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martedì 31 dicembre 2019


OBLIVION
La storia di Javier & Eloy

Capitolo 7
Appena riuscì a riaccendere il telefono, Javier compose nuovamente il numero di Eloy, ma senza riuscire a mettersi in contatto con lui. Subito dopo compose il numero di Miguel.
«Miguel, sono appena uscito dal terminal, dimmi che l’hai trovato…» Miguel aveva già setacciato la città, senza alcun risultato.
«Niente! Sembra svanito nel nulla! Ho precettato Luis, stà setacciando tutti i posti che conosce. Sto andando a casa tua. Ci vediamo lì.» la fila per prendere un taxi era interminabile. Detestandosi per ciò che stava per fare, Javier estrasse una banconota da cinquecento euro dal portafogli, poggiangola sul vetro di uno dei taxi più lontani. Il taxista scese velocemente e lo caricò, provocando un tumulto nella fila.
«Ho bisogno di un taxi, per tutta la sera.» il taxista, contento di poter guadagnare così tanto, accettò con entusiasmo l’offerta. Arrivato davanti a casa, Miguel e Luis lo stavano già aspettando.
Ormai si stava immaginando di tutto. Prese in mano il telefono per fare l’ennesimo tentativo di contattare Eloy e si accorse di avere ricevuto un messaggio; conteneva solo un numero di telefono.
«È Eloy, mi ha scritto un numero telefonico…» Miguel e Luis si sporsero per guardare.
«Chiamalo no?» Javier compose il numero.
«Avvocato Romero. Sono Sabina.» “Sabina?!”, se prima non ci capiva più nulla, ora era completamente al buio. Per quale recondito motivo Eloy gli aveva scritto il numero di telefono di Sabina?
«Eloy…» Sabina, non solo aveva smesso di prendere gli inibitori, ma si era procurata delle pillole che aiutavano ad entrare in calore.
«Eloy è passato da me ieri, mi ha lasciato una lettera per te, la vuoi venire a prendere ora?» neppure aveva finito la frase, che tutti e tre erano risaliti sul taxi.
«Mandami le coordinate di casa tua, sarò lì il prima possibile.» pochi secondi dopo, le coordinate di casa di Sabina comparvero sullo schermo del suo smartphone. Il taxi era già in strada, ancora qualche minuto e avrebbe saputo cos’era successo a Eloy.
Sabina lo accolse nel suo appartamento e lo fece sedere al tavolo della sala, mente lei andava in un'altra stanza per recuperare la lettera che doveva consegnargli. Fin dal primo istante in cui aveva messo piede in quel piccolo appartamento, il suo sesto senso gli stava urlando di fuggire lontano, ma non poteva farlo, non fino a che fosse riuscito a recuperare la lettera di Eloy.
Quando Sabina ritornò da lui, era vestita solo d’aria.
«Sarò estremamente chiaro Sabina… non sono interessato.» al suo rifiuto, la stanza si riempì dell’essenza di Sabina, un misto floreale che lo stordì.
«L’odore di rimando, che stai spargendo per tutta la casa, dice il contrario…» si avvicinò decisa.
«Lo sai perfettamente che è una reazione chimica incontrollabile. Dammi la lettera.» istintivamente si alzò, allontanandosi.
«Lo vedi?» Sabina si era scostata i capelli dalla nuca, mostrandogli il suo lungo collo bianco «un morso, uno solo e mi farai tua. Senza problemi, senza compromessi. Mi piaci. Possiamo essere la coppia perfetta, lo vedi quanto sono bagnata, sto gocciolando, sto entrando il calore per te.» non aveva mai sperimentato il calore di un Tao, non sapeva per quanto ancora sarebbe riuscito a controllarsi.
«Sabina, te lo chiedo gentilmente e per l’ultima volta. Dammi quella dannata lettera.» ma Sabina sembrava che non lo sentisse neppure. Continuava ad avvicinarsi, il suo odore si stava facendo sempre più forte. Javier decise di giocarsi il tutto per tutto. Emise la dose di feromoni più forte che avesse mai secreto e si avvicinò a Sabina, cercando di piegarla alla sua volontà. Sapeva che poteva farlo, anche se non l’aveva mai sperimentato. Sabina svenne tra le sue braccia. La stese sul divano, strappandole la lettera che teneva ancora tra le dita e fuggì da quella casa il più velocemente possibile. Si fiondò nell’auto intriso di odore, provocando negli altri tre occupanti conati di vomito.
«Javier! E che cazzo!» Miguel uscì dall’auto cercando un respiro. Luis e l’autista erano affacciati al finestrino, cercando di fare altrettanto.
«Oddio… scusate, ma ho dovuto scatenare l’inferno per farmi dare questa lettera.»
«Mi domando cosa ci trovi in te Eloy, puzzi da fare schifo!» disse Luis, provocando ilarità in tutto il gruppetto. Ma Javier non lo stava più ascoltando, si era già immerso nella lettura della lettera e il suo sguardo, non faceva presagire niente di buono.
Lasciò cadere la lettera al suo fianco. Miguel, appena rientrato in macchina, la prese, iniziando a leggerla a voce alta. “Javer, io ti ho amato tanto. Per un momento, ho creduto che potesse funzionare, mi sono illuso che io e te, potessimo sfidare il mondo ma… sappiamo entrambi che non è così. Sabina saprà renderti felice, ne sono certo. La semplicità con cui potrai farla tua, la certezza del futuro che potrete avere insieme, ti faranno dimenticare l’illusione dell’amore che hai provato per me, credimi. Ti ho voluto rendere le cose più semplici, ho preso io la decisione che non avresti mai preso, preferisco un bel ricordo, a quello che sarebbe, con il tempo, potuto diventare un incubo per entrambi. Sai che ho ragione, tu sei così intensamente Alpha, che non avresti mai potuto fare quello che il professor Turcotte ti aveva detto. Ti prego, se mi ami davvero, non cercarmi e sii felice.” Il silenzio scese nell’auto, il viso di Javier era una maschera di pietra.
Miguel si scambiò un breve sguardo con Luis. Compose, sul suo telefono, un numero.
«Marcus, scusa, ti ho svegliato?» Marcus non dormiva, era immerso nella lettura.
«No Miguel, dimmi…» Javier , con lo sguardo ancora perso, sentendo pronunciare il nome del fratello, si girò.
«Ho bisogno del numero di telefono della madre di Eloy, sai a chi potrei chiederlo?» Marcus si mise a pensare; di certo chiamare il padre di Eloy sarebbe stato risolutivo, ma a Eloy non avrebbe fatto piacere. Avrebbe potuto chiamare il prof. Bruno Delgado, ma non era a scuola e non era in possesso del suo numero. Natalia Blanco! Quella era la soluzione, lei di sicuro avrebbe potuto aiutarlo. Aveva ancora il suo numero di telefono, l’aveva conosciuta al ballo e si erano scambiati i numeri.
«Dammi dieci minuti e te lo faccio avere ma, mi dici a che ti serve?» Miguel non era certo che a Javier avrebbe fatto piacere che desse delle spiegazioni a Marcus, inaspettatamente Javier gli tolse il telefono dalle mani.
«Non importa. Nulla che non possa aspettare domani mattina Marcus.» chiuse la chiamata.
«Ma che cazzo fai?!» Javier scosse la testa.
«Lo lascio andare. Non posso farci nulla. Per creare il legame è indispensabile che Omicron e Tao si abbandonino l’uno all’altro, la fiducia deve essere totale. Non posso fare tutto da solo.» Luis si abbandonò sul sedile.
«Certo che se anche tu fossi stato più chiaro e sincero forse, quella fiducia che cerchi, ti sarebbe stata data, non credi?» Javier annuì prendendosi la testa tra le mani.
«Lo so, lo so… cerco sempre di proteggere le persone che amo e finisco col ferirle… anche io ho le mie colpe, lo so. Ma se lo andassi a cercare e lo trovassi, non credo che riuscirei a risolvere nulla. Quando ritornerà forse… non lo so…»
Quando aprì gli occhi Eloy ci mise un po’ per capire dove si trovava. I pensieri cupi che l’avevano fatto arrivare fino a lì però erano scomparsi, lasciando il posto a un incolmabile vuoto. Scese dalla barca di buon mattino, andò al mercato nel centro del paese, comprò molta più roba di quello che avrebbe voluto, alla fine aveva fatto una scorta di viveri che gli sarebbe bastata per una decina di giorni. La giornata era bellissima, avrebbe sicuramente fatto piuttosto caldo. La sua mente era completamente svuotata. Era come se non ricordasse neppure per quale motivo era su quella barca. Caricò la merce e ci mise qualche ora per mettere a posto tutto quello che gli sarebbe servito. Infine si mise in contatto con la capitaneria di porto e accese gli apparati per comunicare il codice della sua imbarcazione prima di partire. Guardò le carte nautiche. Non voleva dirigersi nelle isole che aveva di fronte, troppo trafficate. Decise di mantenersi al largo della costa e, quando avesse trovato un posto in cui ancorarsi, magari un anfratto poco trafficato, si sarebbe fermato. Partì nel primo pomeriggio, quando arrivò nei pressi di Benitachel vide in lontananza una rientranza, dove c’erano già altre barche all’ancora, decise di fare rotta proprio lì, il sole stava già tramontando.
Ancoratosi, si preparò un pasto abbastanza frugale e salì in coperta. Si distese a poppa e guardò il cielo, con quel buio le stelle sembravano una coperta che si stendeva su di lui. Chiuse gli occhi, il viso di Javier gli comparve davanti. Li riaprì e si mise seduto. Sapeva, in cuor suo, che non sarebbe mai stato di nessun altro, doveva trovare la forza e imparare a vivere senza di lui però... Si chiedeva come avesse potuto, sua madre, resistere a non avere l’esclusiva su suo padre. Lui ci sarebbe riuscito? Già, perché ora sicuramente Javier aveva marcato Sabina e se anche loro… un dolore bruciante lo colpì al petto, Javier non era già più suo… prese in mano il telefono e lo accese, ignorando tutti i messaggi che iniziarono a comparire sullo schermo. Compose il numero di sua madre.
«Spero che sia morto qualcuno…» la voce assonnata della madre, gli fece realizzare che era da parecchio passata la mezzanotte.
«Oddio, mamma, non mi ero reso conto dell’ora!» sua madre si sedette sul letto. Eduardo Blanco, che stava dormendo al suo fianco, allarmato, aprì gli occhi.
«Tesoro, non preoccuparti, è successo qualcosa?» Eloy irruppe in pianto, sua madre si alzò, portandosi in un'altra stanza, subito seguita da Eduardo.
«Eloy Blanco! Smetti immediatamente di piangere e dimmi cos’è successo!» Eduardo collegò il suo auricolare al telefono, per sentire la chiamata.
«Mamma… l’ho perso… Oddio, l’ho perso!» i singhiozzi non si fermavano.
«Con calma, ti prego… respira Eloy.» cercò di riprendere il controllo.
«Ho bisogno di capire una cosa mamma, sarai sincera con me?» sua madre ci capiva sempre meno, Eduardo l’abbracciò cercando di rassicurarla.
«Sono sempre stata sincera con te.» Eloy si asciugò le lacrime.
«Come hai potuto rimanere insieme a un uomo che si è legato anche ad un'altra donna? Come hai potuto essere sempre “l’altra” per tutta la vita? Perché?! Io davvero non lo capisco mamma!» Eduardo la strinse a sé ancora più forte.
«Beh…non è stato facile, tuo padre è stato l’unico uomo che mi sia mai interessato. Sapevamo che era un rischio mettere la sua famiglia davanti al fatto compiuto, ma ci abbiamo provato. Forse ti sconvolgerà sapere che lui sarebbe stato disposto a rinunciare a tutto e stare con noi, ma sono stata io a non permetterglielo. Io ho il suo cuore, sua moglie ha il suo status.» “e io?”, in tutto questo come l’avevano calcolato? Un inevitabile conseguenza, questo si era sempre sentito.
«Ma in questo modo io non ho mai avuto un padre!» sua madre sospirò.
«Tu l’hai avuto eccome un padre! Sei tu che l’hai sempre messo da parte, solo tu, lui per te c’è sempre stato. Anche ora, che continui costantemente a trattarlo come se fosse un tuo nemico, lui continua a cercarti! Smettila di commiserarti, è tutta la vita che lo fai! Piuttosto tu, cos’è successo, me lo vuoi dire?!» era vero? suo padre continuava a cercarlo e lui continuava ad allontanarlo?
«Credo di avere buttato Javier nelle braccia di un'altra persona e… ora non so più cosa fare. Lui mi ha mentito e io ho agito d’impulso… l’ho perso… ho perso l’amore della mia vita.» Eduardo andò a preparare un caffè.
«E, immagino che tu non ne abbia neppure parlato con Javier, vero? A proposito chi è Javier? Per caso, era per lui che ti precipitasti da me quella notte?» accidenti, non le aveva ancora parlato direttamente di lui, se ne era dimenticato.
«Beh, sì… » un lungo momento di silenzio accompagnò la sua risposta.
«Raccontami tutto, non tralasciare nulla.» Eloy le raccontò tutto, tralasciando solo i particolari che non si possono raccontare nei dettagli a una madre. Man mano che proseguiva nel racconto, la sua disperazione aumentava, come la consapevolezza di quanto fosse stato avventato il suo gesto. Ora il solo pensiero di aver immaginato di togliersi la vita gli dava la nausea. Avrebbe dovuto combattere, affrontarlo, chiedergli spiegazioni. Ma era fuggito, come aveva sempre fatto con suo padre, sua madre aveva ragione.
«Cosa posso fare madre? Come posso rimediare?» ormai erano le due di mattina, poco si poteva fare.
«Certo che tu sai come incasinarti la vita figlio mio… dove sei ora?» si guardò intorno, le luci delle barche attorno a lui, in quella laguna tranquilla, erano ormai tutte spente, tranne quelle di posizionamento.
«Nel mezzo del nulla, in mezzo al mare…» sua madre aveva bisogno di riflettere.
«Non spegnere il telefono, ci risentiamo a un orario in cui il mio cervello funziona meglio.» era sollevato, era riuscito a fare a sua madre quella domanda che lo aveva tormentato per anni, e la risposta che aveva ricevuto era così… semplice, l’amore era la risposta. Che infantile che era stato e ora, sarebbe finito anche lui a fare “il secondo” come lei? E la cosa peggiore era che, se l’era procurata lui stesso quella situazione. Iniziava a fare fresco in coperta, decise di scendere in cabina per provare a dormire un po’. Andò in bagno, si versò un bicchiere d’acqua per ingoiare la pillola per inibire il calore. Aprì la sacca per prelevarla, la svuotò, non riuscendo a trovarla nella tasca interna, ma non la trovò. “Merda”, si era dimenticato di portarla con sè, poco male, il giorno successivo avrebbe raggiunto il porto con il gommone, sicuramente una farmacia l’avrebbe trovata. Le provabilità di incontrare un Omicron erano davvero basse, perciò, se ne saltava una non sarebbe stato un gran danno.
«Davvero Miguel, puoi lasciarmi solo, vai a casa.» Luis se n’era andato da una mezz’ora, ormai si era fatta l’una, ma Miguel non ne voleva sapere di lasciarlo solo.
«No. Rimango, non si sa mai, con la testa calda che ti ritrovi che cosa potresti fare.» gli versò una generosa dose di whisky con ghiaccio.
«Bevi.» si sedettero sul grande divano bianco, in silenzio.
«Io ti invidio. Ti ho sempre invidiato. E anche in questa occasione, in cui nessuno ti invidierebbe, io continuo, ostinatamente, ad invidiarti.» Miguel aveva gli occhi chiusi e la testa buttata all’indietro, mentre pronunciava quelle parole.
«Quanto hai bevuto mentre mi facevo la doccia?» Javier guardava davanti a sé, perduto nei suoi pensieri.
«No, parlo sul serio! Da quando eravamo all’asilo! Io volevo essere te, avrei sempre voluto essere te.» Javier scosse la testa.
«Non hai nulla da invidiarmi.» Javier si scolò l’intero bicchiere, il liquido gli bruciò la gola, provocandogi un immediato calore al viso. Miguel si affrettò a versargliene un'altra dose.
«Tu credi? Facciamo un elenco. Le cose che si devono invidiare a Javier. Al numero uno, l’estrema bellezza, che io non ho. Al numero due, il fascino, che uno che infila le braccia dentro il culo di una vacca non avrà mai. Al numero tre, l’intelligenza al di sopra della media. Al numero quattro, la tua famiglia; amorevole, unita e, cazzo siete uno più bello dell’altro! Al numero cinque, ma non per importanza, sei l’unico di noi tre che ha trovato il suo predestinato. Ah, no, è vero, anche Luis l’ha incontrato…» Javier si girò verso Miguel con gli occhi serrati.
«Ma sei serio? Beh, se lo sei, mettici anche il numero sei, sono anche il più stupido dei tre. Visto che, a quanto pare, sono riuscito a rovinare tutto.»
«Beh, se io fossi te, e mi piacerebbe, lo scoverei e lo scoperei fino a quando lui non cede.» Miguel, come sempre, riuscì a strappare un sorriso al suo amico.
«Cose da invidiare a Miguel; al numero uno, la semplicità con la quale trova le soluzioni ai problemi; numero due, la facilità con cui riesce, anche nei momenti più bui, a strapparmi un sorriso e, al numero tre, ma non per importanza, la sua lealtà, grazie di esserci sempre.» come al solito si addormentarono sul divano. Li svegliò in suono del telefono di Javier.
«Pronto…» prima di prendere la chiamata, aveva notato che era un numero che non aveva in agenda.
«Javier? Sono il padre di Eloy, ho bisogno di parlarti.» Eduardo Blanco? Si mise a sedere, gli faceva male tutto, la testa gli stava esplodendo, Miguel continuava a russare, di fianco a lui.
«È per una causa? Non mi risulta di averne in cui sia coinvolto lei…» non gli stava rendendo le cose facili, ma lo stava facendo per suo figlio, sentirlo così disperato lo aveva scosso.
«Nessuna causa, possiamo vederci, non ti ruberò molto tempo.» aveva bisogno di riprendersi un po’, doccia e analgesico lo avrebbero rimesso a nuovo. Scosse Miguel.
«Tra poco devo uscire, devo incontrarmi con il padre di Eloy, ci facciamo un caffè?» Miguel aprì un occhio.
«Un litro di caffè e un pillolone di analgesico, Eduardo Blanco?» fecero colazione insieme, appena Miguel uscì, Javier corse a prepararsi. Si erano dati appuntamento al Parque de la Ereta, non era proprio a due passi da casa, doveva sbrigarsi.
La vista panoramica della sua città, con il mare che sembrava una tavola luccicante, gli riempirono il cuore di malinconia, gli mancava, Dio quanto gli mancava. Percorse il viale in salita, fino al vecchio patio di legno, erano anni che non ci tornava, avrebbe tanto voluto portarci Eloy. Eduardo Blanco era seduto sulla panca scavata nella roccia, di fronte al patio. Quasi non lo riconobbe, vestito in maniera casual.
«Sono in ritardo?» Eduardo scosse la testa, facendogli cenno di sedersi accanto a lui.
«Scusami se ti ho chiamato così repentinamente.» forse era perché gli mancava tanto, ma oggi, guardando Eduardo, poteva riconoscere molti tratti del viso di Eloy. Sorrise.
«Bene, mi dica, di cosa voleva parlarmi?» Eduardo si passò la mano sul viso.
«Non è mia abitudine intromettermi nella vita dei miei figli, soprattutto in quella di Eloy. Ma in questo caso, beh… proprio non posso farne a meno.» Javier corrucciò le sopracciglia.
«Ti ho portato delle foto.» Javier sgranò gli occhi, senza capire dove volesse andare a parare.
«Guarda attentamente, questo è Eloy, all’età di circa 7 anni.» Javier non potè fare a meno di notare quanto già fosse bellissimo.
«Ecco, invece, in questa, aveva circa 12 o 13 anni.» Javier continuava a non capirci nulla.
«Qui, invece, era il giorno in cui prese servizio nella scuola frequentata da tuo fratello.» più le guardava, meno riusciva a notare qualcosa.
«Invece questa, gliel’ho scattata di nascosto, al ballo.» una pugnalata al cuore, vederlo felice accanto a lui.
«Noti qualcosa?» Javier appoggiò le foto sulla panca, nell’ordine in cui gliele aveva date.
«No, non capisco, cosa dovrei notare?» come un mazziere esperto, spostò le foto in un ordine differente.
«Prova ora…» e, improvvisamente lo vide, lo sguardo. Nella foto in cui lui e Eloy erano insieme, lui aveva lo stesso sguardo della prima foto, quando aveva 7 anni.
«Dalla tua espressione credo che tu abbia capito. Non gli vedevo quello sguardo felice da quando aveva 8 anni, e credo che il merito di tutto questo sia tuo.» lo fissò, sentendo dentro di sé crescere l’ansia.
«Ma tu, davvero lo ami?» Javier strinse i pugni.
«Più di ogni altra persona a questo mondo.» Eduardo gli diede un paio di colpetti sulla spalla.
«Allora, proprio non riesco a capire perché tu sia ancora qui e non lo sia andato a prendere. Se conosco mio figlio, non si aspetta di meno, anche se, forse non se ne rende conto neppure lui.» “e se avesse ragione lui?”, del resto era quello che gli avevano detto anche Luis e Miguel… Eduardo si alzò.
«Sai dove si trova?» gli chiese Javier speranzoso.
«Io no, ma sono convinto che il suo amico, Bruno Delgado, potrebbe sapere qualcosa, visto che ieri, Eloy, a sua madre, ha riferito di essere in mezzo al mare.» “oh mio Dio, dove cavolo è andato?”, Javier guardò l’orario, erano ormai le 11, suo fratello usciva da scuola tra meno di un ora, doveva sbrigarsi.
«Io, la ringrazio per la franchezza. Ma devo scappare, se voglio beccare il professor Delgado fuori dalla scuola.» strinse la mano a Eduardo, che lo vide allontanarsi correndo per il viale che portava al parcheggio. Eduardo compose il numero di telefono di Maria.
«Missione compiuta, l’avvocato sta correndo a recuperare il professore.» la risata cristallina di Maria gli riempì le orecchie e il cuore.
Aveva parcheggiato di fronte all’uscita della scuola, aveva già visto Bruno in precedenza, ma non era certo di riuscire a riconoscerlo, perciò, appena vide suo fratello, ne attirò l’attenzione, facendolo correre da lui.
«Hey! Che sorpresa!» lo abbracciò, approfittandone per sussurrargli all’orecchio la sua richiesta.
«Perdono, non sono qui per te, ho bisogno di chiedere una cosa al professor Delgado, e non posso permettermi di farmelo sfuggire.» Marcus gli indicò un uomo che stava raggiungendo il parcheggio.
«Ti devo una cena Marcus!» gli arrivò alle spalle in meno di un secondo, poggiandogli la mano su una spalla.
«Scusa, ho bisogno di un informazione. Sono il fidanzato di Eloy.» quasi si spaventò per l’irruenza con cui lo interrogava.
«Salve. Prego, se posso aiutarti…» Javier prese fiato.
«Sai dove si trova Eloy?» “ecco perché mi ha chiesto la barca!”, se Eloy voleva sfuggirgli, perché avrebbe dovuto aiutarlo lui?
«E perché dovrei saperlo io, se non lo sai tu?» Javier non aveva tempo da perdere, anche se comprendeva la sua lealtà.
«Ok. Non lo so perché, beh… diciamo che ci sono state delle incomprensioni. Ma so che tu gli hai prestato la barca. Ma non so in quale porto fosse, questa benedetta barca, e non so come si chiami e se tu non mi aiuti… beh, sicuramente riuscirò a scoprirlo, ma ho fretta, perché devo andare a chiarirgli che io lo amo e sai, non vorrei mai che se arrivo in ritardo… cazzo! Aiutami, per favore…» doveva essere davvero disperato per venire da lui. Pregando che Eloy non lo uccidesse lentamente al suo ritorno, prese un foglio e scrisse il nome del porto e della barca, un numero di telefono e un nome.
«Nome del porto e della barca. Il numero di telefono della capitaneria, chiedi di Sal, lui ti aiuterà a capire dove si trova in questo momento.» mentre gli consegnava il biglietto nella mano, la strinse trattenendola.
«Spero di non dovermi pentire di avere tradito la sua fiducia.» Javier gliela strinse ancora più forte.
«No, non te ne pentirai, te l’assicuro.» Marcus lo stava aspettando.
«Fratello io devo andare, ti dispiace di dire alla famiglia che mi prendo qualche altro giorno di ferie?» Marcus annuì.
«Papà non ne sarà entusiasta. Ma mi vuoi dire che cosa cavolo sta succedendo?» s’infilò gli occhiali da sole.
«Sto andando a riprendermi Eloy.» Marcus scosse la testa.
«Ci rinuncio.» gli rispose, mettendosi a ridere.
Una strana allegria si stava impossessando di lui, mentre macinava i chilometri che lo dividevano dal porto di Denia. Ne approfittò per chiamare la capitaneria. Sal si dimostrò efficiente e collaborativo, poco prima che parcheggiasse al porto, gli aveva già saputo dire la posizione della barca, e gli aveva trovato qualcuno disposto a portarlo fino lì. Nel giro di mezz’ora era già in navigazione. Alle sette di sera avvistarono la barca di Eloy. Si ancorarono il più vicino possibile, ma di lui nessuna traccia. La barca era abbandonata.
«Manca il gommone, sicuramente è sceso in città…» “fantastico”, lo avrebbe trovato in cabina al suo ritorno…
«Riesce a farmi arrivare a bordo?» lo shipper storse il naso.
«Non se ne parla, non senza il permesso di chi guida l’altra barca.» mentre diceva quelle parole, Javier si era già tuffato.
«Signor Romero!» Javier gli gridò, prima di iniziare a nuotare.
«Non si preoccupi! Lei non ha nessuna responsabilità, dirò che sono arrivato a nuoto!» Lo shipper rise.
«Sicuro che posso andarmene?» per tutta risposta Javier iniziò ad allontanarsi con lunghe bracciate, in pochi minuti era sulla barca.
La madre di Eloy lo aveva richiamato verso le nove di mattina, pregandolo di non muoversi di lì e che avrebbe cercato di indagare come stavano le cose attraverso le sue amiche. L’avrebbe richiamato a tarda sera. Dopo avere mangiato, prese la decisione di chiamare Selena.
«Eloy! Che sorpresa!» odiava la sua voce mielosa e falsa.
«Selena.» decise di andare subito al sodo.
«Volevo sapere com’era andata…» aveva il fiatone, come se avesse corso.
«Ah, non sai nulla?» aveva voglia di urlare.
«Evidentemente no, visto che te lo sto domandando.» peccato che non fosse una video chiamata, avrebbe potuto scorgere il ghigno satanico stampato sul viso di Selena, e capire che gli stava mentendo spudoratamente.
«Credo che non ti ringrazierò mai abbastanza. Che amante focoso, che maschio! Il morso fa ancora un po’ male, ma credo sia normale no?» cadde in ginocchio.
«Mi rallegro che sia andato tutto secondo i piani. Ti auguro ogni felicità» chiuse la chiamata senza attendere la risposta. Almeno ora sapeva, se ancora l’avesse voluto sarebbe finito a fare l’amante, come sua madre. Schifato scese a terra, almeno doveva salvaguardare se stesso e prendere quei benedetti inibitori. Sorprendentemente, la farmacia del porto non aveva quel tipo di inibitore. Dovette addentrarsi nel paese per cercarne un'altra, neppure questa l’aveva ma, lo rassicurarono che gliel’avrebbero fatto avere entro l’ora di chiusura. Si perse nelle strette vie della parte vecchia, curiosando nelle botteghe che vendevano souvenir, per far passare in tempo. Ma qualsiasi cosa vedesse, il suo pensiero tornava a Javier, a quanto avrebbe voluto che fosse lì con lui a passeggiare lungo quelle vie. Quando finalmente arrivarono le sette, si recò nuovamente alla farmacia, per ritirare la medicina. Tornò alla sua barca senza forze, era dalla mattina che si sentiva così, sicuramente era dovuto al forte stress che aveva subito e al caldo, che era sempre più fastidioso. Decise che si sarebbe fatto una lunga doccia, sarebbe andato a dormire subito dopo avere parlato con sua madre. Scese sotto coperta, lasciando la scia dei suoi vestiti.
«Se ti levi anche i boxer ti salto addosso.» sobbalzò, emettendo un urlo sgraziato.
«JAVIER! MI HAI FATTO VENIRE UNA SINCOPE!» aveva le allucinazioni o era davvero di fronte a lui? Completamente bagnato!
«Hai preso un bel po’ di sole vedo…» Javier si stava avvicinando con uno sguardo da predatore.
«NO. Non ti azzardare a venirmi vicino!» ma Javier non lo sentiva più, lui era suo, non gli avrebbe permesso di scappare, mai più.
«Hai Sabina ora, ricordati…» Javier si fermò a pochi centimetri da lui.
«Sabina? Non l’ho sfiorata neppure con un dito.» Javier aveva iniziato a secernere tutti i feromoni che poteva, l’aria si era fatta pesante e il respiro di Eloy era sempre più veloce.
«Ma, ma lei mi ha detto che tu… io…» un caldo improvviso lo avvolse, bruciava come se qualcuno gli avesse improvvisamente acceso un fuoco dentro, il calore si stava avvicinando.
«Stai bagnando il pavimento tesoro, meglio che ti togli i boxer.» si era immobilizzato, sentiva le gambe molli, il cuore impazzito, i suoi feromoni stavano inondando la stanza mischiandosi a quelli di Javier.
«Giura che non l’hai toccata, dimmi che mi ha mentito…» Javier si tolse la maglietta e i pantaloni, sotto non portava nulla. I suoi indumenti bagnati caddero al suolo pesantemente.
«Non l’ho toccata, è stato difficile respingerla però. Hai messo a rischio tutto per paura vero? Non credi in me. Ma io, ugualmente, sono venuto qui a prenderti. Perché io non ti lascio andare piccolo, scordati che io ti lasci andare, tu sei mio.» lo stava sfiorando con il suo torace, il fuoco che aveva dentro ardeva sempre di più. Gli infilò un dito dentro i boxer, facendolo scorrere per tutta la cintura.
«Stai per entrare in calore, lo sento dal tuo odore. Lo sai che entrerò in calore anch’io, tra poco? Ho smesso i soppressori cinque giorni fa, io sono pronto, ce la possiamo fare. Hai letto cosa deve succedere per creare il legame vero? Quindi prendimi, scopami ora che non sei ancora in calore, perché io lo farò fino a che non sarò sicuro che sarai solo mio.» gli fece scendere i boxer e si allontanò da lui, sdraiandosi sul letto spalancando le gambe.
«Approfittane, dacci dentro.» Javier sul letto a gambe aperte, rosso in viso, era una visione. Non era mai stato attivo Eloy, non sapeva se ci sarebbe riuscito ma, appena sfiorò il corpo di Javier e lo vide tremare sotto il tocco delle sue mani, tutto cambiò. Voleva esplorarlo, toccarlo, farlo arrivare al limite. Ma continuava ad esitare, aveva paura di rovinare tutto e il suo corpo rifiutava la parte dell’attivo, lo desiderava così tanto, anche se non era ancora completamente in calore.
«Stenditi vicino a me e dammi la tua mano.» Javier non sapeva se avrebbe funzionato e anche se cercava di sembrare tranquillo e a suo agio, non lo era affatto. Ma, malgrado questo, era estremamente eccitato a trovarsi in quella posizione. Prese la mano di Eloy e si mise a succhiargli le dita, quando furono ben bagnate le guidò dentro di lui. Fu doloroso, ma finse che la cosa gli piacesse molto. Provabilmente questa fu la mossa vincente. Eloy si portò in ginocchio davanti a lui e, senza dire una parola, continò il “lavoro”, era ipnotizzato dagli spasmi e dai mugulii che riusciva a provocare a Javier. Ben presto si accorse che il suo membro reagiva, alzò le gambe a Javer e appoggiò a punta.
«No, girati, così ti farei troppo male.» ubbidientemente Javier si girò, offrendogli uno spettacolo niente male, Eloy si sentiva stordito. Si posizionò dietro di lui prendendolo per le anche, sentì la pelle di Javier accaponarsi. Tremava, ma questo lo eccitò ancora di più, lentamente spinse il glande dentro di lui, che emise un piccolo grido. Lo afferrò più saldamente e spinse fino in fondo. Si appoggiò sulla sua schiena ansimando.
«Quindi è questo che si prova Javier?» Javier continuava a tremare, ma il dolore si era mischiato a una strana senzazione che non riusciva a catalogare. Eloy gli prese in mano l’uccello.
«Vedi, stai buttando fuori preseme come se piovesse. Strana sensazione vero? Ora inizio a muovermi.» si sollevò, uscendo quasi completamente da lui, per poi rientrare quasi con violenza.
«Non resisterò ancora per molto se mi stringi in questo modo…» si mosse lentamente dentro di lui, era surreale, stava scopando il suo Alpha, e se avesse dovuto descriverlo, avrebbe usato un solo aggettivo, strepitoso. Lo sollevò facendo aderire la sua schina al suo torace, le mani di Javier si ancorarono alle sue natiche, ora era lui che dava il ritmo alle sue spinte. Sentì l’orgasmo che stava per esplodere e, istintivamente, leccò la parte alta della schiena di Javier, e continuò a leccarla fino a che esplose dentro di lui, affondando i sui denti appena al di sopra della scapola destra. Fu in quel preciso istante che entrambi entrarono in calore. In ogni punto in cui Javier l’aveva morso, sentiva un formicolio crescente. Javier si liberò, letteralmente, di lui, facendolo volare disteso sul letto. Il sangue colava sulla sua schiena, la ferita bruciava. Si buttò sul corpo di Eloy, baciandolo selvaggiamente. Mai aveva sentito un calore così forte, non riusciva neppure a parlare. Si sollevò dal corpo di Eloy e lo guardò. Era così lascivo. Le gambe aperte lasciavano ben poco all’immaginazione. Con le mani si stava toccando ovunque. Gli strinse un capezzolo e Eloy urlò di piacere.
«Sei così osceno amore mio in questo momento… mi desideri così tanto?» Eloy lo stava guardando con occhi supplicanti.
«Ti prego…» Javier si sedette, appoggiando la schiena alla testata del letto.
«Serviti…» gli disse tenendo ben saldo tra le mani il membro turgido. Eloy stava per salire a cavalcioni su di lui, ma lo bloccò.
«No, dall’altra parte.» incrociò le gambe e Eloy si appoggiò su di lui. Gli puntò l’uccello e gli scivolò dentro in un solo colpo. Eloy impazzì di piacere, sentirlo così profondamente dentro di lui, era una cosa incredibile. Javier, dopo averlo fatto “ballare” un po’, non resistette e lo sollevò, mettendolo sotto di lui. Non capiva più nulla, lo stava scopando con una violenza che spaventava anche lui. Ma non riusciva a fermarsi, non c’era più nulla, solo loro due e i loro corpi uniti in un sabba infernale, in un crescendo infinito. Eloy era ormai venuto innumerevoli volte, e ogni volta che lo vedeva godere, era come se una forza ancora più potente s’impossessasse del suo corpo. Ad un tratto, sentì che i suoi canini si allungavano, stava per venire. Si gettò sul collo di Eloy, che ormai sembrava una bambola di stracci, e affondò il suo morso alla base del collo, incominciando nel contempo a eiaculare dentro di lui. Entrarono in una dimensione parallela, non c’erano più rumori, nessun dolore, soltanto pace e benessere, l’oblivion. Crollò su di lui.
«O MIO DIO…» le parole di Eloy lo riportarono alla realtà.
«Notevole vero?» gli baciò la fronte.
«Sì, però ora mi piacerebbe, tipo, alzarmi. Potresti uscire dal mio culo e smettere di eiaculare?» Javier gli bloccò le mani.
«Se provassi ad uscire in questo momento, mi si romperebbe l’uccello e ti strapperei l’utero. Non vuoi che accada vero?» Eloy, che non si era ancora reso conto di cosa fosse accaduto, rimase a bocca aperta.
«Significa che io e te siamo…» Javier lo baciò dolcemente.
«Se non fosse così non starei ancora dentro di te…» Eloy iniziò a realizzare totalmente cosa stesse succedendo.
«Quindi le provabilità che tu mi stia fecondando…» Javier gli morse il lobo dell’orecchio.
«Il professor Turcotte e Pierre sostengono che, a legame avvenuto, le provabilità di essere fecondati sono circa del 100%.» Eloy si coprì il viso con le mani.
«E chi cazzo è Pierre?» Javier lentamente si mise in ginocchio mettendosi comodo, facendo ben attenzione a non fare pressione sull’aggancio.
«È una storia lunga…» mentre aspettavano di potersi staccare, ebbe tutto il tempo per raccontargli di Pierre e della meravigliosa e triste storia che gli aveva raccontato e che gli aveva permesso di creare il loro legame, del professor Turcotte e di Claudia.
«Beh, noi potremmo chiamarlo Oceano…» Javier scoppiò a ridere.
«Oceano Romero…non è così male.» finalmente sentì che poteva sganciarsi da lui.
«Ti amo. E finalmente nulla potrà più intaccare il nostro legame.» lo baciò stringendolo a se.

Sette anni dopo
«Alfonso Romero! Quante volte ti ho detto che non devi farlo?» il piccolo Romero aveva da poco scoperto quanto il suo umore potesse influire sugli esseri viventi, e si divertiva spesso ad esercitarsi sugli animali.
«Scusa nonna.» era un bambino sveglio e pieno di voglia di vivere, la gioia di entrambe le famiglie.
«Quando ritornano Eloy e Javier?» la nonna gli accarezzo il musetto triste.
«Tra una settimana potrai riabbracciarli.» Alfonso strinse la bocca.
«Ma perché viaggiano così tanto?» nonna Maria lo accolse sulle sua gambe.
«Perché fanno delle conferenze per insegnare a altri Omega Tao e Alpha Omicron come si crea il legame, tra poco lo faranno meno, visto che altri si sono uniti alla loro associazione.» Alfonso annuì.
«E perché quando vado a scuola non posso usare i miei poteri?» la nonna gli scompigliò i capelli.
«Perché creeresti il caos! Prova a immaginare se facessi diventare tutti gli Omega degli Alpha o viceversa, solo perché ti sei arrabbiato un pochino! Ma stai tranquillo, il professor Turcotte ha quasi finito di testare una medicina che ci farà stare tutti più tranquilli.» ma lui non la pensava allo stesso modo, gli piaceva creare il caos. Soprattutto con quel bullo di Riky, lo trattava come una femmina e a lui non piaceva affatto, un giorno lo avrebbe fatto, lo avrebbe fatto sentire un Omega.

Fine

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domenica 8 dicembre 2019

OBLIVION
La storia di Javier & Eloy

Capitolo 6

Gli era passata la fame. Il solo pensiero di essere dominato da qualcuno, fosse anche Eloy, gli dava la nausea. Entrò nella camera. Eloy, completamente nudo, disteso nel suo letto, era talmente bello da fargli quasi dimenticare tutto il resto. Eloy si girò sulla schiena, Javier non poté fare a meno di guardare il suo membro che, anche a riposo, era di notevoli dimensioni, non quanto il suo, ma era di una misura di tutto rispetto. Istintivamente si toccò il sedere. Si distese al suo fianco guardandolo a lungo, era così perfetto per lui! Ma non era suo… L’aveva morso quella sera, non profondamente, ma quel tanto che gli avrebbe dato la certezza che nessun altro Omicron gli si sarebbe potuto avvicinare, anche in caso di calore improvviso. Lo strinse a sé, respirandone l’odore a pieni polmoni, si addormentò poco dopo.
Il mattino successivo si svegliò ancora abbracciato a lui, sfilò da sotto la testa di Eloy il suo braccio, cercando di non svegliarlo. Fece una lunga doccia, cercando di trovare una soluzione in quel labirinto di incertezze. Quando uscì dal bagno, il profumo del caffè lo raggiunse, deliziandogli le narici. Con solo un asciugamano a coprirgli le parti basse, raggiunse la cucina. Eloy stava preparando una colazione alla francese, i toast sfrigolavano nella pentola, sprigionando odore di burro riscaldato. Eloy era completamente nudo, non si vergognava più di mostrarsi a lui. Quasi lo fece trasalire, quando lo abbracciò da dietro, facendo scivolare le sue grandi mani sul suo sesso.
«Hey! Vuoi che mi bruci?!» lo baciò sul morso, sapendo che gli avrebbe provocato brividi in tutto il corpo e un discreto rilascio di feromoni, che arrivarono, colpendolo direttamente sotto il piccolo asciugamano.
«No, voglio tornare subito in camera…» Eloy si voltò. La sua mano percorse il suo torace, facendolo gemere. Lo sguardo dolce che gli rivolse, portò i battiti del suo cuore a mille. Fu in quel momento che prese la decisione.
«Eloy, oggi prenoto un biglietto per Toronto, vado a parlare con il professor Turcotte. Così appena la scuola finirà, potremo andare in un posto isolato e… provare a…» Eloy affondò la testa in mezzo al suo petto.
«Vorrei venire con te, potrebbero avere bisogno di verificare delle cose…» Javier poggiò il mento sulla sua testa.
«No, non puoi lasciare i tuoi ragazzi soli alla fine dei corsi. Ci metterò poco, dieci giorni al massimo, chiedo a Miguel di venire con me, così non mi saprai solo, ok?» doveva parlare con il professore faccia a faccia poi, avrebbe deciso cosa fare.
Quando raggiunse il suo studio, diede disposizioni alla sua segretaria di rivoluzionare la sua agenda di lì a quindici giorni, rovinandole la giornata. Si chiuse in ufficio e chiamò subito Miguel.
«Avvocato! Qual buon vento ti ha fatto ritrovare il mio numero di telefono?» sperava, con tutto il cuore, che gli dicesse di sì.
«Sei con un braccio dentro una vacca? Perché avrei un tantino bisogno di te.» Miguel percepì, all’interno di quel suo solito modo di fare, una nota stonata.
«Che succede. Aspetta, mi sposto.» uscì dall’ambulatorio, portandosi nel cortile interno della vecchia casa padronale.
«Che cosa ne pensi di andare a pescare salmoni in Canada?» Javier aveva davanti a sé lo schermo del computer, un click e i biglietti per Toronto sarebbero stati suoi.
«Quando…» Javier incrociò le dita.
«Partiamo domani mattina alle dieci.» Miguel aveva appuntamento con una ragazza italiana, che aveva conosciuto on-line, in un sito di chat. Veniva apposta dall’Italia per conoscerlo. Erano due mesi che chattavano, di sicuro non l’avrebbe perdonato…
«Per quanto tempo staremo via?» Javier chiuse gli occhi.
«Dieci giorni.» Miguel ripassò mentalmente i suoi appuntamenti, cercando di trovare un posto a ogni cosa.
«Ci troviamo all’aeroporto alle sei, vengo da solo, devo sistemare parecchie cose. Stai bene?» Javier cliccò sul pulsante paga.
«Ora sì. Ci vediamo domani al check-in.» da quel momento, per entrambi, fu una corsa contro il tempo. Si ritrovò alle nove a rientrare a casa distrutto, Eloy arrivò pochi minuti dopo.
«Hey! Hai la faccia stravolta.» gli corse incontro e lo sollevò da terra, facendolo scivolare piano sul suo corpo per farlo scendere.
«Questa è la nostra ultima notte insieme, parto domani per il Canada con Miguel.» una smorfia spuntò sul viso di Eloy.
«È davvero indispensabile?» Javier tolse dalla sua tasca un piccolo pacchetto regalo e glielo mise tra le mani.
«Aprilo.» Eloy aprì il pacchetto. Conteneva un portachiavi con il simbolo della sua amata Lamborghini.
«Amore, non dovevi! Non ho neppure i soldi per farci benzina a una macchina del genere!» Eloy aveva intuito che quel portachiavi non dovesse necessariamente seguire un’auto, ma gli piaceva vedere come s’imbarazzava il suo uomo quando lo prendeva in contropiede.
«Ha… non credevo che desider…» Eloy scoppiò a ridere.
«Piccolo, ti stai prendendo gioco di me? Vuoi che ti punisca ancora?» si avvicinò minaccioso, mentre Eloy non smetteva di ridere piegato in due. Quando finalmente si calmò, alzò la testa, trovandosi davanti agli occhi un mazzo di chiavi, che ciondolava dalle mani di Javier.
«Queste sono le chiavi di casa mia. Quando ti sentirai solo o avrai bisogno di sentire il mio odore, vieni qui e resta fin che vuoi.» questo era mille volte meglio di una qualsiasi macchina di lusso.
«Non voglio che tu vada… ho un brutto presentimento…» Javier lo abbracciò baciandolo dolcemente.
«Ora ti dirò cosa faremo per scacciare i brutti presentimenti. Per prima cosa, ci sentiremo tutti i giorni alle 23, a Toronto dovrebbero essere circa le 17, così ci sentiremo più tranquilli entrambi. Seconda cosa, ti lascio l’incombenza di prenotare le nostre prime vacanze insieme ma, mi raccomando, scegli un posto abbastanza isolato, così eviteremo di dare fastidio, con tutti i nostri feromoni impazziti. E, ultima cosa, se sei d’accordo anche tu, inizia a calare la dose degli inibitori, così, quando li smetterai, dovresti entrare in calore più in fretta.» Javier aveva pensato proprio a tutto, forse…
Alle nove in punto, Eloy scaricò Javier all’entrata dell’aeroporto Elche, avrebbe voluto dirgli una quantità di cose, ma non riusciva a farsene venire neppure una in mente, che non risultasse mielosa alle sue orecchie e odiava sentirsi così esageratamente “Omega”. Perciò, mantenne un sorriso stampato sulla faccia, fino a che non lo vide scomparire dietro le porte scorrevoli. Per sua fortuna, aveva lezione alle undici, perciò, potè raggiungere la scuola in tutta tranquillità, riuscendo a ritrovare anche un certo tono.
L’aereo era in orario perfetto, ma non lo era Miguel, che rischiò di rimanere a terra. Quando lo raggiunse, Javier era già seduto al suo posto, con un diavolo per capello.
«Sei peggio di Eloy! Cos’è, non ti è suonata la sveglia?» “se solo sapessi cosa mi sono dovuto inventare per poterti seguire!”, ma non gli avrebbe fatto pesare nulla, sapeva che, se gli avesse raccontato di aver rimandato indietro, la sola ragazza per cui aveva provato interesse nella sua vita, lo avrebbe fatto scendere da quell’aereo, fosse anche con il paracadute.
«Precisamente…» Javier scosse la testa. Appena l’aereo decollò, raccontò tutto ciò che era accaduto a Miguel.
«una cosa non ho ancora ben capito…» Javier si girò verso di lui.
«Per quale motivo vuoi andare di persona dal professor Turcotte? Speri di fargli cambiare idea e di poter salvare il tuo culo vergine?» una signora, nella fila centrale, sgranò gli occhi, Javier le regalò un sorriso ammagliante, facendola arrossire.
«Potresti parlare un po’ più a bassa voce? Stai pur sempre parlando del MIO culo! Il professore continua ad essere un po’ vago, quando gli faccio delle domande specifiche sui suoi studi. Sono certo che mi nasconda qualcosa, forse, se lo incontrassi, a quattr’occhi, riuscirei a sapere di più e a convincermi che questa sia la cosa giusta da fare. Credimi, se fossi certo che facendomi marcare da Eloy, mentre mi mette sotto, fosse il modo giusto per creare il legame, l’avrei già fatto. Ma ho scoperto che anche altre coppie ci avevano provato e non ha funzionato… non voglio creare false aspettative a Eloy, voglio certezze.» Miguel annuì e si mise a pensare.
«Capisco, se il culo fosse il mio, farei la stessa cosa.» Javier spostò la testa all’indietro, espirando.
«A volte mi chiedo per quale motivo ti considero il mio migliore amico…» Miguel rise.
«Perché io, mio caro, dico sempre ciò che penso.» il volo fu interminabile e, anche se per un buon tratto dormirono, sembrava che non dovessero arrivare mai.
L’appuntamento con il professor Turcotte era per il giorno successivo alle nove del mattino, nel suo laboratorio.
Il laboratorio era all’interno della York University, furono accompagnati da uno degli studenti del professore, direttamente al laboratorio centrale. Il professore era intento ad osservare alcune cellule nel microscopio virtual3D, era buffo vederlo toccare le cellule che lo circondavano, sembrava stesse facendo un balletto insieme a loro. Rimasero incantati a guardarlo. Era un uomo piccolo, piuttosto magro, di età indefinita. I suoi capelli erano brizzolati, perciò non doveva avere meno di una quarantina d’anni ed era inaspettatamente privo di qualsiasi odore. Dopo qualche minuto, lo studente richiamò la sua attenzione.
«Hey prof! I signori che vengono dalla Spagna sono qui.» le cellule che lo contornavano svanirono, come per incanto, e il professor Turcotte li guardò con uno sguardo vacuo, sembrava che in realtà non li vedesse neppure. Chiuse gli occhi e scosse la testa.
«Scusate, mi ci vuole sempre qualche momento per ritornare nel mondo umano, quando sono con le mie cellule mi trovo decisamente meglio. Seguitemi nel mio ufficio, staremo più comodi.» si sedettero, mentre il professore serviva loro tazze di caffè americano fumanti.
«Scusate la scortesia, non vi ho chiesto se preferite parlare in inglese o in francese…» Javier sapeva parlare entrambe le lingue, come Miguel.
«Per noi è indifferente professore.» il professor Turcotte si sedette di fronte a loro, dietro la sua scrivania.
«Allora, se non vi dispiace, parlerei in francese.» dopo alcuni altri convenevoli, calò il silenzio. Javier ne approfittò per intavolare il discorso.
«Professore, ho insistito per incontrarla perché ci sono parecchie cose che non mi convincono.» Il professor Turcotte aprì le braccia.
«Mi dica, se posso aiutarla a dissipare i suoi dubbi…» Javier si concentrò, per non rischiare di dimenticare qualcosa.
«Per prima cosa, mi sono documentato e, quel tipo di “legame” che lei sostiene possa funzionare, è già stato tentato in passato e, a quanto pare, non ha funzionato. Perciò, mi domandavo quali prove le abbiano fatto pensare il contrario.» il professore sembrava del tutto impassibile e privo di reazioni. Javier continuò.
«Ho tantissime altre domande, ma questa, per ora, è quella che mi preme di più.» il professore sorseggiò il suo caffè, appoggiandolo poi sopra una catasta di fogli instabili.
«Corrisponde al vero quello che dice. Ho trovato almeno quattro fallimenti nelle mie ricerche precedenti. Ora, la faccio io una domanda a lei… per quale motivo non vuole tentare?» la risposta di Javier uscì senza nessun tentennamento.
«Perché temo che, se non dovesse funzionare, il mio compagno ne uscirebbe devastato.» Il professor Turcotte sorrise.
«Ecco qual è la differenza. Ora devo andare, se non completo subito il mio esperimento, rischio di gettare al vento mesi di lavoro.» sia Javier che Miguel si alzarono, con il chiaro intento di protestare, ma l’indice del professore, che si posò sul suo naso, e il suo sguardo severo, li fecero desistere.
«Signori…» tese la mano a Javier, che si ritrovò in mano un biglietto. Lo mise in tasca senza guardarlo e uscì dal laboratorio insieme all’amico.
«Costosetto come viaggio, per avere dei risultati così penosi…» Javier non disse una parola, fino a che non furono saliti nel taxi, che li aspettava sul viale principale. Quando si fu seduto, dopo avere dato la direzione all’autista, prese il foglietto che aveva messo in tasca. “162, Albany rd, alle 20.30 precise.”, lo passò a Miguel.
«Ritiro quello che ho detto. A quanto pare avevi ragione, c’è molto di più da sapere. Chissà per quale motivo non ne parla apertamente.» di lì a poco, avrebbe dovuto chiamare Eloy, aveva già deciso di non raccontargli nulla di ciò che stava succedendo. La distanza che li divideva era troppa, se avesse frainteso qualcosa, non avrebbe fatto in tempo a correre da lui, e questo, non l’avrebbe sopportato. Fu una telefonata telegrafica quella che si fecero, non potè fare a meno di rimanere un po’ sulle sue, adducendo come scusa la stanchezza e il jat-lag.
Quando chiuse la telefonata con Javier, il morso che gli aveva rifatto, nel lato destro del collo, aveva iniziato a pulsare, questo lo aveva reso inquieto, era troppo tardi per uscire e andare a dormire alla depandance, ma era certo, che quella fosse la sola cura che sarebbe riuscito a calmarlo. Il telefono squillò di nuovo, facendolo trasalire, rispose freneticamente, sperando di risentire la voce di Javier, ma quella che sentì, era una voce assolutamente sconosciuta, femminile per di più.
«Buonasera, mi scusi se la disturbo, parlo con il professor Eloy? Eloy Blanco?» si sedette più comodamente per rispondere.
«Sì, sono io. Con chi ho il piacere?» un secondo di pausa, poi la ragazza riprese a parlare.
«Mi chiamo Sabina Fuentes, ci siamo conosciuti al galà, sono la ragazza che è stata soccorsa dall’avvocato Romero.» “ah, questa poi!”, di sicuro non sarebbe mai riuscito a pensare che al telefono ci fosse proprio quella!
«Mi dica, come posso aiutarla Signorina Fuentes?» “posso offrirle un po’ di cianuro?», il tono che aveva, doveva risultare quello, più o meno.
«Tra due settimane, perecisamente il vederdì, ho organizzato una festa per il mio compleanno, mi farebbe molto piacere di avervi come ospiti. Ho tentato di chiamare Javier ma, purtroppo, non mi ha risposto… vorrei sdebitarmi con voi, in qualche modo.» “non le avrà risposto perché pensava che fosse un cliente”, pensò Eloy.
«Il mio fidanzato è fuori per lavoro, mi spiace ma non sono in grado di dirle quando sarà di ritorno. Appena lo saprò, le daremo una risposta.» “il mio fidanzato”, non pensava che l’avrebbe detto con questa facilità.
«Complimenti! Non sapevo! Mi tolga una curiosità, come avete fatto per legarvi? Mi perdoni la sfacciataggine ma, anche io sono un Tao, e a quanto so, non mi risulta che sia possibile il legame maschile ma, evidentemente, devo essere rimasta un po’ indiet-» Eloy la interruppe.
«No. Non è rimasta indietro. Non abbiamo nessun legame, non ci serve un legame.» “strega malefica, crepa!”, non doveva cadere nel suo gioco, ma lo stava facendo.
«Mi spiace, sono stata davvero indelicata. Spero riusciate a venire, siete una bellissima coppia.» non ne aveva la minima intenzione.
«Lo spero tanto anch’io, Javier ne sarà entusiasta.» chiuse la telefonata ancora più inquieto, quei nove giorni sarebbero stati un inferno.
Il giorno dopo, a scuola, aveva le occhiaie evidenti e lo sbadiglio facile. Marcus se ne accorse e, forte dell’investitura di “protettore”, ricevuta dal fratello prima della sua partenza, alla prima occasione gli si avvicinò per sondare il terreno.
«Va tutto bene prof?» Eloy terminò l’ennesimo sbadiglio, prima di rispondergli.
«Tutto bene Marcus, ho solo dormito male.» Marcus assunse l’aria più paterna che riuscisse a trovare nel suo breve repertorio.
«Dovresti venire a dormire alla depandance, non ti fa bene rimanere solo… ce l’hai insegnato tu come funzionano queste cose prof.» Eloy trattenne una risata, Marcus prendeva davvero seriamente il suo compito.
«Ti prometto che stasera verro a dormire da Javier, tranquillo.» Marcus, fiero del risultato, tornò dai suoi compagni.
Javier e Miguel giunsero puntualissimi all’appuntamento. Albany rd era un susseguirsi di piccole villette a schiera, quella al numero 162, non aveva nulla che la distaccasse dalle altre. Sulla cassetta della posta non c’era il nome del professore, la targhetta riportava “Brunett Pierre”. Visto che Javier non si decideva a farlo, Miguel pigiò il pulsante del campanello. Sulla porta si affacciò un’infermiera di mezz’età, rubiconda e severa.
«Buonasera, entrate, il professore vi aspetta al piano di sopra.» la seguirono fino a un piccolo studio e lei si ritirò in un'altra stanza.
«Quella donna mi fa paura, con una sola mossa sembra in grado di spezzarti la schiena…» sussurrò Miguel a Javier prima di varcare la soglia dello studio.
«Entrate, accomodatevi.» lo studio era in penombra, come tutto il resto della casa, come se troppa luce potesse disturbare.
«Se mi avesse risposto diversamente, non l’avrei invitata qui, avvocato Romero. Nessuno, e glielo sottolineo, nessuno, sa quanto vi sto per rivelare.» la faccenda si stava trasformando in un giallo intricato, Javier non aveva nessuna intenzione di interromperlo, per il momento.
«In una delle stanze di questa casa, c’è un uomo. Lo chiameremo Pierre, anche se questo non è il suo vero nome. Pierre è mio fratello, un Alpha Omicron, come lei, Javier. Ha 67 anni, ed è, fino ad ora, l’unico che è riuscito a creare un legame con un altro uomo e a generare una vita.» ecco svelato il motivo per cui il professor Turcotte era così sicuro di ciò che affermava!
«Vent’anni fa, quando Pierre aveva circa 47 anni, il suo compagno è morto in un incidente stradale. In famiglia, ci aspettavamo che, di lì a poco, Pierre l’avrebbe seguito, ma non fu così. Pierre ha sviluppato una malattia mentale, che lo ha reso instabile. Nei pochi momenti in cui ritrova se stesso, e sono davvero pochi e imprevedibili, il dolore lo assale, devastandolo. Come se in quei momenti, ricevesse la notizia della morte del suo compagno per la prima volta.» il cuore di Javier si colmò di tristezza.
«Ma potrei tentare di parlargli?» Turcotte sospirò, allargando le braccia.
«Ripartite tra nove giorni giusto? Per me può anche tentare, ma non ne ha mai parlato con nessuno, nemmeno con me. E non è detto che in questi dieci giorni abbia un “risveglio”.» No, non avrebbe mollato, non ora.
«Potrei trasferirmi qui… se lei è d’accordo.» ammirava quel ragazzo, era come rivedere suo fratello tanti anni prima, perché non farlo tentare.
«È sensato, minimizzerebbe il rischio che lui si “risvegli” in un momento in cui lei non c’è… darò disposizioni all’infermiera.» uscì dalla stanza.
«Miguel, fammi la valigia e portamela. Poi torna a casa, ho bisogno di sapere che qualcuno mi tiene d’occhio Eloy, dopo quello che ho appena scoperto. Ho intenzione di piazzarmi al capezzale di Pierre, per i prossimi nove giorni e ho bisogno che tu convinca Eloy che va tutto bene, pensi di farcela?» la faccenda si stava complicando, non era sicuro di cosa avrebbe potuto inventarsi, ma lo avrebbe coperto.
«Per un bugiardo incallito come me è uno scherzo convincere Eloy che va tutto bene, qualcosa mi verrà in mente.» si abbracciarono come non facevano da tanto tempo.
«Sei come un fratello per me. Non ti ringrazierò mai abbastanza.» Miguel incrociò il professore mentre infilava le scale.
«Il suo amico è andato a prendere la sua roba?» Javier annuì.
«Frida l’aspetta nella stanza di Pierre, io tra un ora andrò a casa. Claudia mi aspetta per mangiare. Claudia è la figlia di Pierre.» avevano avuto un figlio, prima non aveva realizzato, ma anche questa era una notizia meravigliosa.
«E com’è… insomma è Omicron o Tao?» il professore rise.
«È Claudia… non è inscrivibile in nessuno dei generi fin’ora conosciuti. Quelle cellule con cui “giocavo” oggi sono le sue… sa io sono un Beta, in sua presenza i miei cromosomi cambiano a seconda del suo umore… non le sembra una cosa pazzesca?» ecco spiegata la totale assenza di odore! Era pazzesco, ora capiva perché il professore tenesse tutto così segreto, la vita di quella donna sarebbe stata stravolta, se si fosse sparsa la voce.
«Quindi se io e Eloy avessimo un figlio, sarebbe come Claudia?» il professor Turcotte scosse la testa.
«E chi lo può sapere! Andiamo per gradi, vediamo se mio fratello la può aiutare. A quanto pare c’è un modo preciso in cui deve essere creato il legame e, solo lui ce lo può dire.» l’infermiera entrò, la seguì in una stanza, illuminata solo da una piccola luce fievole. Pierre dormiva supino. Era un uomo molto alto, anche se era emaciato, si capiva che la sua struttura doveva essere stata imponente. I suoi lineamenti erano molto marcati, un Omicron, come lui.
Un paio d’ore dopo, Miguel gli portò la sua valigia, il taxi l’avrebbe portato all’aeroporto, il giorno dopo avrebbe contattato Eloy e si sarebbe inventato qualcosa. Per Javier iniziò l’attesa più difficile della sua vita.
Eloy, quella sera, come promesso a Marcus, prese possesso della depandance. Era quasi ora della “loro” telefonata, l’aspettava con impazienza, sapeva che doveva essersi incontrato con il professor Turcotte e non stava nella pelle. Il telefono squillò all’ora pattuita, il suo Javier era puntuale come un orologio svizzero, al contrario di lui.
«Professorino…» non odiava più quell’appellativo, lo trovava persino carino, gli ricordava i loro primi approcci.
«Hey avvocato, com’è andata la giornata?» fremeva per sapere cosa gli avesse detto Turcotte, ma allo stesso tempo, temeva di sentire qualcosa che non gli sarebbe piaciuto.
«Complicata. Dove ti trovi?» si domandò se ci fossero delle telecamere nella depandance.
«Ieri ho faticato parecchio a prendere sonno, perciò, da questa notte, ho deciso che dormirò a casa tua, ho la benedizione di Marcus, tuo fratello è una chioccia.» lo immaginava nella sua casa, sul grande divano bianco, rannicchiato come solo lui sapeva fare, in un angolo.
«Mi manchi, cazzo quanto mi manchi…» avrebbe voluto averlo accanto in quel momento, la lontananza lo stava facendo diventare nervoso. L’unica cosa che lo avrebbe fatto sentire meglio, era saperlo rinchiuso in una gabbia di cui solo lui possedeva la chiave.
«Turcotte?» non aveva resistito, doveva sapere.
«Mi sta sottoponendo ad alcuni test genetici, una roba noiosa e lunga, tanto che ho detto a Miguel di tornare a casa, a quest’ora dovrebbe già avere preso l’aereo.» il morso che Javier gli aveva fatto prima di partire iniziò a pulsare.
«È.. qualcosa di pericoloso?» Javier si sforzò di sembrare sereno.
«Assolutamente no! Solo che sono test lunghi, che mi costringono in laboratorio per quasi tutto il giorno, sarebbe stato inutile sottoporre Miguel a questa noia mortale.» il morso non smetteva di pulsare, qualcosa non stava andando per il verso giusto. Eloy non ne sapeva nulla di morsi e di quali sensazioni potessero dare, ma non era normale che pulsassero o bruciassero, di questo ne era certo.
«Ora devo andare, ho un prelievo verso mezzanotte.» Eloy decise di non esternare i suoi dubbi.
«Ok, non farti dissanguare, ti rivoglio intero e in ottima forma.» chiuse la chiamata. Andò a farsi una doccia, si preparò qualcosa da mangiare e si addormentò davanti al mega schermo, guardando un vecchio film mieloso.
Javier ritornò nella stanza di Pierre, l’infermiera gli aveva preparato una poltrona, si mise a leggere una rivista che aveva trovato nella stanza, scivolando in un sonno profondo, dopo un paio d’ore. Lo svegliò un urlo disumano, che lo fece scattare in piedi. Davanti a lui, Pierre, terrorizzato, urlava indicandolo.
«Un intrus! Un voleur!» l’infermiera si precipitò in suo soccorso.
«Pierre! Pierre! Regarde moi! N’est pas un voleur est un docteur!» istantaneamente le sue braccia scivolarono, inermi, sui suoi fianchi e il suo sguardo tornò inespressivo.
«Pierre, io sono Javier, il dottor Javier Romero.» sperava che avesse ripreso coscienza ma, ben presto, si accorse che non era così.
«Io sono… » si girò verso l’infermiera, cercando conforto.
«Sei Pierre.» tornò verso il letto, dove si distese, guardando il soffitto per ore, senza dire una parola.
«Vuole un caffè Javier?» annuì con foga. L’infermiera versò due tazze di caffè americano dalla brocca riscaldata e gliene porse una.
«Se, e quando, succederà, se ne accorgerà immediatamente. Abbia fede.» Javier sorrise amaramente, forse non sarebbe mai successo.
I giorni passavano lentamente, ne erano passati cinque, da quando si era trasferito in quella stanza, e ancora non era successo nulla. Il teatrino dell’urlo, e delle accuse nei suoi confronti, si era ripetuto più e più volte, ormai non ci faceva neppure più caso. Il professor Turcotte veniva ogni sera a trovarlo, ma lui si allontanava malvolentieri da quella stanza. Lo faceva giusto per fare due chiacchiere con Turcotte nel corridoio, o per fare la solita telefonata a Eloy. Miguel l’aveva contattato appena sceso dall’aereo, cenava con lui quasi tutte le sere, cercando di distrarlo dai pensieri che, era evidente, lo attanagliavano. Ancora pochi giorni e poi sarebbe dovuto ritornare a mani vuote. Non si lavava, né si sbarbava, da quando aveva messo piede in Canada, era stanco e scoraggiato.
«Hey.» Eloy si era precipitato a rispondere.
«Hey.» Javier non aveva neppure più voglia di parlare.
«Coraggio avvocato ancora pochi giorni e-» Javier si girò, trovandosi davanti Pierre, che gli tendeva la mano.
«Lei è l’avvocato Romero, Frida mi ha appena detto che ha aspettato che mi svegliassi.» Javier rimase a bocca aperta.
«Se vuole seguirmi in stanza…» Javier riprese il telefono in mano.
«Javier! Javier! Che sta succedendo!?» Eloy aveva seguito la conversazione, non riusciva a capire chi fosse l’uomo nè che senso avessero quelle frasi.
«Eloy, scusa, ti devo richiamare.» chiuse la chiamata bruscamente e spense il telefono. Frida gli si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio, “non sa ancora nulla dell’incidente, lo assecondi più che può”.
«Allora giovanotto! Mi diceva la mia segretaria che lei ha bisogno del mio “aiuto”.» Javier gli spiegò brevemente la sua situazione.
«Io e il mio compagno, Alfonse, abbiamo fatto molti tentativi prima di “scoprire” la formula giusta! Ma ora siamo felicemente legati e abbiamo una bellissima bambina di dieci anni, Claudia. Sa, l’abbiamo chiamata Claudia perché l’abbiamo concepita a Roma.» Javier sorrise, mordeva il freno, ma non poteva in nessun modo pressare quell’uomo, rischiava di farlo regredire nel suo limbo.
«Mi hanno detto che il morso dev’essere dato da entrambi. E che funziona solo se il morso viene dato durante il rapporto.» Pierre scoppiò a ridere.
«Oh, sì! Questo metodo è stato l’ultimo della lista che dovevamo provare, ed è quello che ha creato il legame. Ovviamente era l’ultimo della lista perché per un Omicron essere “messo sotto”, è davvero difficile. Ma non basta diventare passivo sa? La prima volta non funzionò affatto. Deve essere voluto da entrambi, e dovete essere in calore, dipenderà tutto da questo sincronismo e, mi creda, per noi Omicron è una faccenda seria, riuscire a desiderare di essere scopati in pieno calore, con la tua “femmina” che ti chiama.» Javier non aveva la minima idea di cosa significasse questo, non aveva mai sperimentato il calore di un Tao, tantomeno era mai entrato in calore, in presenza di un Tao.
«Claudia è arrivata con il legame?» ormai aveva saputo tutto ciò di cui aveva bisogno, questa era la cigliegina sulla torta.
«Vede, quando si crea il legame, e spero che capiti anche a lei, è inevitabile fecondare il proprio Tao. La penetrazione sarà così profonda, che il suo membro si bloccherà all’interno e, fino a che non avrà scaricato tutto il suo seme, e lui l’avrà accolto, non potrete staccarvi. E quello che si prova in quel momento è simile alla morte, è come precipitare nell’abisso dei sensi, l’Oblivion, così lo chiamano.» Javier beveva ogni singola parola, era estasiato.
«Che ore sono Frida?» Frida sospirò, la regressione iniziava sempre da quella domanda.
«È mezzanotte passata.» il volto di Pierre si oscurò.
«È strano che Alfonse non sia ancora in camera. E Claudia, è già andata a dormire?» era arrivato il duro momento in cui Frida, lo avrebbe dovuto informare.
«Pierre, sai in che anno siamo?» Pierre sgranò gli occhi.
«Che domande! Siamo nel 2055!» Frida gli si mise accanto.
«No. Oggi è il 15 giugno 2078. Tu hai 67 anni. Vent’anni fa ti sei ammalato, io non sono la tua segretaria, sono la tua infermiera.» come se stesse rivivendo tutto, il ricordo s’insinuò in lui.
«Vent’anni fa avevo 47 anni, Alfonse ne aveva 42, ne aveva, perché lui…» un grido, soffocato dentro di lui, esplose e gli tolse l’aria. Javier corse da lui, gli si inginocchiò davanti. Pierre lo guardava con la bocca spalancata, gli occhi atterriti dal dolore lancinante, che gli stava esplodendo dentro. Incominciò a singhiozzare, urlando il nome del suo compagno. Javier abbracciò forte quel corpo scosso da fremiti incontrollabili, aveva paura di romperlo. Lo avvolse, come se volesse togliergli quel dolore, che era anche il suo. Riuscì a distenderlo, quando i fremiti si calmarono un po’, lo tenne abbracciato fino a quando lo vide scivolare nel suo limbo. Era finita, ma avrebbe portato con se quel dolore, per sempre, sapendo che un giorno, se fosse riuscito a creare il suo legame, avrebbe potuto capitare anche a lui. Parecchie ore dopo, quando Pierre era profondamente addormentato, Javier decise di rendersi presentabile. In Spagna dovevano essere circa le nove del mattino, appena fosse uscito dal bagno avrebbe chiamato Eloy, chissà come si era preoccupato con tutto quel trambusto. Non riusciva neppure a ricordare esattamente cosa gli avesse detto. Vestito, con i capelli ancora bagnati, mentre stava cercando di prenotare il primo volo per casa, dal computer del professor Turcotte, compose il numero di Javier; “Il numero da lei chiamato non è al momento raggiungibile.”, immaginò che si fosse dimenticato di metterlo sotto carica, gli succedeva spesso, anche se… in casa sua non c’era bisogno di mettere sotto carica gli apparecchi, aveva installato il WFricarica. Una brutta sensazione gli provocò un brivido che lo percorse da capo a piedi. I suoi pensieri furono presto interrotti dall’avviso che comparve sullo schermo, l’agenzia gli aveva prenotato un posto su un volo di lì a due ore, aveva appena il tempo di arrivare all’aeroporto e fare il chek-in, non poteva fare altro. Chiamò un taxi e, meno di quindici minuti dopo, si trovava già in strada. Mentre era nel taxi, riprovò almeno altre quattro volte a chiamare Eloy, ma il numero continuava ad essere non raggiungibile. Mentre stava facendo il chek-in, si decise a chiamare Miguel.
«Javier?» stavano già chiamando i passeggeri del suo volo.
«Miguel! Non riesco a mettermi in contatto con Eloy, l’hai visto o sentito ieri sera?» certo che l’aveva visto, avevano cenato insieme, ma era andato via subito dopo perché Eloy era stanco.
«L’ho visto ieri sera, abbiamo cenato e poi io sono tornato a casa. Perché?» qualcosa non andava bene.
«A che ora te ne sei andato?» Miguel non si ricordava esattamente l’ora.
«Che ne so, saranno state poco dopo le undici…» quindi dopo la loro telefonata, pensò Javier.
«Ti ha detto nulla della nostra telefonata?» Miguel riflettè.
«No. Io gli ho chiesto cosa fosse successo visto che l’avevo sentito chiamare il tuo nome più volte, con una certa ansietà. Ma lui ha detto che era perché la comunicazione era caduta…» quindi Eloy aveva tenuto per se ciò che era successo e, se lo conosceva bene, questo poteva significare solo che aveva già in mente la sua personale interpretazione.
«Ho bisogno che tu lo cerchi per me. Sto per salire in aereo, ti contatto appena arrivo a casa, se lo trovi, non lasciarlo solo neppure per un secondo.» Dio come avrebbe voluto che il teletrasporto fosse già stato testato e fruibile!
Eloy chiuse la chiamata, con la certezza che, per l’ennesima volta, Javier gli avesse nascosto qualcosa, ma stavolta non gliel’avrebbe fatta passare liscia! Finse, con Miguel, che andasse tutto bene, pochi minuti prima delle undici lo aveva già spedito a casa. Accese il computer di Javier, iniziando a scansionare ogni file che gli sembrava poter contenere qualcosa di interessante, ma non trovò nulla. Quando ormai aveva deciso che avrebbe dovuto lasciar perdere, l’icona dei messaggi s’illuminò, era un messaggio del professor Turcotte. Lo aprì, fortunatamente la mail di Javier non aveva alcuna protezione.
“Caro Javier, sono dispiaciutissimo di non essermi potuto congedare da lei nella maniera dovuta. Spero ci saranno altre occasioni. Per qualsiasi dubbio, si ricordi che potrà sempre contare sul mio appoggio.» la mail del professor Turcotte, riportava di seguito la cronologia delle loro mail precedenti, di cui Eloy non aveva trovato traccia. La scorse fino a che arrivò alla prima, incominciando a leggere a ritroso. Erano tutte cose delle quali avevano parlato più e più volte. Ma quello che lesse nella penultima, lo pietrificò. Si allontanò dal computer come se bruciasse. Iniziò a cercare di elaborare quello che aveva letto, ma più ci pensava, più la conclusione a cui giungeva era la stessa. Javier gliel’aveva tenuta nascosta per un unico motivo, si rifiutava anche solo di pensare di essere posseduto da lui, anche se quella fosse stata l’unica via, era quello il motivo che l’aveva spinto ad andare dal professor Turcotte, voleva cercare un alternativa. Non l’amava a sufficienza da compiere un sacrificio per loro? Teneva di più al suo essere Alpha che alla loro stabilità? Milioni di domande a cui seppe darsi un'unica risposta.
Prese in mano il telefono.
«Hola!» una voce femminile del tutto inaspettata gli rispose.
«Cercavo Bruno, ma forse ho sbagliato numero…» la voce femminile si scostò per urlare a tutti polmoni il nome di Bruno.
«No, non ha sbagliato, viene subito chi devo dire?» aveva una gran voglia di interrompere la comunicazione, intuendo che quella non fosse proprio “un’amica” di Bruno.
«Eloy…» dopo un attimo sentì la voce di Bruno in lontananza, chiedeva chi fosse.
«Eloy Blanco? Perché non lo lasci in pace?» “o cazzo!”, ora aveva la certezza di essere un disturbo. Bruno, sentendo cosa aveva risposto la ragazza, le strappò il telefono di mano.
«Eloy?» si sentiva ancora più stupido, ad avere pensato che Bruno rimanesse a sua disposizione.
«Bruno, scusa, non volevo disturbare, nulla che non possa aspettare.» Bruno si spostò in un'altra stanza, mandando su tutte le furie la sua ragazza.
«Tranquillo, si calmerà. Ma tu dimmi, ti prego.» Eloy si fece forza.
«Hai ancora la barca a vela?» Bruno corrugò le sopracciglia.
«Sì, è ancorata nel porto di Denia» Eloy respirò profondamente.
«Mi presteresti la barca per un po’ di tempo?» Bruno era già preoccupato, quando Eloy aveva quel tono di voce così deciso, c’era da preoccuparsi, lo conosceva bene.
«Convincimi.» doveva inventarsi qualcosa, e in fretta, ma non voleva essere del tutto sincero o Bruno lo avrebbe convinto a comportarsi in modo diverso.
«Diciamo, che voglio mettere della distanza tra me e Javier. Ho bisogno di schiarirmi le idee e se lui è vicino a me non ci riesco.» sapeva che Eloy era un ottimo Skipper, quello non lo preoccupava, e sapeva anche che non gli avrebbe detto altro.
«Ora devo uscire, ti lascio le chiavi dentro la buca delle lettere?» ecco, quella era la soluzione perfetta, non avrebbe neppure dovuto incontrarlo!
«Grazie. Ah, dì alla ragazza che mi ha risposto che non sarò mai più un problema per voi, né per nessun altro.» Bruno rise e si salutarono.
Eloy aveva la sua barca, ora doveva sistemare il resto, compose il numero di telefono di Sabina Fuentes.
«Sabina?» la voce mielosa che gli rispose era sicuramente la sua.
«Professor Blanco! Che sorpresa!» Eloy fece uno sforzo immenso per non interrompere la chiamata.
«Sabina, ti interessa davvero Javier?» Sabina rimase spiazzata, ma decise di stare al suo gioco.
«Ovvio. Quanti Omicron hai conosciuto nella tua vita? E di questi quanti del livello di Javier?» era lei la soluzione giusta per Javier.
«Allora se lo vuoi devi ascoltarmi. Tra pochi giorni tornerà a casa, smetti di prendere gli inibitori ora, io ti lascierò una lettera da consegnargli e quando lui ti chiamerà tu gliela porterai e la natura farà il resto.» Sabina non poteva crederci, glielo stava servendo su un piatto d’argento!
«Perché.» Eloy non voleva raccontarle i dettagli, era troppo doloroso e l’avrebbe fatta sentire ancora più trionfatrice.
«Non è affar tuo. Lo vuoi o no?!» Sabina decise che alla fine quello che contava era raggiungere il suo scopo.
«D’accordo. Ti aspetto con la lettera.» Eloy sospirò.
«Ti chiedo solo una cosa, non aprire la lettera, ma fai in modo che Javier la legga.» tutto sommato era un prezzo che poteva pagare, pensò Sabina.
Eloy scrisse la lettera, la stampò, la chiuse sigillandola con la ceralacca che trovò nello scrittoio di Javier. Corse a casa, fece una valigia, prese le chiavi della barca che Bruno gli aveva lasciato nella buca delle lettere e chiamò un taxi. Portò la lettera a Sabina e si fece portare al porto di Denia. Aveva spento il telefono, sapeva che Javier lo avrebbe cercato.
Arrivato al porto salì sulla barca e accese il telefono. Come si aspettava Javier gli aveva fatto mille chiamate, così come Bruno. Gli aveva mandato anche dei messaggi, che non lesse. Chiamò sua madre, fu una lunga telefonata, voleva imprimersi nella mente la sua dolce voce, gli disse che stava partendo per un viaggio in barca, senza per altro dirgli esattamente da e per dove. Prima di spegnere definitivamente il telefono mandò un unico messaggio a Javier.
“Appena scendi dall’aereo chiama questo numero 27254236489”, il giorno successivo avrebbe preso il necessario per poter salpare, non doveva fare grandi scorte, del resto, al massimo avrebbe dovuto mangiare per un paio di giorni, i morti non mangiano.