamo sposati. Mi dispiace, avrei dovuto dirtelo, ma tu non c’eri e… - si mise a piangere, l’emozione di dirglielo era stata troppo forte.
- Ma lo sapevi da minimo un mese! Perché non me l’hai detto! – era vero, le pubblicazioni le avevano fatte il mese prima, nemmeno lei sapeva per quale motivo non gliel’avesse detto, o forse lo sapeva…
- Eri così… incasinato e noi, io… ho deciso di non dire nulla a nessuno… - Riky le diede un pugno sulla spalla.
- Stronzi. Siete due stronzi. Ma sono felice come non mai di avere un cognato! – si sciolsero in un caldissimo abbraccio.
Passarono due giorni in completo relax e si raccontarono tutto ciò che passava loro per la testa, alla fine, Riky, si era convinto che la scelta giusta fosse Shogo, e che, il suo “ritorno di fiamma” per Efrem, fosse dovuto all’ambiente in cui era avvenuto e ai ricordi, che gli avevano assalito il cervello. Ma questo non era ciò che credeva Martina, lei aveva capito che, quel tarlo che Efrem gli aveva insinuato, non se ne sarebbe andato così facilmente, perciò, decise che la sua mossa successiva, sarebbe stata quella di andare alla fonte del problema.
- Pronto? – Efrem rispose alla chiamata che stava ricevendo, pensando che all’altro lato del telefono ci fosse il solito call center di turno.
- Ciao, stronzo. – Martina lo aveva sempre chiamato così, l’avrebbe riconosciuta subito. Infatti, dopo pochi secondi Efrem le rispose.
- Buongiorno, Martina. Qual buon vento? – Efrem non si aspettava una sua chiamata. Da tempo aveva cancellato il suo numero.
- Ho bisogno di vederti, il prima possibile. – proprio non riusciva a essere cordiale con lui, ogni volta che lo sentiva, le sue mani iniziavano a prudere.
- Dimmi dove e quando e io ci sarò. – Martina non vedeva l’ora.
- Oggi, a mezzogiorno, nel parco di fronte all’università. – era il parco in cui si trovavano tutti e tre ai “tempi d’oro”.
- Ok, a dopo. – la telefonata si interruppe, se solo Riky avesse saputo, avrebbe ucciso entrambi, pensò Martina. Arrivò all’appuntamento con un quarto d’ora di anticipo e lui era già lì. Era appoggiato ad un albero e leggeva un libro, le vennero in mente ricordi di cui non aveva più avuto coscienza da anni, lei, seduta con la schiena contro un albero con loro al suo fianco, Riky seduto in mezzo alle gambe di Efrem, addormentato sul suo petto, mentre lui leggeva un libro e ogni tanto gli scompigliava i capelli. Scacciò quel ricordo come se fosse una mosca fastidiosa e si avvicinò.
- Ciao. – si sedette al suo fianco, Efrem attese in silenzio, poggiando il libro sul prato e guardando davanti a sé senza vedere nulla.
- Devi farti da parte, sto parlando sul serio. – Martina non aveva più un tono aggressivo, sembrava lo stesse supplicando.
- L’ho già fatto, sull’aereo, quando ho baciato Mimmo. – Martina annuì.
- L’avevo capito, ma non basta. Devi sparire dalla circolazione, almeno per un po’. – Efrem continuò a perdersi guardando l’orizzonte.
- Devo chiederti una cosa, ma non so se riuscirai ad essere sincera… - Martina intuiva cosa gli avrebbe domandato, ma non voleva che quelle parole uscissero dalla sua bocca, decise di rispondere senza che lui continuasse.
- La risposta è sì. Ed è proprio per questo motivo che devi sparire. - Efrem nascose la testa, poggiandola sulle ginocchia.
- Lo amo. Lo amo così tanto. E dopo averlo lasciato nelle mani di quel depravato, mi sento così… - Martina si alzò, portandosi di fronte a lui.
- Sì, è uno che dalla vita non si è fatto mancare il sesso, ovunque potesse trovarlo, ma, ora, anche lui si è innamorato, e questo lo farà cambiare, ne sono certa. E non temere, vigilerò su di lui, e se Shogo dovesse fargli del male, lo asfalterò, come ho fatto con te, perché la prima persona che ha amato davvero Riky, sono stata io, e non l’ho mai abbandonato. – Efrem si alzò in piedi e fece ciò che Martina non si sarebbe mai aspettata in vita sua, la abbracciò.
- Confido in te, so che gli vuoi bene e questo mi tranquillizza. Ma se avessi bisogno di me, non esitare neppure un secondo a chiamarmi. – Martina, per la prima volta, provò un sentimento di affetto nei suoi confronti, poi ricordò che, quello che la stava abbracciando, con le stesse braccia, aveva distrutto il corpo e l’anima di una delle persone per lei più preziose e si divincolò da lui.
- Non abbiamo bisogno di te, ti auguro buona vita. – gli diede le spalle e se ne andò, senza più girarsi indietro.


Le settimane che seguirono furono un delirio, Riky andava spronato per fare qualsiasi cosa, così Martina si ritrovò spesso a fare le cose al suo posto. Il mercoledì’ successivo al suo arrivo, Riky aveva rivisto Efrem in studio, definendo i dettagli, si sarebbero rivisti sei mesi dopo, il progetto, per allora, sarebbe sicuramente avanzato, se non quasi concluso.
Si stava facendo trascinare Riky, lo sapeva, ma non riusciva a fare altrimenti. Tornato a casa, dopo la breve vacanza con Martina, appena rivide Shogo, gli disse che aveva bisogno di tempo e che fino a che non fosse stato davvero certo, non lo avrebbe sposato. La domenica dopo, lo avrebbe portato a conoscere i suoi genitori, questo era un passo difficile da digerire, gli unici genitori che aveva conosciuto, fino ad allora, erano quelli di Efrem, un’altra sua “prima volta” vissuta con lui…
La villa dei Doyle era grande, davvero grande, il solo parco era immenso e la villa sembrava quella di “Via col vento”, si domandò se, anche loro, avevano una schiava di nome “Mami” … gli venne ad aprire il padre di Shogo.
- Ben arrivati! – era un uomo massiccio, in forma smagliante, per la sua età, e con un sorriso che avrebbe fatto innamorare chiunque.
- Papà, lui è Riccardo Lampis, il mio ragazzo. – il suo colore passò da rosa a rosso scarlatto, orecchie comprese.
- Era ora che qualcuno ti facesse capitolare! – lo fece entrare e lo prese per le spalle, accompagnandolo verso il salotto.
- Allora, Riccardo, raccontami tutto di te, mia moglie sarà con noi tra poco e voglio avvantaggiarmi. – Riky era sopraffatto, mai aveva avuto un’accoglienza così cordiale, e mai era stato presentato come “il mio ragazzo” in un modo così naturale. La madre di Shogo arrivò poco dopo, era una donna piccola e bellissima, si sarebbe potuta definire una piccola geisha, se non fosse stato per il suo vestire all’occidentale.
- Riccardo, benvenuto! Io sono la mamma di Shogo, Kaoru. – si alzò di scatto per andarle incontro.
- Il pranzo è quasi pronto, se mi volete seguire in sala da pranzo… - durante il pranzo iniziò a sentirsi a suo agio, il signor Doyle non smetteva di riempirgli il bicchiere e alla fine, era davvero un po’ più brillo di quanto avrebbe voluto.
- Bene, ora che abbiamo preso il caffè, vi ruberò Riky, devo fargli assaggiare il mio sakè preferito. – prese per mano Riky e lo portò con sé, in una parte del giardino che sembrava un piccolo angolo di Giappone.
- Tieni, è sakè heiwa suppai umeshu, sakè di prugna. Lo faccio venire direttamente dal produttore, dalla prefettura di Wakayama. È invecchiato 3 anni, usano tre volte la quantità normalmente utilizzata, per produrre questo particolare sakè. Lo bevo solo in occasioni speciali, e questa è un’occasione speciale. – Riky assaporò il liquore, era una bomba.
- È buonissimo! – Kaoru assentì.
- E ora parliamo di mio figlio. – Riky sentì un’improvvisa voglia di fuggire.
- Questo mio figlio è… come posso dire… uguale a suo padre. Ad entrambi piacciono le stesse cose, la bella vita, le belle macchine non sono mai stati abituati a rinunciare a nulla. Sono bambini viziati e capricciosi. Suo padre mi ha amato tanto e continua a farlo anche ora, ma il segreto per fare funzionare un matrimonio con loro, è avere pazienza e tolleranza. Sei un tipo tollerante Riky? – gli versò un altro bicchiere di sakè.
- Tollerante? Dipende dal motivo, cosa dovrei tollerare? – Kaoru sorrise benevola.
- Tollerante al fatto che, a uomini come loro, puoi non bastare… - “Ah!”, questa piccola donna era estremamente diretta.
- Oh! Non dico che tu debba sopportare senza fiatare! Assolutamente no! Ma potrebbe accadere, è nella loro natura, non si sanno trattenere, ma ritornano sempre e normalmente con la coda tra le gambe e un regalo tra le mani. – Riky non sapeva come risponderle, ma lei proseguì.
- Ti ho sconvolto? Sono una donna sincera e non voglio che mio figlio si unisca a qualcuno, se questi non comprende davvero la sua natura. Pensaci, prima di proseguire con lui. – prima che Riky potesse ribattere, Shogo fece capolino.
- Mi sembra che l’abbia tenuto per te anche troppo. – sua madre assentì.
- Vieni, ti porto ad esplorare la casa. – lo prese per mano, trascinandolo a vedere ogni angolo della villa. Poi, lo portò nella sua vecchia stanza.
- Questa è la mia stanza, ho vissuto qua fino a che non mi sono trasferito nel mio appartamento, entra. – Riky pensò che, solo quella stanza, era quasi grande come il suo minilocale.
- Sei mai stato fedele a qualcuno? – Shogo lo abbracciò posando le labbra nell’incavo del suo collo.
- No. Ma non mi ero mai innamorato, prima d’ora. – risposta politicamente corretta, pensò Riky.
- Quindi, non sai se mi potrai essere fedele… - Shogo lo girò, affrontando i suoi occhi.
- Invece lo so. Ti sarò fedele, perché tu mi darai sempre tutto ciò di cui ho bisogno, sesso compreso. – Riky lo fissò, Shogo era serio, era convinto di ciò che gli stava dicendo.
- Non so se potrei sopportare, se tu mi tradissi… - Shogo lo scaraventò letteralmente sul letto.
- Non succederà. E ora spogliati, voglio scoparti qui, nella mia cameretta. – lo sguardo scandalizzato di Riky, non fece altro che eccitarlo di più, erano giorni che Shogo pensava a Riky nudo sul suo letto, facendo sua una delle fantasie che aveva avuto da adolescente e che non era mai riuscito a mettere in pratica.
- Ma… - Riky si sentiva a disagio, se fosse entrato qualcuno e li avesse sorpresi si sarebbe sentito malissimo.
- Obbedisci, fai il bravo bambino. – Shogo aveva abbassato pantaloni e boxer e teneva il suo membro dalla base, a fare bella mostra della sua potente erezione.
- Viziato e prepotente… - Riky si tolse i pantaloni e i boxer ritraendosi sul letto.
- E porco… hai dimenticato quanto io sia porco. – lo prese per le caviglie, facendolo scivolare fino al bordo e gli alzò le gambe fin sopra la testa.
- Niente lubrificanti artificiali qui, ma non mi dispiace, affatto. – abbassò la testa e iniziò a leccargli l’orifizio penetrandolo con la lingua. Riky si portò le mani alla bocca per non emettere alcun suono.
- Vediamo se riesci ad essere così silenzioso, adesso. – non riuscì a essere silenzioso, per nulla. Shogo lo baciò e in quell’istante tornò prorompente l’immagine di Efrem.


Il tempo passò, rivide Efrem un altro paio di volte, ed ogni volta regrediva, si sentiva un gambero, faceva due passi in avanti con Shogo poi, quando rivedeva Efrem, bastava a farlo ritornare indietro di cinque, poi si volatilizzò. Ormai era un anno che non lo vedeva più, la relazione con Shogo si era stabilizzata, erano passati quasi due anni, dal giorno in cui si erano incontrati. Shogo scalpitava, non ne poteva più di averlo solo a giorni alterni, voleva sposarlo, voleva che andasse ad abitare con lui e non gli dava tregua. Del resto, ormai suo padre era morto da qualche mese e sua madre aveva accettato, di buon grado, che suo figlio fosse gay e che stesse con un uomo, che per altro l’aveva conquistata completamente. L’unico problema che avevano erano le fantasie sessuali di Shogo, che a volte rasentavano l’incredibile, ma fino a quel momento Riky era riuscito a mantenere gestibile il suo uomo. Non c’era più nessun motivo che gli impedisse di dire sì. Capitolò, fissarono la data il diciassette maggio. Martina, con un impeto che non comprese neppure lei, scattò una foto alle pubblicazioni e la mandò a Efrem, con scritto semplicemente, grazie.



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