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sabato 31 ottobre 2020

Another Door

Nono capitolo



Loran doveva muoversi in fretta, quella faccenda poteva risolversi in brevissimo tempo, ma lui doveva agire da solo e in via non ufficiale. Chiamò Jessica, l’unica di cui poteva fidarsi.

«Jessica, prendi questa telefonata dove nessuno possa sentirti.» Jessica non pronunciò il suo nome e si spostò nell’ufficio a fianco.

«Sono sola, puoi parlare.» Loran si era appena infilato nell’auto.

«Sto andando a Staten Island, a parlare con Rocco Gentile. Se tra due ore non ti richiamo fai partire le ricerche, perché significa che l’incontro non è andato bene.» Jessica imprecò mentalmente.

«Cazzo Loran! Ok, ok, non ti chiedo neppure il perché, ma stai attento.» Loran sorrise, sapeva di averla appena messa in una posizione difficile, ma era pur sempre il suo capo, non ne avrebbe comunque avuto nessuna conseguenza, anche se lo avessero fatto fuori. Sarebbe stato un vero peccato se non ce l’avesse fatta, gli sarebbe davvero piaciuto, vedere se lui e cioccolatino fossero davvero compatibili, magari lo avrebbe sentito un’ultima volta. Compose il suo numero.

«Loran?» anche solo sentire quella voce così calda, gli si muoveva qualcosa e non solo nelle parti basse.

«Volevo solo sentire la tua voce. E volevo che mi facessi gli auguri.» John sorrise, spostandosi in cucina.

«Auguri. Cos’è il tuo compleanno?» John si era seduto, non si aspettava certo una sua telefonata così presto.

«No, sto per fare una cosa un po’ fuori dalle righe e ho pensato che i tuoi auguri mi potessero servire. Stanotte vai a dormire a casa, non ho la più pallida idea di quando tornerò.» una strana sensazione s’impossessò di John, quello aveva tutta l’aria di un addio.

«D’accordo, ma poi non ti lamentare se troverò qualcun altro con cui passare la notte.» Loran si passò la lingua sulle labbra, quanto gli piaceva giocare con lui!

«Legno o cuoio?» John rimase un attimo zitto, domandandosi cosa intendesse.

«Prego?» Loran sorrise, immaginandolo sopra le sue ginocchia con il sedere rosso fuoco, chissà se anche ai ragazzi di colore diventava rosso vivo, si chiese, sperava di scoprirlo presto.

«Hai appena fatto incazzare il tuo master paventandogli un tradimento, secondo te di cosa parlo?» John capì di avere appena guadagnato una punizione.

«Cuoio?» ne aveva giusto uno abbastanza ruvido da sembrare di legno, il paddle giusto per lui.

«Ok, puoi restare ad aspettarmi. Ora fai il bravo e mantieni tracciato sia il mio telefono che la mia auto, potrei averne bisogno.» chiuse la chiamata senza attendere la risposta, era a un isolato dalla villa dei Gentile, era una pazzia, ma non aveva alternative.

Il suo Suv si parò davanti al grande cancello della villa della famiglia Gentile. La telecamera lo inquadrò e due guardie, corredate di grossi molossoidi, vennero davanti al cancello.

«Chi è lei?» Loran si tolse i suoi Ray-Ban a specchio e sfoderò il suo miglior sorriso.

«Sono il comandante di sezione della CIA, Loran O’Reilly, avrei bisogno di parlare urgentemente con Don Rocco Gentile.» dopo dieci minuti buoni il cancello si aprì. Percorse il lungo viale che lo portò davanti all’entrata della villa, ricordava le ville padronali siciliane della fine dell’ottocento. Lo vennero a prendere le stesse guardie che aveva visto all’entrata.

«Don Gentile l’attende. Ci segua.» Loran li seguì all’interno, fino all’uscita che dava sul retro.

«Don Gentile è lì fuori, nel giardino.» Loran uscì dalla porta finestra del retro, ritrovandosi davanti ad un grande orto. S’incamminò per il sentiero che lo costeggiava, vedendo in lontananza qualcuno che stava armeggiando su un filare di uva.

«Comandante O’Reilly, venite.» Loran si avvicinò. Aveva visto le foto del capo, di quella che era considerata una delle famiglie mafiose più potenti degli U.S.A., ma ora che era davanti a quell’anziano uomo che stava innestando una vite, non poté pensare al boss, ma solo all’uomo, e provò una certa simpatia per la semplicità di quell’accoglienza.

«Si nun ci pinsu i a la vigna tutti cosi a buttani finiscinu!» Loran strabuzzò gli occhi, non aveva capito assolutamente nulla di ciò che stava dicendo Rocco.

«Eh, non conoscete la mia lingua. Dicevo che se non ci penso io alla vite finisce tutto a puttane.» Loran fece un mezzo sorriso, avrebbe scommesso che in quella frase ci fosse molto di più che un riferimento alla pianta.

«Venite, fa caldo, andiamo a bere qualcosa di fresco.» lo guidò sotto un pergolato, che profumava del glicine che l’aveva ormai invaso. Sul tavolo si erano materializzati due bicchieri e una caraffa di limonata ghiacciata.

«Bevete, sono i limoni della mia Sicilia.» Loran si servì un bicchiere gustandosi quel sapore aspro e dissetante.

«Allora, cosa può volere da un vecchio siciliano un giovane irlandese?» Loran appoggiò il bicchiere sul tavolo.

«Don Gentile, credo che abbiamo un problema in comune. Vorrei unire le nostre forze per risolverlo, evitando di portare disonore alla vostra famiglia.» Rocco lo guardò, sapeva di cosa stesse parlando, aveva spie ovunque, anche se ancora non aveva avuto modo di parlare con il diretto interessato, visto che era sparito.

«Ehh, tengo tanti problemi. Come la vite.» Loran bevve un altro sorso di limonata.

«GENNARO! Portami na buttigghia ri chiddu bunu!» Loran friggeva, ma sapeva di dover assecondare il Don, metterlo nella condizione di saggiarlo faceva parte del gioco. Un ragazzo molto giovane, che ricordava nei lineamenti il boss, portò una bottiglia di vino fatto in casa e due bicchieri.

«Nonno, accura ca siddu sinn'adduna Sofia su guai.» il Don fece segno al ragazzo di tacere.

«Nun mi puzzu mettiri a parrari r'affari vivinnu limunata.» il ragazzo rientrò sorridendo. Il boss riempì i bicchieri.

«Alla salute!» ingollò tutto il bicchiere, per poi riempirlo nuovamente, quando ancora quello di Loran era appena a metà.

«Sentite quel lieve sentore di frutta che esplode in bocca? Sono state le mie mani a crearlo. È un’arte. Lè ddu picciriddu che ci ha portato la bottiglia, ha già imparato a farlo. Innestare la vigna non è cosa facile. Devi averlo nel sangue.» Loran si gustò il resto del liquido quasi ambrato.

«Gennaro, figlio di vostra figlia, Maria, sangue del vostro sangue. Se non sbaglio avete altri due nipoti piccoli, Rocco Jr e Sofia.» al vecchio s’illuminarono gli occhi.

«Vostra figlia meriterebbe un marito migliore. Lo sapete vero, Don Gentile?» l’anziano boss distolse lo sguardo perdendosi a rimirare il suo orto, e senza guardarlo in volto disse:

«Maria era giovane, speravo che col tempo Vincent mettesse la testa a posto. Ma non è stato così. In che modo possiamo risolvere questo problema.» Loran capì in quel momento che sarebbe andato tutto bene.

«Ho bisogno solo che mi diciate dove si trova, e che inviate i vostri uomini in ritardo. Al resto, ci penserò io.» il vecchio annuì.

«Meglio una figlia vedova che disonorata. Appena avrò questa informazione vi chiamerò personalmente. Ma voglio la vostra parola che nessuno saprà mai di questo accordo.» Loran gli tese la mano.

«Avete la mia parola Don Gentile. E la mia gratitudine.» gli tese la mano, e il boss inaspettatamente lo attirò verso di sé, sibilando.

«Se non manterrete fede alla vostra parola, farò in modo che non potrete più parlare.» Loran lasciò sul tavolo il suo biglietto da visita e venne scortato alla sua auto. Ora doveva solo attendere.



Jake era riuscito a dormire per poco più di un paio d’ore, aveva visto la luce filtrare dalle persiane chiuse, e si era addormentato. Venne svegliato bruscamente da Vincent, che non era solo.

«Ora ti lascio nelle mani dei miei picciotti, io ho un appuntamento, ma torno il prima possibile.» il ghigno che gli si dipinse sul volto, lasciava ben poco all’immaginazione, Jake rabbrividì al solo pensiero. Lo slegarono, permettendogli di restare in bagno tutto il tempo che gli serviva. Gli avevano anche consegnato un cambio di vestiti. Ritornato in stanza trovò da mangiare, ma loro erano ancora lì, non poteva fare altro che mangiare e rimettersi sul letto, dove lo legarono di nuovo.

«Posso almeno avere qualcosa da leggere? Che ne so, un quotidiano!» il più grosso di loro, lasciò la stanza, ritornando con The Wall Street Journal e The New York Times. Sistemarono le corde, facendo in modo che potesse, almeno con una mano, sfogliare i giornali e poi lo lasciarono solo. Per un po’ finse di leggere l’articolo di apertura, temendo che lo tenessero d’occhio, poi i rumori si fecero più lontani e, quando si sentì più tranquillo, andò alla pagina dei necrologi.



Anniversario di morte

Vedova Rissa James

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Ti ricordano con amore tutti i tuoi cari



Si appoggiò sul cuscino, aveva così sperato che Harper se ne fosse ricordata! Era una cosa di cui avevano parlato, scherzando sul fatto che entrambi conoscessero l’alfabeto morse, si erano pure scambiati alcuni biglietti sfidandosi a tradurli. Le aveva detto scherzando, che se un giorno ne avessero avuto bisogno, avrebbe contato sul fatto che potevano parlarsi mettendo delle inserzioni nella pagina dei necrologi, come facevano le spie durante la guerra fredda. Non poteva crederci, se n’era ricordata. “Mark sta bene”, quella era la benzina che gli serviva per resistere e ritornare da lui.



Vincent aveva deciso di non informare Rocco per telefono, non aveva paura del vecchio Don, era il marito di sua figlia, poteva anche incazzarsi, ma non gli avrebbe mai torto un capello. Arrivò alla villa che ormai stava scendendo la sera, sapeva che l’avrebbe trovato attaccato alla sua vigna.

«Rocco, ancora qui stai!» il Don non distolse lo sguardo dal suo innesto, non ne valeva neppure la pena, visto che per lui quello era un morto che camminava ormai.

«Ormai ti davo per morto. Runni Finisti? Maria era preoccupata.» ora doveva metterla giù bene per evitare di farlo incazzare.

«Hanno arrestato Svetlana e Vinnie, una retata. Io sono riuscito a sfuggire per un soffio. È stata colpa di un cazzo di agente infiltrato. Perciò ho colto l’occasione, ho rapito il suo compagno e li ho ricattati.» il vecchio boss si era fermato, ora lo osservava.

«Continua.» andarono a sedersi sotto il pergolato.

«Non ha funzionato, mi hanno individuato e ho preso in ostaggio quel rottinculo dell’agente infiltrato.» il Don scosse la testa.

«Svetlana e Vinnie, sono già fuori su cauzione. Stiamo organizzandoci per prelevarli. Manderò a prendere il tuo ostaggio e vedremo di farlo sparire. Ora vai da mia figlia, domani risolveremo tutto. Oppuru ti piacissi cchiossà iriti a futtiri a ddu sbirru?» Vincent sbiancò, non poteva sapere che a lui piaceva scoparsi gli uomini!

«Ma chi stati ricennu?? Ci vediamo a cena.» Vincent si stava per alzare, ma Rocco lo trattenne per la giacca.

«Se ti azzardi un'altra volta a prendere un’iniziativa senza avvertirmi, Se canni i macellu, u capisti?!» Vincent, da bravo attore consumato gli prese la mano e la baciò.

«Non succederà più, Don Gentile.» il vecchio boss osservò Vincent allontanarsi, pensando con soddisfazione, che quella sarebbe stata l’ultima sera che avrebbero trascorso insieme e, per uno strano caso del destino, per questo, avrebbe dovuto ringraziare la CIA. Scoppiò a ridere da solo fino alle lacrime.

Quando Vincent, il mattino successivo, se ne andò, il boss chiamò Loran.

«Long Beach, S 9th Pl, la casa con le finestre rosse. Noi andiamo a fare le pulizie oggi pomeriggio, dopo essere passati a prendere Vinnie e Svetlana. Un uccellino mi ha detto che l’interpol ha arrestato suo marito, è vero capitano?» Rocco sperava che fosse vero, perché avrebbe voluto dire chiudere definitivamente la faccenda, seppellendo letteralmente quei due sotto sei metri di terra.

«Quell’uccellino è ben informato Don Gentile. Sono tutti finiti in galera, non penso che usciranno presto.» il boss sospirò soddisfatto.

«È stato un piacere fare affari con lei, capitano.» chiuse la chiamata, sentendosi più leggero.



Mark sarebbe stato dimesso il giorno dopo, se fosse stato per lui avrebbe firmato e se ne sarebbe andato in quel preciso momento, rimanere lì dentro, senza avere alcuna notizia di cosa stesse accadendo, lo faceva impazzire. Il suo telefono vibrò, distogliendolo dai cattivi pensieri.

«Hey Loran hai novità?» Loran era pieno di adrenalina, ed era già in viaggio per Long Beach.

«Sto andando a prenderlo.» riattaccò. Mark si staccò la flebo, e scese dal letto. Si vestì il più velocemente possibile. E chiamò un taxi. Non sarebbe rimasto lì ad aspettare notizie, sarebbe andato all’appartamento, dove sicuramente c’erano ancora John e Harper.



Vincent partì dalla villa del boss alle prime luci dell’alba, voleva andare a godersi la sua preda, prima che suo suocero venisse a prelevarla. Mezz’ora dopo entrava nella villetta sulla spiaggia. I suoi tirapiedi erano in cucina a guardare le notizie dal piccolo televisore.

«Ragazzi, andate a fare colazione al bar, qui ci penso io. E fate con calma.» i due uscirono lasciandolo solo. Andò nella sua stanza e si fece la doccia. Chiuse la porta a chiave e, con solo l’asciugamano a coprire i suoi genitali, aprì la stanza dove era incatenato Jake. Stava dormendo, si fermò ai piedi del letto. Era un vero peccato che quella fosse l’unica volta che poteva godere di quel corpo. Era proprio il suo tipo quello, non vedeva l’ora di mettergli il cazzo in ogni buco. Al solo pensiero era già duro come una roccia. Si avvicinò alla testa di Jake lasciando cadere l’asciugamano a terra. Posò un ginocchio sul letto per abbassarsi e gli appoggiò l’uccello sulle labbra. Jake aprì gli occhi, sottraendosi all’istante da quel contatto nauseabondo.

«Sarà meglio che non fai lo schizzinoso, agente Johnson. O preferisci il gioco duro?» Jake salutò mentalmente Mark, era ormai chiaro che, se lo voleva violentare, di lì non ne sarebbe uscito vivo, tanto valeva cercare di resistere il più possibile.

«Meglio che mi ammazzi ora Vincent, perché se solo ti avvicini ti stacco la pelle a morsi.» gli ringhiò contro. Vincent si buttò su di lui schiacciandolo con tutto il suo peso. Prese l’asciugamano da terra e gliel’infilò in bocca.

«Questa sarà l’unica cosa che morderai, invece io… ora ti apro il culo.» Jake continuava a muoversi, per quanto potesse, per cercare di sfuggire all’inevitabile.



Mark suonò il campanello, sperando di non essersi sbagliato a pensare che i suoi amici fossero ancora lì. John lo vide dalla finestra e gli aprì.

«Mark, ma ti hanno già dimesso?» gli chiese John, mentre gli faceva spazio per entrare.

«Diciamo di sì. Loran è già arrivato a Long Beach?» chiese poi rivolto a Harper. Lei girò lo schermo del computer. Lui e la sua squadra erano quasi arrivati. Si sedette a fianco della ragazza, e iniziò a pregare.



Loran aveva individuato la villetta sulla spiaggia, avevano parcheggiato nella via a fianco e ora si stavano avvicinando, cercando di dare poco nell’occhio. L’unico accesso era sul davanti, tramite una scala di legno. Sapeva che con Vincent ci sarebbero stati altri due o tre uomini. Lasciò due dei suoi ai lati della scala e salì con gli altri due. La porta d’entrata aveva una serratura che poteva essere forzata facilmente. Non c’era anima viva. Per un attimo pensò che Don Gentile lo avesse attirato in una trappola, ma un rumore al piano superiore catturò la sua attenzione. Lasciò uno dei suoi al piano terra e salì con l’altro le scale.



«Vedrai quanto ti piacerà Jake!» qualcosa di freddo si appoggiò sul suo culo.

«Togli il tuo uccello da lì immediatamente e, forse, dico forse, non ti farò tanto male.» il corpo di Jake, sentendo la voce del suo capitano, si rilassò. Vincent si mise a sedere sul letto alzando le mani.

«Capitano Loran, assolutamente inopportuno.» Loran si spostò verso Jake. Gli tolse l’asciugamano dalla bocca.

«Bello vederti.» gli disse Jake, sollevato.

«Scusa.» gli gettò l’asciugamano sulla faccia e sparò un unico colpo in mezzo alla fronte di Vincent, che cadde con un tonfo ai piedi del letto. Tolse l’asciugamano dalla faccia di Jake.

«Loran?!?» il capitano gli slacciò i polsi e le caviglie.

«Mentre ti stavo per slegare lui ha tentato di uccidermi, ho dovuto sparare. Purtroppo tu non hai potuto vedere nulla.» Jake si lanciò tra le sue braccia, non c’era bisogno di altre spiegazioni.

«Hmm, Jake, volevo farti presente che sei completamente nudo e mi stai abbracciando… per quanto io abbia un interesse molto vivo per un'altra persona, se continui così…» Jake gli diede un pugno sul braccio.

«Ok, mi vado a vesti-» rumori inequivocabili di lotta interruppero i loro discorsi. Jake prese a vestirsi febbrilmente, mentre Loran si affacciava alla porta. L’agente che aveva lasciato a piantonare, era all’erta in posizione di tiro rivolto alla scala. Gli scagnozzi di Vincent dovevano essere ritornati. All’improvviso ci fu un silenzio irreale. Poi qualcuno irruppe come una furia dalla porta principale e, in un attimo, se lo ritrovarono di fronte con una beretta PMX.

«Jake non uscire dalla stanza!» spararono all’unisono, Loran e l’uomo di Vincent. Il colpo sparato da Loran centrò l’uomo in mezzo agli occhi, ma non prima che una raffica del suo mitra raggiungesse il ragazzo della sua squadra al centro del petto e, il suo ginocchio sinistro.

«LORAN!» Jake era uscito, non aveva capito cosa stesse succedendo, ma la scena che gli si parò di fronte non aveva bisogno di alcuna spiegazione. Il suo collega giaceva esanime a pochi metri da Loran, che si teneva la gamba che sanguinava copiosamente in una posizione impossibile. Jake si mise al suo fianco prendendo dalla sua tasca il telefono per chiamare il 911.



Dall’appartamento avevano seguito l’azione ripresa dalla telecamera di uno degli agenti, avevano tutti e tre il fiato sospeso, perché da quando Loran e l’altro agente erano entrati nella villetta, non potevano vedere come stesse andando. Quando videro gli uomini di Vincent sorprendere i due lasciati a guardia dell’entrata, smisero di respirare. Poi l’uomo che era addetto a riprendere l’azione, cadde a terra e con lui la telecamera. Dopo un attimo di panico, nel quale nessuno mosse un muscolo, Harper prese in mano il telefono e chiamò il numero di emergenza che le aveva lasciato Loran, spiegando l’accaduto. Il numero che le aveva lasciato era quello di Jessica, che le promise che appena avesse saputo qualcosa l’avrebbe ricontattata.



L’ambulanza arrivò in un lampo, gli unici sopravvissuti erano Loran e Jake, che si fece riconoscere per evitare inutili lungaggini e andare assieme a Loran sull’ambulanza. Li portarono al Long Island community Hospital. Non permisero a Jake di entrare nella sala del pronto soccorso, quando erano arrivati Loran aveva perso conoscenza, gli promisero solo che sarebbero venuti a riferirgli delle sue condizioni. Jake finalmente prese in mano il telefono di Loran e chiamò Mark.

«Mark?» Mark aveva guardato il display e il nome che era comparso era quello di Loran, gli tremavano le mani, la paura che Loran gli dicesse che Jake non ce l’aveva fatta, lo stava riportando al giorno in cui aveva ricevuto quella telefonata, che gli aveva strappato dal cuore suo marito.

«Jake?!» non poteva crederci, quella era la voce di Jake, il suo Jake.

«Sono libero, mi trovo al Long Island community Hospital.» era libero, era vivo, era all’ospedale! Il terrore gli attanagliò di nuovo le viscere.

«Sei ferito?» Jake si rese conto di avergli detto di essere all’ospedale, anche lui avrebbe frainteso.

«No, no, io sto bene amore. Ma Loran è stato ferito in modo grave al ginocchio, lo stanno operando.» John lo stava osservando, era in apprensione quanto lui.

«Stiamo arrivando.» Jake non era in grado di guidare, e dopo quello che gli avrebbe detto, dubitava che anche John lo sarebbe stato.

«Era Loran?» John aveva seguito la conversazione, ma sperava di essersi sbagliato.

«No John, mettiti la giacca. Harper, vieni anche tu, dobbiamo andare all’ospedale.» pochi minuti dopo erano in auto, John non aveva il coraggio di chiedere nulla.

«È vivo John, ma è ferito, lo stanno operando.» e fu in quel preciso istante che John si rese conto di essere suo, perché pensare a una vita senza di lui, era una cosa inconcepibile.

Arrivarono nella sala d’attesa della sala operatoria in poco più di mezz’ora. Mark intravide Jake seduto che si teneva la testa con le mani. Jake sollevò lo sguardo, come richiamato da una strana magia, e lo vide. Si alzò in piedi di scatto e lo raggiunse. Per qualche secondo riuscirono solo a guardarsi, ansimando come due adolescenti. Mark fu il primo ad alzare le mani raccogliendo a coppa il suo viso.

«Ho avuto una paura immensa.» Jake spostò il viso sulla sua mano destra, strusciandosi come un gattino, per poi gettarsi sul suo petto. John, incapace di aspettare un secondo di più, tirò la giacca di Mark.

«Scusate, ma io qui sto morendo.» Jake gli sorrise dolcemente.

«È in sala operatoria da poco più di un’ora, mi hanno detto che ci vorrà parecchio. Gli hanno sparato al ginocchio destro. Stanno cercando di salvargli la gamba.» John pensò che se lo sarebbe ripreso anche senza gambe, bastava che tornasse da lui.



Attesero tutti insieme, dopo dieci ore, il chirurgo uscì dalla sala.

«I parenti del capitano O’Reilly?» si fecero avanti tutti.

«Il capitano non ha parenti, io ho la delega.» gli disse Jake mostrandogli un documento.

«Allora posso parlare solo con lei.» John era convinto che sarebbe crollato a terra, non pensava di riuscire ad aspettare ancora.

«Lui è il suo compagno, mi prendo io la responsabilità.» Il chirurgo alzò un sopracciglio, ma acconsentì.

«Allora, il paziente è arrivato con un trauma da arma da fuoco al ginocchio destro. Per fortuna siamo riusciti non solo a salvare la gamba, ma a ricostruire il ginocchio. Le prossime ore saranno decisive per capire se, gli innesti e le protesi che abbiamo messo, verranno accettate dal suo corpo. Non possiamo quindi sciogliere la prognosi. Lo stiamo portando in terapia intensiva. Lo abbiamo svegliato e ha risposto bene alle sollecitazioni, anche la circolazione sanguigna nell’arto è buona. Partiamo da qui. Se volete andare a riposarvi, non lo sveglieremo dinuovo fino a domani mattina.» John iniziò a piangere come un bambino scaricando tutta la tensione.

«Io rimango, io non voglio andare a casa.» Harper li raggiunse e lo obbligò a seguirla.

«Noi andremo a casa e domani mattina presto ritorneremo qui, tutti insieme.» Jake annuì e rincarò la dose.

«Avrà bisogno di te quando sarà sveglio, non vorrai essere uno straccio?» John si fece convincere e seguì Harper e gli altri.



Mark e Jake ritornarono a casa. Si lasciarono giusto il tempo perché John potesse farsi una doccia e cambiarsi, per raggiungere poi Mark nel suo appartamento.

«Hai fame?» Mark stava trafficando in cucina, Jake non si ricordava neppure più da quando non mangiava.

«Mangio volentieri qualcosa.» pochi minuti dopo un mega hamburger con patatine era servito, assieme a una birra gelata.

«Niente cibo sano stasera?» Mark scosse il capo con la bocca piena.

«No, niente cibo sano, solo calorie a non finire, devi riprenderti.» Jake divorò tutto in poco tempo. Si alzò e si mise a cavalcioni su Mark, che s’irrigidì.

«Non sono ferito, sto bene. Qualche livido, nulla che mi possa fermare dal saltarti addosso.» Mark sorrise mentre gli infilava le mani dietro la schiena, provando di nuovo la meravigliosa sensazione del tocco delle sue mani sulla sua pelle setosa.

«Andiamo a letto, voglio godere della vista del tuo corpo.» gli disse Jake, mentre gli riempiva il collo di piccoli baci. Si spogliarono a vicenda lentamente, baciando dolcemente le ferite l’uno dell’altro.

«Jake, mi sei mancato così tanto!» fermo su di lui, emozionato come se fosse la prima volta, lo prese, sentendo quanto i loro corpi si completassero. Jake si perse nei suoi occhi, poi lo strinse a sé, aveva bisogno di sentirlo in ogni modo possibile.

«Ti amo così tanto Mark, così tanto…» Mark non avrebbe resistito a lungo, quelle parole, l’intensità dei loro sguardi, quel bisogno che i loro corpi si stavano trasmettendo erano davvero troppo. Il ritmo divenne pressante, i loro corpi avvinghiati e sudati, volarono in alto come mai prima di allora.

«Mark! Mark!» Mark guardò il suo uomo che raggiungeva l’estasi mentre gridava il suo nome, era la cosa più bella che avesse mai visto. L’orgasmo lo travolse come uno tsunami, togliendogli il respiro. Rimasero così, avvinghiati l’uno all’altro, ad ascoltare i loro respiri e i loro cuori calmarsi.

Jake in realtà si calmò più del previsto, Mark lasciò che si addormentasse, pulendo il disastro che avevano fatto, mentre lui era caduto in un sonno profondo. Puntò la sveglia presto per poter andare all’ospedale insieme a John e Harper.

Si svegliarono stretti l’uno all’altro, e andarono in cucina per preparare la colazione.

«Jake, vorrei che lasciassi la CIA.» Jake, che stava bevendo il caffè, mancò poco che lo sputasse sul tavolo.

«Scusa?» Mark si sedette di fronte a lui.

«Vorrei che lasciassi la CIA.» Jake non poteva credere che gli stesse chiedendo una cosa del genere.

«Sapevi che lavoro facevo quando ci siamo messi insieme. Perché diavolo dovrei lasciare il mio lavoro!» quella risposta era irritante per Mark, non era possibile che non capisse i suoi motivi.

«Questo era prima, prima che mi innamorassi di te, prima che mi rendessi conto di quanto sarebbe facile perderti!» scese un silenzio surreale. Interrotto da Jake.

«Andiamo, si sta facendo tardi.» nel tragitto fino all’ospedale nessuno dei due parlò. Jake era cosciente di quanto Mark si fosse spaventato, ma questo non lo autorizzava a mettere in discussione le sue scelte di vita, perché il suo lavoro, il suo grado, se l’era sudato. Mark non c’era quando lui aveva lottato per emergere, quando si era dovuto difendere dai suoi stessi compagni, come poteva chiedergli una cosa del genere! Mark era tormentato, sapeva di avergli chiesto tanto, ma si conosceva bene, non sarebbe riuscito a reggere quella tensione. Per non parlare poi di lasciarlo andare in missione sotto copertura e non vederlo o sentirlo per settimane, no non era possibile. Arrivarono nel reparto di terapia intensiva senza nemmeno scambiarsi uno sguardo. Harper e John erano già arrivati.

«Hey, ci sono novità?» Chiese Jake andando incontro a John.

«Non è ancora venuto il medico, ma tanto a me non direbbero nulla.» aveva l’aria di uno che non aveva dormito affatto. Si mise a sedere accanto a lui, il più possibile lontano dalla fonte del suo malumore. Un’infermiera uscì dal reparto, Jake la raggiunse nel corridoio. Ritornò poco dopo.

«Sei riuscito a sapere qualcosa?» Jake scosse la testa.

«Ha detto che tra poco il medico sarebbe venuto.» e infatti dopo poco un medico li raggiunse.

«Le condizioni del paziente sono stabili, l’abbiamo svegliato e ha reagito meglio di quello che ci aspettavamo. È estubato, se continua così, già da domani potremmo trasferirlo nel reparto di semintensiva.» John emise un gemito.

«Possiamo vederlo?» il medico sorrise.

«Certamente, ha chiesto di vedere il signor Johnson.» un calore strano prese lo stomaco di John, non aveva chiesto di lui, aveva chiesto di Jake. Si andò a sedere, non sapendo come dovesse sentirsi.

«John, se vuoi andare tu per primo…» John scosse il capo, sorridendo amaramente.

«No, no, ha chiesto di te, è giusto. Io aspetto qui.» Jake entrò nella stanza della preparazione, si disinfettò le mani, indossò il camice, i guanti e la mascherina chirurgica. Loran era nella seconda stanza.

«Hey, ci hai fatto prendere un colpo.» gli disse avvicinandosi. Riconoscendo nel suo sguardo e nella sua espressione la solita ironia.

«Dillo a me! Quando mi hanno svegliato mi sono trovato davanti una faccia sconosciuta, c’è mancato poco che gli rifilassi un colpo alla gola.» Jake trattenne una risata.

«Ti ricordi tutto?» il capitano assentì.

«Ho un ginocchio bionico ora, e non potrò più correre la maratona, ma ho tirato fuori la pellaccia. Gli altri?» Jake gli sorrise sornione.

«O l’altro…» Loran gli mostrò il dito medio.

«John non voleva neppure andare a dormire la notte scorsa e, in verità, guardandolo, non credo che sia riuscito a chiudere occhio. Mark e Harper sono fuori con lui.» Loran chiuse gli occhi e appoggiò la testa sul cuscino.

«Mi domando se non sia meglio che lo allontani da me.» Jake riconobbe i sintomi, li aveva vissuti sulla sua pelle poco tempo prima.

«Meglio per chi? Per te o per lui?» Loran rivolse il suo sguardo verso Jake.

«So che, se gli permetterò di starmi vicino in questo momento, non lo lascerò più andare e questo… questo mi spaventa. Perché mi conosco, non sono uno da fiori, cenette romantiche e tutte quelle altre stronzate da innamorati, cazzo!» Jake si appoggiò sullo schienale della sedia.

«Certo, lo so, tu sei più uno da catene, Plug, fruste eccetera, ma credo che lui questo l’abbia già capito, non credi? Buttati coglione, e magari tra una frustata e l’altra offrigli una cenetta a lume di candela, tanto dopo sai cosa farci, con la candela intendo…» Loran lo guardò intensamente, come se gli stesse scavando dentro.

«È fortunato quel coglione riccioluto, lo sa vero?» Jake sospirò.

«Lo siamo entrambi.» a volte insegnare significa imparare, pensò Jake mentre si spogliava del camice e dei calzari.

«John, è tutto tuo.» John si alzò visibilmente emozionato.

«Harper, mi fai vedere dove sono i distributori del caffè? Ne vuoi uno Mark?» Mark gli disse che era a posto.



John entrò nella camera di Loran timidamente.

«Siediti.» il tono perentorio di Loran lo rassicurò, era lui, in carne e ossa, che gli dava degli ordini, un balsamo per il suo cuore. Pensò di essere completamente fuso, come poteva quell’uomo essere entrato nella sua pelle in quel modo e soprattutto, in così poco tempo?

«Ci vorrà ancora parecchio tempo per riprendere la vita di sempre. Non ti chiedo di aspettarmi.» John strinse gli occhi, lo stava provocando nel peggiore dei modi.

«Senti, grandissimo stronzo. Sono due fottuti giorni che non chiudo occhio per paura che qualcosa andasse storto, mi hanno obbligato ad andare a casa a dormire, ma avrei fatto meglio a restare con il culo su quella sedia, almeno avrei chiuso gli occhi per un po’. E ora tu, mi dici che mi lasci libero? E se io non volessi tornare libero?» Loran trattenne un sorriso, adorava il modo in cui cedeva senza abbassarsi a diventare una mammoletta.

«Mi hai chiamato stronzo, questo ti costerà così tanto…» una frase e uno sguardo pieno di promesse, quello voleva sentire da lui.

«S T R O N Z O.» Loran rise.

«Prepara il culo, vedrò di non metterci troppo a rimettermi. Ti piacerà il sub space seacláid.» “MIO”, mai come in quel momento ne ebbe la certezza, aveva cercato tanto e lui gli era piovuto dal cielo.

«Ora va, vorrei salutare Harper e Mark, e mi sento un po’ stanco.» John si alzò e gli sorrise, uno strano calore si sparse nel torace di Loran.



«Mark, io vado a dormire a casa e…forse è meglio che anche tu lo faccia, sono stanco e ho bisogno di pensare, da solo.» erano tornati a casa, ognuno ancora fermo nella propria posizione.

«Bene, domani vado in ufficio presto, se hai bisogno sai dove trovarmi.» Jake sospirò, ritirandosi nel suo appartamento.



Ma il giorno dopo Jake non si fece vivo, Mark lo sentì rientrare a notte tarda e non si accorse se il mattino dopo, quando lui usciva, fosse o meno ancora in casa. Non un solo fottuto messaggio. Mark stava iniziando a incazzarsi sul serio. Aveva deciso che, se entro le dieci non l’avesse contattato, l’avrebbe fatto lui, e gliene avrebbe dette quattro. Prima di tornare all’appartamento, decise di andare a trovare Loran, che nel frattempo, era stato spostato in semi intensiva. Lo trovò in piedi sul deambulatore, mentre percorreva il corridoio imprecando a denti stretti.

«Hey! Già in piedi! Bello!» Loran si fermò appoggiato sull’attrezzo.

«Ho trovato un fisioterapista che si crede un vero DOM, cazzo! Mi obbliga a camminare per questo cazzo di corridoio almeno tre volte al giorno, oltre a sottopormi alle sue sedute da nazista!» il viso di Loran s’illuminò, e la sua postura cambiò, ora era dritto sulle gambe. Mark si voltò, in fondo al corridoio John avanzava verso di loro.

«Ero passato a vedere se ti serviva qualcosa ma, a quanto pare, c’è già chi si prende cura di te!» Loran sorrise, notando solo in quel momento che lo sguardo di Mark non era lo stesso di sempre.

«A proposito, Mark. Potresti dire a Jake che deve passare dal sergente maggiore Hold, per firmare i documenti per il congedo?» il cuore di Mark gli balzò in gola.

«Quale congedo?!» Loran si morse il labbro stringendo gli occhi, era evidente che Mark non ne sapesse nulla.

«Ha chiesto il congedo ieri mattina e io l’ho firmato.» se prima era arrabbiato, ora era ufficialmente furioso!

«Ok, ti lascio in buone mani. Ciao Loran e ciao anche a te John.» voltò i tacchi, l’avrebbe aspettato davanti alla sua porta, gli doveva un bel po’ di spiegazioni cazzo!



Erano state due giornate infernali per Jake, quando aveva lasciato Mark, aveva compilato il foglio del congedo, le parole che aveva detto a Loran gli avevano aperto gli occhi. Certo, il modo in cui Mark aveva affrontato la cosa era stato a dir poco sbagliato, ma gliela stava già facendo pagare cara. Ma nessun lavoro poteva valere l’amore che provava per lui, perciò appena uscito dalla terapia intensiva aveva parlato con Harper, anche lei doveva reinventarsi e quella ragazza gli piaceva, perciò le aveva proposto la sua idea di creare un’agenzia specializzata in investigazioni private, trovandola, non solo ben disposta, ma più che entusiasta. Così, dopo aver portato il modulo firmato a Loran e avergli spiegato le sue ragioni, lui l’aveva firmato ed era entrato in ferie, tra pochi giorni sarebbe diventato di nuovo un civile. Con Harper avevano girato tutto il giorno successivo, per preparare tutti i documenti necessari da consegnare a Mark, chi meglio di lui poteva organizzare la parte amministrativa! La sua valigetta piena di documenti, gliel’ avrebbe sbattuta sotto il naso, e avrebbe fatto l’offeso ancora per un po’.

«Sai che cazzo di ore sono?» Sobbalzò dallo spavento, appena si accorse che Mark era seduto appoggiato contro la sua porta.

«Sono le 23,28, ti hanno pignorato l’appartamento?» gli stava già passando la voglia di fare pace, quando l’aggrediva in quel modo, gli avrebbe riempito volentieri la faccia di sberle.

«Oggi sono andato a trovare Loran…» gli disse rialzandosi.

«Mi ha chiesto di riferirti che devi chiamare il sergente maggiore Hold, devi firmare dei documenti per il TUO CAZZO DI CONGEDO, quando pensavi di dirmelo?» Jake lo scansò, infilando le chiavi nella toppa.

«Vaffanculo, Mark.» Jake scosse la testa, quella che doveva essere una dolcissima sorpresa, si stava trasformando in un incubo. Mark s’infilò dietro di lui inchiodandolo al muro, un dejà vu inaspettato.

«Mi dispiace.» Jake inchiodato al muro rimase senza parole.

«Mi sono lasciato trasportare dalle mie paure, ti ho chiesto di rinunciare a una parte importante della tua vita per il mio egoismo. Non voglio perderti, ma non voglio neppure che tu possa arrivare ad odiarmi, ho combinato un casino.» Jake faticò a trattenere una risata.

«Vieni in cucina.» glielo disse quanto più seriamente possibile. Mark lo seguì mestamente. Jake appoggiò la valigetta sulla sedia e tolse il plico di documenti appoggiandolo sul tavolo.

«Leggi, intanto io vado a farmi una doccia.» Jake scomparve dietro la porta della camera. Mark prese i documenti e li esaminò. Man mano che proseguiva realizzò cosa stesse succedendo. Lo raggiunse poco dopo, aveva appena chiuso l’acqua della doccia.

«Secondo me non sei pulito abbastanza, posso?» si era spogliato ed era davanti a Jake con una delle più grandi erezioni che avesse mai avuto.

«Sarai il nostro contabile? Gratis per il primo anno?» Mark sghignazzò.

«Ah, Signor Johnson, non posso fare patrocinio gratuito, ma può sempre pagarmi in natura, non crede?» Jake aprì di nuovo l’acqua, dandogli le spalle.

«Proprio non so cosa potrei offrirle signor Cook!» gli rispose, mentre appoggiava le mani contro la parete della doccia, esponendo alla sua vista il suo culo marmoreo. La mano di Mark s’insinuò in mezzo alle sue gambe, massaggiandogli lentamente le palle.

«Ti amo Jake, come non ho amato mai nessuno nella mia vita.» le guance di Jake si colorarono di rosso, si girò per guardarlo negli occhi.

«Dico davvero, sei il mio mondo, non potrei più vivere senza di te.» Lo baciò intensamente con il cuore impazzito, mentre lui intensificava la sua carezza violando la sua fessura per prepararlo.

«Fai presto, ti voglio così tanto!» Mark intensificò il suo lavoro, aiutato dal suo uomo che si spingeva sulle sue dita voglioso.

«Alza la gamba, andrò piano.» l’intrusione fu più dolorosa del solito, ma era così eccitato che passò in secondo piano.

«Così caldo e stretto.» Mark gli morse il trapezio, mentre affondava in lui con movimenti secchi e costanti.

«Ti sento così tanto, è fantastico.» se fosse stato possibile lo stava eccitando ancora di più, avrebbero avuto tempo per il bis. Mark cambiò marcia pompando al massimo dentro di lui, mentre Jake si masturbava allo stesso ritmo.

«Voglio riempirti fino in gola.» Jake buttò la testa indietro travolto dall’orgasmo, e poco dopo Mark lo seguì riversando dentro di lui tutto il suo.



Seguirono mesi febbrili per tutti loro, Mark e Jake cercarono una sede adatta per far partire l’agenzia, Harper nel frattempo aveva trovato un nome: “Akashi Detective agency”, non poteva essere diverso.

Loran era stato dimesso, con la raccomandazione di farsi ricoverare in una clinica specializzata per la riabilitazione, cosa che lui ignorò bellamente, preferendo assumere un fisioterapista che veniva due volte al giorno a casa sua per la terapia riabilitativa. John si faceva in quattro dividendosi tra l’organizzazione della parte legale dell’agenzia e il servire e riverire Loran, che sembrava divertirsi molto, mentre lo comandava a bacchetta.

Poi finalmente arrivò il giorno dell’inaugurazione dell’agenzia e, per la prima volta, Loran avrebbe affrontato la serata con il solo ausilio di un elegante bastone.

«John, non rimarrò molto all’inaugurazione. Ma tu se vuoi puoi restare.» John gli stava sistemando la cravatta, che sperava finisse sui suoi polsi a fine serata, erano mesi che non lo toccava. Sperava che, visti i miglioramenti degli ultimi tempi, finalmente avrebbero potuto ricominciare, almeno con del buon sesso vaniglia.

«No, non c’è problema, torno a casa con te.» gli rispose porgendogli il bastone.

«Non ho detto che torno a casa. Ho un impegno.» John trasalì, non aveva la minima idea di dove dovesse andare, lo guardò rabbuiandosi.

«Vanessa mi ha chiesto di assistere al palco del suo Dungeon.» John lo guardò ancora più perplesso.

«Già, non lo sai. Vanessa è la proprietaria di un club, il “Le fetish ruge”. Ogni settimana alcuni dei suoi clienti amano esibirsi sul palcoscenico. Durante queste esibizioni, a volte, alcuni Dom, tendono ad esagerare. Per questo chiama alcuni Dom esperti, di cui si fida, a fare una sorta di arbitraggio e ad intervenire, nel caso che le cose si mettano male. Non devo fare un gran che, devo solo assistere, se tutto va bene mi godrò pure lo spettacolo.» John indispettito, si sistemò i capelli, facendo sorridere Loran per quell’atteggiamento.

«Non penso che ti interesserebbe assistere…o sì?» John si voltò verso di lui, ancora più indispettito.

«Tu vuoi che venga?» si morse il labbro, sentendo quanto la sua voce fosse uscita dalla sua bocca, con almeno due toni più alti di quanto avrebbe voluto.

«Non mi dispiacerebbe.» John lo guardò con aria di sfida, alzando il mento.

«Allora ti accompagnerò!» gli disse avvicinandosi alla porta per aprirla. Loran si abbassò su di lui appoggiando la sua mano sulla gola, stringendola fino a togliergli quasi il fiato.

«Ascoltami con attenzione, non osare venire mentre guardi lo spettacolo o ti farò assaggiare la mia frusta.» il membro di John scattò sull’attenti.

«Non lo farò Master.» Loran allentò la presa sul suo collo e gli leccò l’orecchio.

«Che peccato, ho così tanta voglia di punirti seacláid. Ha, dimenticavo, devo comunque punirti per le due volte che mi hai chiamato Stronzo. Vedrò cosa fare.» aprì la porta.

«Dopo di te.» gli disse premendo dolcemente sulla sua schiena per farlo uscire. John tremava, l’attesa lo stava già uccidendo e la serata era appena iniziata.



Copyright © 2020 Veronica Reburn

Tutti i diritti riservati



Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

 

lunedì 12 ottobre 2020


DULCIS IN FUNDO

Capitolo IV



Un dolce profumo di pancake raggiunse le narici di Jo, era ancora nella fase del dormiveglia. La porta della stanza si aprì per poi richiudersi, sicuramente era Stefano, ma voleva godersi quegli ultimi istanti di pace, perciò finse di dormire ancora per un po’, ma una dolce carezza sul suo viso lo obbligò a socchiudere gli occhi. Il viso di Stefano che sorrideva soddisfatto accolse la sua veglia.

«Buongiorno… ti ho portato la colazione, devi mangiare, hai bisogno di riprendere le forze.» Jo tentò di mettersi seduto, però la parte inferiore del suo corpo non ne voleva sapere.

«Mi dispiace.» Stefano aveva distolto lo sguardo, si sentiva un po’ colpevole. A Jo scappò una risatina.

«Di cosa ti dispiace? Di avermi ridotto uno straccio, o di avermi scopato come se non esistesse un domani?» Stefano lo baciò dolcemente.

«In realtà non mi dispiace di nessuna delle due cose, la notte passata è stata la più bella della mia vita.» anche per il biondo cuoco era stata meravigliosa, purtroppo non riusciva a esprimerlo così spontaneamente come Stefano.

«Pancake giusto?» disse cambiando discorso, Stefano si alzò e prese il vassoio, al centro del pancake aveva disegnato un cuore con la marmellata.

«Fai colazione, prenditi il tuo tempo, io ti aspetto di là, dopo dobbiamo andare a fare la spesa per Sara.» gli stampò un bacio sulle labbra e lo lasciò solo. Jo, dopo avere lottato qualche minuto con il suo corpo, riuscì a mettersi seduto. Fece colazione e lentamente si vestì. Non aveva un solo punto del proprio corpo che non dolesse. “Un mese così non credo di poterlo sopportare, bisogna che gli faccia un discorsetto”, disse tra sé e sè. Uscì dalla stanza e andò verso la cucina, sentì le voci allegre di Sara e Stefano mentre si avvicinava, rallentò per cercare di carpire qualcosa.

«Vi ho sentiti questa notte fratellone!» Stefano sorrise schernendosi.

«Scusa, abbiamo cercato di non disturbare ma… non sempre è possibile.» la risata cristallina di Sara salì distintamente, Jo pensò che fosse semplicemente incantevole.

«Mi piace Jo.» Stefano conosceva bene il tono di sua sorella, a quella frase sarebbe sicuramente seguito un “ma”.

«Ma…» la precedette, in attesa delle critiche.

«Non è un po’ “grande” per te? Avete parecchi anni di differenza, o sbaglio?» l’occasione era troppo ghiotta, Jo si fermò a pochi passi dalla porta per ascoltare l’agognata risposta.

«Sai, inizialmente ci ho pensato poi, quando abbiamo iniziato a frequentarci, sinceramente, non ho più considerato la cosa un problema. Nessuno mi ha mai fatto sentire così felice.» “lo faccio sentire felice!”, quelle parole fecero gonfiare d’amore il suo cuore, ma a quel punto non poteva più restare ad ascoltare come un ladro, entrò in cucina, rosso in viso e con un’espressione da ebete.

«Jo, buongiorno!» le sorrise imbarazzato e andò subito a vedere Cat, che dormiva serena nel passeggino.

«Stefano mi ha detto che hai bisogno di fare compere?» Sara esibì una lista della spesa lunghissima.

«Giusto qualcosina…» Stefano gliela strappò di mano, facendole una smorfia di finto disappunto e s’infilò la giacca.

«Approfittatrice.» Jo fece altrettanto e lo seguì. Vicino a casa di Sara c’era un centro commerciale piuttosto fornito. Jo si diede da fare e in poco tempo avevano già riempito un carrello fino all’orlo. Arrivati al reparto ortofrutta Jo si mise a scegliere le verdure con attenzione. Stefano, vedendolo chino sull’espositore della frutta, non resistette e gli strizzò una natica, appoggiandosi poi sulla sua schiena per abbracciarlo da terga. Non si accorsero che un gruppo di ragazzi li stava osservando. Il più giovane del gruppo passando fece un commento di troppo: “Guarda quello, che checca schifosa!”. Stefano non ci pensò nemmeno mezzo secondo.

«Hey, scusa, cos’hai detto?» Jo stava guardando la scena sconvolto, lui non aveva mai osato reagire a quegli insulti, ormai era così abituato che aveva imparato a far finta di nulla. Il ragazzo si avvicinò a Stefano.

«Ho detto che il tuo amichetto è una checca schifosa.» Stefano sorrise, ma continuava ad avvicinarsi al ragazzo con determinazione.

«Chiedigli scusa, o tra due secondi chiederai scusa a Dio per averti dato la possibilità di esistere, merda umana.» “oh cazzo!”, non l’aveva mai visto così fuori di sé! Jo si avvicinò a Stefano tirandolo per la camicia. Ma il suo sguardo era tutto rivolto a quel tipo, e non prometteva nulla di buono.

«Hey amico.» uno degli altri ragazzi si era avvicinato. «mi dispiace, a volte lui sa essere davvero sgradevole, vi chiediamo scusa.» Jo intervenne, temendo che la lite degenerasse.

«Ok, ok, smettiamola, ognuno per la sua strada ragazzi.» finirono di fare la spesa, Stefano si era ammutolito, era davvero molto arrabbiato. Salirono in macchina nel silenzio più totale, Jo appoggiò la mano sulla sua.

«Stefano, non c’era bisogno che mi difendessi.» lui gli catturò la mano vigorosamente.

«Sempre, sempre lo farò! Nessuno può permettersi di giudicarci! Nessuno può umiliare l’uomo che amo!» Jo, in quel preciso istante, comprese che lui era tutto ciò di cui aveva bisogno. Ma ancora le parole, quelle che avrebbe voluto dirgli, non riuscivano a uscire dalla sua bocca, lo baciò, con tutto l’amore che stava provando, sperando che in quel bacio riuscisse a trasmettergli le parole che non riusciva a dirgli.



Antonio, il suo ex, da un paio di settimane viveva in casa di amici. Per l’ennesima volta era stato sbattuto in strada. I suoi “amici” gli avevano detto chiaramente che non poteva rimanere lì per sempre, e stava cercando di trovare il modo di andarsene. Che, nel suo personale modo di intendere la vita, significava trovare qualcun altro che si prendesse carico dei suoi bisogni, tutti i suoi bisogni. Il modo migliore di trovare un’altra “gallina dalle uova d’oro”, era quello di cercarla nel suo “pollaio”, il suo bar preferito. Erano mesi che non ci andava più, non ne aveva avuto bisogno. Fino a che era rimasto insieme con Matteo, le sue diversioni le aveva trovate insieme agli amici del suo ragazzo, e a volte anche insieme alle sue amiche.

«Chi si rivede!» Rico, il barman, lo riconobbe immediatamente.

«Hey, Rico! Dammi una birra media.» Rico lo servì, pretendendo il pagamento prima di consegnargliela, conosceva bene i suoi “ti pago la prossima volta”.

«Bello pieno stasera, ci sono nuovi arrivi?» Rico gli porse qualche stuzzichino.

«Quelli laggiù, ma sono troppo giovani. Qualche studente, dall’altro lato, niente che faccia al caso tuo. Sai, qualche settimana fa è venuto Jo, in compagnia del suo ragazzo…» “con il suo ragazzo.”, quella frase, non capì perché, lo urtò spingendolo ad approfondire l’argomento.

«Ha trovato qualcun altro che lo spenna?» a Rico stava simpatico Jo, gli era sempre dispiaciuto che si facesse trattare in quel modo da Antonio, e sinceramente, non era contento di ritrovarselo di nuovo tra i piedi.

«No, credo che abbia trovato davvero un bravo ragazzo, meglio che lo lasci stare, Antonio.» quelle parole, invece di fare desistere Antonio, lo avevano proprio eccitato, si chiese se non fosse il caso di farlo di nuovo cadere nella sua rete, per poi ripetere lo schema precedente e trovare qualcun altro che i soldi li avesse per davvero.

«Per stanotte mi sa che avrò il mio da fare.» un ragazzo lo stava guardando in maniera inequivocabile. Antonio si alzò andando verso di lui, anche per quella notte non avrebbe dormito in macchina.



Ritornare a casa aveva lasciato nel cuore di Jo una sensazione di malinconia, che era cresciuta appena aveva visto l’auto di Stefano allontanarsi. Combatteva costantemente con la paura che lui potesse cambiare, che tutto potesse finire da un momento all’altro, paure che si acuivano quando rimaneva solo. Non fece in tempo a uscire dalla doccia che il suo telefono squillò.

«Dimmi, hai dimenticato qualcosa?» Stefano sospirò, era proprio di Jo pensare che ci dovesse essere un motivo per qui lo chiamasse.

«Mi manchi, non penso riuscirò a dormire stanotte, il mio letto è davvero enorme.» “ma cosa mi hai fatto!”, pensò Jo, bastava che gli dicesse poche semplici parole e il suo cuore si placava.

«Ti manco io o il mio corpo?» Stefano non si stancava mai di sperare che, un giorno, Jo riuscisse a esprimere davvero ciò che sentiva, ma riusciva a leggere, nella sua pungente ironia, tutto ciò che realmente sentiva per lui.

«Mi mancano entrambi, ma di più il tuo cuore.» Jo sentiva che la vita finalmente gli stava facendo un regalo, il regalo più grande.

«Va a dormire, sono vecchio, non riuscirei a reggere il tuo ritmo anche questa notte.» Stefano si arrese, del resto anche lui aveva bisogno di riposare.

«Buona notte amore mio.» Jo sussultò, era la prima volta che si rivolgeva a lui chiamandolo “amore” fuori dal letto.

«Sognami.» non riuscì a dire altro, era estasiato. Si sentiva un quindicenne. Pochi minuti dopo il telefono squillò di nuovo, Jo si precipitò.

«Ti ho detto di metterti a dormire!» il rumore di qualcuno che esalava fumo dalla bocca lo lasciò spiazzato.

«Ciao, pasticcino.» Jo sbiancò e si sedette, era inequivocabilmente la voce di Antonio.

«Cosa vuoi?» il moro si aspettava la sua reazione, ma aveva parecchie frecce al suo arco ancora.

«Ancora arrabbiato? Volevo solo sentire come stava il mio pasticcino.» Antonio era disteso a fianco di un ragazzo, di cui neppure si ricordava il nome, e aveva preso in prestito il suo telefono per chiamarlo, visto che nel suo, come al solito, il credito era terminato da un pezzo.

«Sto benissimo, grazie. E non voglio che mi chiami in quel modo, non ne hai il diritto. E ora se mi vuoi scusare stavo per andare a dormire!» il suo cuore pompava rabbia e dolore.

«Da solo o con il tuo nuovo ragazzo?» la tentazione di prendersi una rivincita era troppo forte per Jo.

«Ovviamente con il mio ragazzo. Ora ti saluto, e per cortesia, dimenticati il mio numero. Anzi dimenticati che io esista, come ho fatto io.» chiuse la telefonata, buttandosi sul letto e iniziando a tremare come una foglia.

Antonio non era certo il tipo che si sarebbe fatto fermare da quelle parole, infatti, dopo avere chiuso la chiamata, mentre approfittava della doccia dell’amante di turno, si mise a pensare a come fare per insinuarsi di nuovo nella vita di Jo. La prima mossa, doveva essere, necessariamente, andare a controllare chi fosse quel coglione con cui si era messo, e poi avrebbe escogitato un piano per riprendersi il suo pasticcino.

La notte fu piena di incubi, la mattina successiva, Jo si sentiva più stanco di quando era andato a dormire. Per fortuna, al lavoro Silvia lo distrasse con le sue mille domande sul viaggio e, rivivendo i particolari, cancellò dalla mente quello che era accaduto la notte precedente. Vedere di nuovo Stefano nella sua mensa, lo fece sentire come se fosse avvolto nella coperta preferita. Si trovarono nel retro, per scambiarsi qualche bacio, dandosi appuntamento per la sera stessa a casa di Jo.

Fuori, nel parcheggio, appoggiato a una colonna, Antonio lo stava spiando. Non gli era piaciuto il suo atteggiamento, non sopportava che quella “puttana” avesse tirato su la testa. Perciò, aveva deciso di capire chi era quel coglione, che si era preso a mano chi aveva sempre considerato di sua proprietà. Non che provasse qualcosa per Jo, ma gli dava fastidio non potere manipolarlo a suo piacimento. Seguì con lo sguardo Stefano e si annotò il numero di targa della sua macchina, con quello sarebbe riuscito facilmente a sapere tutto ciò che gli serviva. Pochi minuti dopo era al telefono con un funzionario della motorizzazione, scoparsi qualsiasi cosa che respirasse, a volte, poteva essere un vantaggio.

«Sono io.» dall’altra parte la risposta tardava ad arrivare.

«Cos’è, il gatto ti ha morso la lingua Valerio?» Valerio era in una riunione importante in quel momento, era sbiancato appena aveva sentito la voce di Antonio.

«Buongiorno, sono molto occupato, possiamo sentirci in un altro momento?» Antonio sorrise maliziosamente.

«Non c’è problema, parlerò con la tua signora, ho molte cose interessanti da raccontarle e… da mostrarle.» Valerio si scusò con i suoi colleghi e uscì dalla sala dove si teneva la riunione.

«Non ti azzardare cane bastardo! Cosa vuoi? Soldi? Non te ne ho già dati abbastanza?!» cercava di non urlare, ma ormai era quasi sull’orlo di una crisi isterica.

«Calma, calma, non voglio soldi. Ho bisogno di un favore, e ne ho bisogno per ieri.» Valerio non poteva proprio permettersi di non accontentarlo, sapeva che aveva delle foto compromettenti che lo ritraevano mentre lo scopava.

«Ok, dimmi, ma fa in fretta che devo ritornare in riunione.» Antonio gli dettò il numero di targa.

«Ho bisogno di sapere tutto sul proprietario di quest’auto, e quando dico tutto significa tutto, chiaro?» Valerio aveva acceso il suo P.C. e si stava collegando alla sua linea privata.

«Ok, il nome del proprietario è Stefano Innocenti, nato a Prato il 12 febbraio 1992, vive a Firenze in Via Montebello 34, aspetta, ho anche un recapito telefonico… 333849xxxx, e con questo abbiamo finito, chiaro!» era stanco di avere costantemente la paura che quell’uomo potesse creargli dei casini.

«Certo, non ti cercherò più Valerio… fino a che non avrò ancora bisogno di te…» chiuse la telefonata senza dargli il tempo di ribattere, tanto ormai aveva quello che gli serviva. Gli sarebbe bastato mettere la pulce nell’orecchio di quel poppante, nel giro di una settimana Jo sarebbe stato di nuovo un burattino nelle sue mani. Quella sera, dopo avere scroccato l’ennesima cena al “fortunato” di turno, ed esserselo ripassato per bene, si mise comodo e iniziò a mettere in atto il suo piano. Tolse la visibilità al numero e mandò un messaggio a Stefano.

SCONOSCIUTO - “Sicuro di conoscere bene il signor Giovanni Corsi?”, si mise ad attendere la risposta.

Quando ricevette quel messaggio Stefano era a casa sua, aveva appena chiuso una telefonata con Jo e stava rilassandosi guardando un film, prese il telefono e lesse il messaggio. Il cuore gli si fermò.

STEFANO - “Chi cazzo sei?!” il fatto che gli scrivesse in anonimo non gli piaceva per nulla.

SCONOSCIUTO - “Diciamo un amico…” la cosa gli stava piacendo sempre meno.

STEFANO - “Non m’interessa quello che ha da dirmi qualcuno che non si fa riconoscere, perciò ora ti blocco.”, “tosto il moccioso”, pensò Antonio.

SCONOSCIUTO - “Vediamo se indovini: qual è il punto del corpo di Jo che se viene toccato lo fa impazzire?”, il messaggio, arrivò un attimo prima che Stefano attivasse il blocco, la sua mano si fermò. Chi poteva conoscere così bene Jo da sapere una cosa così intima, che sinceramente nemmeno lui aveva scoperto ancora? Antonio continuò a scrivere.

SCONOSCIUTO - “Facciamo così, io te lo dico, tu fai la prova e se è vero ti racconterò di Jo, perché saprai che ti sto dicendo la verità…”, la tentazione era troppo forte, voleva capire dove voleva andare a parare questo tipo.

STEFANO - “Sono proprio curioso, dimmi.” Antonio esultò, era riuscito a farlo abboccare.

SCONOSCIUTO - “Leccagli l’ombelico, senza toccarlo, solo quello.”, Antonio aveva mandato i messaggi dal cellulare del tipo con cui stava, se anche l’avesse rintracciato, non avrebbe potuto collegare il nome del proprietario al suo. Si sarebbero visti la sera successiva e Stefano non sapeva che fare. Aveva pensato di fargli vedere i messaggi, ma ormai il tarlo si era insinuato in lui, oltretutto pensava, "che cosa c’è di male nel provare una cosa del genere". Arrivò a casa di Jo verso le nove di sera.

«Hey, che guapo sei stasera!» Jo gli si gettò al collo.

«Che bella accoglienza.» i loro baci erano sempre così sensuali che, normalmente, li portavano direttamente nella stanza da letto. Così fu anche quella volta. Jo si spogliò e si sdraiò sul letto, mentre Stefano stava togliendosi ancora i boxer. Stefano non stava pensando, fino a quell’istante, a quello che avrebbe voluto fare, ma vedere Jo disteso gli fece venire prepotente la voglia di provare. Si sdraiò su di lui e andò direttamente con la lingua al suo ombelico. La reazione di Jo fu immediata e spropositata. Il suo membro diventò turgido e iniziò a far fuoruscire pre-seme. Stefano continuò a leccarlo.

«Fermo Stefa nnnoooo…» Stefano stupito si fermò.

«È il mio punto debole, mi eccita da morire, se continui così io non resisterò ancora per molto.» La persona che lo aveva contattato lo conosceva davvero bene il suo Jo, “suo”, era davvero suo? Si portò con il suo membro turgido all’altezza della sua faccia.

«Succhialo.» Jo rimase un attimo stupito, non l’aveva mai visto così carnale. Iniziò a leccargli la punta, Stefano lo guardava lascivamente.

«Tutto… in bocca.» Jo lo accolse tutto in bocca iniziando a succhiarlo vigorosamente. Stefano lo prese per i capelli dandogli il ritmo. Improvvisamente Stefano si tolse girandolo di schiena e, prendendolo per il bacino, lo costrinse ad alzare il sedere, gli allargò le natiche e iniziò a leccargli l’orifizio anale.

«Cosa staahhhhhh» non ce la faceva più Stefano, lo penetrò con forza.

«Stefanooooo, ahhhhh, nnnnn» Stefano lo stava riempiendo completamente, quasi con violenza.

«Mi stai uccidendo!» Stefano sentendo quelle parole si sveglio come da uno stato di trance. Fece sdraiare Jo e ricominciò a penetrarlo.

«Meglio?» Jo si girò verso di lui per cercare la sua bocca, che trovò immediatamente pronta per lui.

«Ora va meglio.» Stefano gli sollevò una gamba e aumentò il ritmo.

«Mi fai perdere la lucidità Jo.» Jo girò la testa per baciarlo di nuovo, ma Stefano gli diede una stoccata potente e venne di colpo, e dopo poco anche Stefano lo seguì. Era rabbia quella che aveva appena riversato nel sesso con Jo, lo aveva capito bene e il sapore era amaro. Doveva finire al più presto quella storia con lo sconosciuto, e dimenticare di avere ricevuto quei messaggi. Però, la sera successiva, si ritrovò a sperare di ricevere un altro messaggio, per poter continuare quella conversazione malata. Puntualmente il messaggio arrivò.

SCONOSCIUTO - “Allora, Stefano, com’è stata l’esperienza ombelico?”, Stefano non era stupido, sapeva che quella persona aveva uno scopo, doveva solo capire quale fosse.

STEFANO - “Questo prova che lo sai per esperienza, o che conosci qualcuno che lo sa. Quindi?” Antonio doveva giocare bene le sue carte.

SCONOSCIUTO - “Prima di conoscerti, mio caro, Jo non era l’angioletto che ti vuole far credere. Era l’anima delle feste e in molti se lo sono ripassato.”, Se il punto debole di Jo era l’ombelico il suo era la gelosia, iniziò a respirare affannosamente, il pensiero di Jo nelle braccia di altri uomini lo faceva incazzare, troppo.

STEFANO - “Ciò che Jo ha fatto prima di conoscermi non mi riguarda. Se un giorno me lo vorrà raccontare lo ascolterò, ma fino ad allora, non m’interessa.” Non sarebbe caduto nella sua rete, aveva fiducia in Jo e nei loro sentimenti, non sarebbe stato un “signor nessuno” a farlo dubitare.

SCONOSCIUTO - “Infatti non ti voglio parlare del suo passato, ma del suo presente…” il sangue di Stefano si congelò.

STEFANO - “Non c’è nulla del suo presente di cui io non sia a conoscenza!”, ora doveva instillare il dubbio finale.

SCONOSCIUTO - “Perciò, se ti dico che si è sentito con un suo ex, non ne rimarrai stupito, perché il tuo Jo non ti nasconde nulla.”, Stefano crollò sulla sedia. No, non era possibile che gli avesse tenuto nascosto questo.

STEFANO - “E sentiamo, quando sarebbe successo?” pezzi del suo cuore stavano frantumandosi, ma continuava a tenersi stretto all’amore che provava per Jo.

SCONOSCIUTO - “Tre giorni fa, controlla il suo cellulare. Ci sentiamo tra due giorni, alla stessa ora.”, Stefano ormai doveva sapere. La notte successiva, appena Jo si addormentò, prese il suo cellulare e scorse le telefonate che aveva fatto e ricevuto, e la trovò, “ANONIMO”. Erano stati al telefono per tre minuti e quarantasette secondi. Tornò a stendersi a fianco di Jo, lo guardò dormire fino al mattino successivo, ora il tarlo aveva scavato un profondo solco dentro il suo cuore. Attese con ansia fino alla sera successiva, ormai il suo malessere traspariva sia dai suoi gesti che dai suoi occhi. Anche Jo se n’era accorto, e appena lo vide arrivare in mensa, gli fece segno di raggiungerlo sul retro.

«Hey, c’è qualcosa che non va?» gli si era avvicinato e lo teneva per il colletto scherzosamente. Stefano cercò di sorridere, ma i suoi occhi erano velati di tristezza.

«No, nulla, solo un po’ di stanchezza.» Jo gli stuzzicò le labbra con la lingua.

«Ti sei stancato di me?» Stefano gli accarezzò il viso.

«E tu? Tu non ti sei ancora stancato di me?» Jo appoggiò il viso sul suo torace.

«Non mi stancherò mai di te, moccioso.» “non puoi capire quanto vorrei crederti, amore mio”, pensò Stefano.

«Meglio rientrare Jo, devo tornare al lavoro presto oggi.» Jo si staccò da lui malvolentieri, non era convinto che gli avesse detto tutta la verità, gli stava nascondendo qualcosa. Questa volta Stefano avrebbe voluto che la sera non arrivasse mai, non voleva più sentire nulla da quella persona, voleva solo che quel dolore che provava nel petto potesse scomparire.

SCONOSCIUTO - “Allora, hai controllato?”, prese un profondo respiro e rispose.

STEFANO - “Ha ricevuto una chiamata da un numero anonimo, non significa nulla.”, non significava nulla, se solo gliene avesse parlato davvero non avrebbe significato nulla, ma non l’aveva fatto.

SCONOSCIUTO - “Domani si vedranno, hanno appuntamento all’uscita della mensa, dove vi trovate per baciarvi. Jo non l’ha dimenticato, lui è il suo grande amore, se dovesse scegliere sceglierebbe sempre lui.” No, il suo Jo non era così. Il suo Jo non era così?

STEFANO - “Se fosse così me lo direbbe. Non voglio più sentire nulla uscire dalla tua sudicia bocca.” Bloccò il numero in quel momento e si ripromise di non andare a verificare ciò che gli aveva riferito, per nessun motivo al mondo. Ma il mattino dopo aveva cambiato idea, sarebbe andato e avrebbe detto tutto a Jo. Arrivò cinque minuti prima della chiusura e parcheggiò un po’ distante, incamminandosi a piedi. Jo uscì dal locale e qualcuno lo raggiunse, li vide sparire nel vicolo che dava sul retro. S’incamminò come un uomo che debba andare sul patibolo. Sentiva parlare, ma non riusciva a carpire nulla, da un punto cieco li vide. Quell’uomo stava baciando il suo Jo. Si girò e scappò via.

Jo aveva portato Antonio nel retro della mensa, per evitare che qualcuno potesse vederli insieme, se fosse arrivato qualcosa di sbagliato alle orecchie di Stefano… non voleva che qualcuno si facesse male, era lo stesso motivo per il quale ancora non ne aveva parlato con Stefano, aveva visto come aveva reagito quella volta al bar, come anche al centro commerciale e se avesse saputo di Antonio, l’avrebbe cercato e non voleva neppure pensare a quello che sarebbe potuto succedere, sicuramente quel bastardo sarebbe riuscito a ribaltare la situazione e avrebbe messo nei guai Stefano, sapeva cavarsela da solo, quello stronzo non sapeva quanto più forte si sentisse ora.

«Non sono stato chiaro? Quale delle parole NON.TI.FARE.PIU’.VEDERE non hai capito Antonio?» Antonio vide con la coda dell’occhio che Stefano era arrivato a poterli vedere, si avventò su Jo strappandogli un bacio.

«CHE CAZZO FAI!» Antonio rise, anche se gli aveva morso il labbro fino a farlo sanguinare, quello che doveva essere visto era stato visto.

«Quello che ti è sempre piaciuto fare, ti metto la lingua in bocca, o preferisci che ci metta qualcos'altro?» Jo prese la mano ad Antonio e la appoggiò in mezzo alle sue gambe.

«Senti qualcosa Antonio?» Antonio restò spiazzato.

«No vero? È quello che sento per te ora, niente.» Ma Antonio reagì, bloccandogli la bocca con la mano.

«Scommetti che tra poco non la penserai più così? Io posso fare di te ciò che voglio, mi appartieni Jo» Silvia, che stava uscendo in quel momento, li vide, inorridendo.

«SACCO DI MERDA, MOLLALO!» gli disse avvicinandosi di corsa, per nulla intimorita.

«Silvia, ti prego, non metterti in pericolo…» Ci mancava solo che rimanesse ferita pure lei, pensò Jo.

«E chi sarebbe il pericolo? Questo incrocio tra un uomo e un maiale? Ci scommetti che gli spacco quella faccia da culo?» Antonio rise.

«Scusa scusa? E tu nanetta da giardino vorresti rompermi la faccia? E come? Visto che neppure saltando ci arriveresti?» il calcio di Silvia scattò senza preavviso, scaricandosi sulle palle di Antonio, che si accasciò urlando. Silvia prese per mano Jo e si mise a correre. Appena furono abbastanza distanti si fermarono a riprendere un po’ di fiato.

«Mi spieghi che cosa ci faceva lì» Jo scosse il capo.

«È ritornato, e ovviamente ha pensato bene di venire ad infastidirmi.» Silvia aveva sempre avuto paura che prima o poi questo sarebbe accaduto.

«Stefano lo sa?» Jo scosse il capo di nuovo.

«No, non gliel’ho detto.» Silvia alzò un sopracciglio.

«Ma Jo! Come puoi nascondergli una cosa del genere?» Silvia sapeva che era una caratteristica tipica di Jo, cercare di cavarsela sempre da solo.

«Silvia, lo sai benissimo, so gestire la mia vita da solo, soprattutto questo tipo di problemi. Non glielo dirò ora.» Silvia voleva fargli capire che era sbagliato questo atteggiamento, perciò insistette.

«Ma Jo, visto quello che sta succedendo sbagli a non parlargliene, pensa se avesse visto quella scena e l’avesse fraintesa!» ma Jo sapeva quello che stava facendo, e la fiducia nel suo amore era salda.

«Stefano ha fiducia in me, in noi.» ma l’amore che provava Stefano non era ancora così saldo come credeva Jo, si era sempre mostrato forte per lui, era sempre stato la sua roccia, l’aveva fatto aprire, lo aveva aspettato, capito. Il problema era che, per fare questo, aveva messo a tacere i suoi dubbi e le sue paure che, dopo quello che aveva visto, si erano presentate a chiedergli il conto. Aveva preso l’auto guidando come un pazzo, la macchina l’aveva portato su quella spiaggia che aveva suggellato l’inizio della loro storia. Cadde in ginocchio, su quella stessa sabbia che, pochi mesi prima li aveva visti felici insieme. Non poteva essere che lui fosse stato solo un gioco, un intermezzo per Jo, in attesa che Antonio ritornasse. Il dolore e la rabbia gli fecero sgorgare le lacrime prima che le potesse fermare. Doveva tornare, aveva un appuntamento con Jo, il loro ultimo appuntamento.



Quando il biondo arrivò davanti a casa trovò Stefano seduto sul marciapiede.

«Che ci fai seduto qui fuori? Non ti ricordavi dove fosse la chiave?» Stefano si alzò in piedi e corse ad abbracciarlo.

«Jo pensavo che...tu non» temeva che non sarebbe neppure rientrato, che se ne sarebbe andato via con Antonio, ma era lì.

«Vieni andiamo dentro» appena richiuse la porta Stefano gli fu addosso.

«Hey, piano? Ma che hai?» Stefano non lo ascoltava più, lo spinse in camera e gli fece di tutto. Fu così passionale che Jo si dimenticò di quanto fosse stato strano sulla porta, e non si pose neppure tante domande, sul fatto che fosse così silenzioso mentre lo facevano. Quando finalmente Jo crollò addormentato, Stefano si rivestì con tutta calma, guardò il suo Jo addormentato, sembrava un angelo. Lo baciò lievemente sulla fronte, prese le sue cose e richiuse la porta alle sue spalle. Le lacrime iniziarono a scendere silenziose sulle sue guance.

Copyright © 2019 Simona Mazzoni
Tutti i diritti riservati
Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

domenica 4 ottobre 2020


 Another Door 

Ottavo capitolo 



Mark era uscito da pochi minuti e John, che finalmente si era calmato, decise di andare a fumare una sigaretta e fare due passi. Mentre camminava, gustandosi la sua bionda, in lontananza vide salire Mark nell’auto, stava per fargli un cenno, ma qualcosa attirò la sua attenzione. Un’auto si era appena parcheggiata dietro quella di Mark, e un uomo ne era sceso appoggiandosi poi all’auto stessa. D’istinto si nascose tra due auto, non poteva vedere perfettamente, visto che si trovava dall’altro lato della strada, ma avrebbe giurato che Mark non fosse solo all’interno dell’abitacolo. Prese il telefono e si segnò il numero di targa e il modello dell’altra automobile, era una Ford Mustang, la targa era di New York, non era sicuro del colore, era ancora troppo buio, ma di certo era scura. L’uomo che pareva stare di guardia risalì sull’auto, Mark uscì dal parcheggio e si mise in strada, seminascosto lo vide sfrecciare a tutta velocità, ma fece in tempo a vedere che, sul sedile di dietro, c’era sicuramente qualcuno e che la Mustang, li aveva seguiti subito dopo. Tentò di chiamare Mark al telefono, ma la voce di servizio ripeteva monotona il suo messaggio: “l’utente non è al momento disponibile.” Preso dal panico decise di chiamare Loran.

«Tra circa un’ora sono di ritorno.» gli rispose senza neppure lasciarlo parlare. Non sapeva come dirglielo, anche perché, in quel momento si era reso conto di una cosa, era uscito dall’appartamento.

«Loran, credo che abbiano appena rapito Mark…» ora non solo era entrato nel panico per ciò che aveva visto, ma anche per ciò che sicuramente avrebbe dovuto ammettere.

«Spiegati.» vuotò il sacco, spiegando per filo e per segno a Loran cosa fosse successo.

«Ascoltami attentamente, torna all’appartamento e appena sei dentro richiamami.» John chiuse la chiamata e, cercando di non mettersi a correre, riguadagnò la strada del ritorno. Entrò nell’appartamento con il cuore in gola e la faccia stravolta. Compose il numero di Loran.

«Sono dentro.» Loran si sentì immediatamente sollevato.

«Ora scrivi esattamente quello che hai visto, ogni particolare, anche il più insignificante. Dai la targa del veicolo a Harper e chiedile di fare delle ricerche e… John sai cos’hai fatto vero?» John, che fino a quel momento credeva di averla scampata, si rese conto che non era affatto così.

«Lo so ma…» Loran collegò senza dargli modo di aggiungere altro, non riuscì a godersi fino in fondo quel momento, ma lo avrebbe fatto a tempo debito, ora c’era qualcuno da salvare. La chiamata di Jake non tardò ad arrivare.

«Dimmi dove sei!» Loran era ormai a pochi isolati dall’appartamento.

«Tra al massimo dieci minuti sono al nido.» Jake, dopo avere lasciato Svetlana e Vinnie alla centrale, aveva compilato con il cuore in gola tutti i documenti per il giudice che, quella stessa mattina avrebbe autorizzato la carcerazione di entrambi, senza consentire la liberazione su cauzione. Se non l’avesse fatto sarebbe stato tutto vano.

«Sono uscito ora dalla centrale, ci vediamo lì, credo che abbiano rapito Mark, ho ricevuto una telefonata. Loran, ho paura.» il capitano non poteva rassicurarlo, sapevano entrambi in che mani fosse finito.

«Ti aspetto lì. Ne usciremo.» parcheggiò l’auto davanti all’entrata, non c’erano più motivi per essere prudenti.

«Loran!» John, fino a quel momento non si era reso conto di quanto avesse bisogno di rivederlo, era un centrifugato di emozioni. Si gettò tra le sue braccia, ma trovò il gelo.

«Dobbiamo concentrarci su Mark, fammi leggere la tua relazione, Jake sta arrivando.» in maniera delicata ma ferma, lo scostò da lui. Loran si sedette concentrandosi sulla relazione. Prese il computer di John per verificare i possibili tragitti.

«Harper, ti mando alcune coordinate, ho bisogno di entrare nelle registrazioni delle telecamere di una banca, di un fast food e di quelle della polizia stradale. Vediamo se sono passati di lì. John si sedette poco distante, completamente ignorato. Fu lieto di sentire il campanello della porta, almeno si sarebbe sentito in qualche modo utile.

«Jake, entra.» Jake gli diede una pacca sulla spalla e si precipitò in sala.

«Qualche idea?» disse lanciando la giacca sul divano, mentre camminava verso Loran e Harper.

«Più di un idea, abbiamo una targa, l’auto è intestata a una società, la Samar Enterprise, riconducibile alla famiglia Gentile.» Jake rabbrividì, sentiva che il panico stava cercando di impadronirsi di lui. Loran si girò verso John.

«Potresti andare a preparare caffè e qualcosa di dolce per tutti?» non attese neppure la risposta di John, si voltò rimettendosi al lavoro. Stizzito John, senza neppure emettere un suono, andò in cucina.

«Ragazzi, ci siamo, le due auto si sono dirette sulla 9-A.» esclamò Harper. Loran si collegò con la centrale del traffico della 9-A.

«Harper occupati delle uscite con il numero dispari, io guardo quelle pari. Jake, metti insieme una squadra.» Jake doveva ancora riferire la cosa più importante al capitano.

«Loran, Vincent Accardo, è fuggito grazie alla disattenzione di Ron.» gli disse mettendogli tra le mani una pen-drive.

«Guarda, ho la registrazione che ha fatto Jessica.» ogni volta che svolgevano un’azione di quella importanza, una o più persone tra loro riprendeva tutto con la telecamera. Loran corrugò le sopracciglia e inserì la pen-drive nel computer. La scena era piuttosto chiara, R.J., si allontanava proprio nel momento in cui vedeva scendere dalla scala antincendio Vincent.

«Jessica ha l’originale?» Jake annuì. Loran si stava domandando quale fosse la mossa migliore, quella più giusta sarebbe stata arrestarlo e lasciarlo marcire in galera, ma non sarebbe stata la mossa più furba.

«Usiamolo.» era ciò che sperava Jake e, quando l’avesse avuto tra le mani, nessuno, saputo quanto fosse stato infame, avrebbe visto nulla quando l’avesse pestato a sangue. Loran si concentrò di nuovo sulla telecamera della centrale del traffico. Jake si mise al telefono per organizzare un'altra squadra d’assalto.

La squadra che organizzò comprendeva anche R.J., ma, aveva messo al corrente il resto dei ragazzi di quanto accaduto, tutti dovevano tenerlo d’occhio. Il suono del telefono di Jake paralizzò il lavoro di tutti. Lo raccolse dal tavolo, sullo schermo non compariva il numero. Harper, che nel frattempo aveva collegato il suo computer allo smartphone di Jake, iniziò il conto a rovescio. Arrivata a zero, gli diede l’ok per rispondere.

«Parla Jake.» dall’altra parte non si sentiva nulla, se non fosse stato per un respiro regolare, Jake avrebbe pensato a uno stupido scherzo.

«Amber, Amber… una splendida puttana, perché questo sei. Ma veniamo a noi.» i secondi scorrevano, Harper gli aveva detto che, per arrivare ad individuare da dove chiamava, doveva tenerlo al telefono almeno per tre minuti.

«Che cazzo vuoi Vincent.» ancora qualche secondo di silenzio.

«Oh, io niente, sei tu che vuoi qualcosa da me. Il tuo fidanzatino ha una splendida voce quando urla per il dolore.» il battito cardiaco di Jake accelerò, facendo salire la carica di adrenalina nelle sue vene.

«Brutto figlio di puttana, non osare torcergli un capello, o te ne pentirai per il resto della tua vita!» una grassa risata fu la risposta di Vincent.

«Voglio che liberiate Svetlana e Vinnie, e voglio che tu venga a riprenderti il tuo prezioso fidanzatino. Oppure, te lo farò recapitare io…un pezzo per volta. A partire da ora, hai quattro ore.» la telefonata s’interruppe.

«CAZZOOO!» Harper urlò, la telefonata non era durata quanto sarebbe servito per individuare il luogo esatto. Ma almeno era riuscita a isolare la cella da cui era partita.

«Così riesco a dirvi solo che la chiamata è partita dalla contea di Westchester.» John, che fino a quel momento aveva fatto da tappezzeria, si mise al computer, aveva in mente di avere letto qualcosa, nei giorni precedenti e, il nome della contea gli stava girando in testa.

«Loran, cosa facciamo…» Jake lo stava guardando con tutta la disperazione che aveva in corpo, ma anche Loran, in quel momento non trovava nessun appiglio per riuscire a rassicurarlo, e ancora meno gli veniva in mente cosa fare.

«Bingo!» la voce di John risuonò nella stanza, assolutamente inattesa e fuori luogo, nella sua allegria.

«Io… io penso di sapere dove sono.» ora sì che aveva catturato l’attenzione di tutti.

«Parla.» John non poté fare a meno di pensare che l’aveva costretto a rivolgergli la parola, provando una sottile soddisfazione.

«Quando ho sentito da quale contea proveniva la chiamata, mi si è accesa una lampadina, ero sicuro di avere letto qualcosa, in un articolo di giornale riguardante la famiglia Gentile. E infatti, eccolo qui: The Wall Street Journal, una settimana fa.» portò il suo pc a fianco di Loran.

«”La famiglia Gentile si è assicurata un lotto di terreno edificabile dove sorgerà un complesso abitativo.” La notizia è stata riportata perché il progetto è stato bloccato da un giudice della zona, che ritiene che le antiche fattorie non possano essere rase al suolo inquanto abitazioni storiche.» Loran sogghignò, poteva essere, potevano davvero averlo portato li.

«Al lavoro, abbiamo bisogno del nome di quel giudice e dobbiamo chiamarlo immediatamente. Voglio sapere quante fattorie ci sono su quel terreno e voglio la piantina del territorio, Harper.» mezz’ora dopo avevano il nome del giudice e Loran si era già messo in contatto con lui che, poco dopo, gli aveva inviato la lista delle fattorie. Erano tre, aveva le coordinate, che diede subito a Harper, avrebbero guardato dal satellite, come prima cosa. Jake intanto aveva allertato la squadra e si stava preparando all’azione.

«Jake, non pensarci neppure.» Loran si era alzato, per andare a prepararsi a sua volta.

«Tu non parteciperai all’azione.» Jake continuò a prepararsi, armato fino ai denti. A passo deciso ritornò nella sala.

«Fermami…» rispose a Loran incenerendolo.

«Ok, ma comando io la squadra.» era inutile insistere, non lo avrebbe ascoltato, del resto, anche il capitano, se si fosse trattato di qualcuno che amava, si sarebbe comportato allo stesso modo. Senza pensarci alzò lo sguardo incrociando quello di John. Aveva risposto bene alle sue sollecitazioni, ma quella che aveva provato con lui non era una vera scena, ci stava andando piano con lui. Ma se fosse tornato intero dalla missione, gli avrebbe fatto capire esattamente a cosa andava incontro. Non voleva più scendere a compromessi. Non voleva più andare in qualche club, per ritrovarsi a sottomettere qualcuno che non sapeva se avrebbe rivisto la volta successiva. Voleva una relazione, voleva un sub tutto suo. John gli piaceva, davvero tanto, ma lo voleva alle sue condizioni, se non avesse retto la prossima scena non l’avrebbe più rivisto, era stanco di dover essere lui quello che si adattava.

«Loran! Qui, in questa fattoria, c’è del movimento.» il capitano e Jake si precipitarono a fianco di Harper.

«Sì! Brutti figli di puttana, stiamo arrivando.» ringhiò. Con l’adrenalina a mille fece cenno a John di seguirlo in cucina.

«Dimmi Loran.» con una mossa repentina lo fece voltare e lo inchiodò al muro.

«Ascolta attentamente, non fare un passo fuori dall’appartamento, hai già guadagnato una punizione, la seconda non la reggeresti. Quando tornerò, e ti assicuro che lo farò, voglio trovarti in camera, nudo e in ginocchio, con le mani dietro la schiena. C’è qualcosa che non ti è chiaro puttanella?» non se l’aspettava, gli mancava l’aria, gli girava la testa e gli era diventato duro.

«Sì…» gli rispose con un filo di voce.

«Completa la frase, piccolo, una possibilità.» ora gli tremavano anche le gambe, il suo cervello stava per andare di nuovo in pappa.

«Sì, master.» la presa sul suo corpo si allentò di colpo. La mano di Loran si posò sul suo collo, lentamente e con dolcezza.

«Bravo ragazzo. Andava bene anche signore, ma master è ancora meglio.» gli diede una lunga lappata sul viso e uscì dalla porta della cucina. Loran fece cenno a Jake di andare, aveva il sorriso ancora stampato sulla faccia, l’addestramento del suo sub era appena iniziato.



“Wow, wow w ancora wow!” pensò John, che stava ancora combattendo con le palpitazioni che gli aveva provocato Loran. E quella carezza sulla sua gola, l’aveva fatto sentire… importante, non riusciva a trovare un altro aggettivo, che potesse spiegare la sensazione intensa che gli aveva provocato. Bevve un lungo sorso di acqua gelata, era estremamente combattuto, quell’uomo riusciva a fargli perdere il controllo con un singolo sguardo. Ma dentro di lui, qualcosa lo stava ancora trattenendo. Ma ora non era il momento di pensarci, erano i loro occhi, doveva rimanere concentrato.



Era ormai pomeriggio inoltrato, quando Jake e Loran montarono sul Suv di quest’ultimo; Loran attaccò la sirena lampeggiante al tetto dell’auto, dovevano fare in fretta, ormai mancava meno di un’ora al termine dell’ultimatum di Vincent. Mentre si dirigevano in centrale Jake, con il telefono di Loran, si era messo in contatto con l’ufficio del giudice, doveva mandare qualcosa a Vincent che gli permettesse di guadagnare almeno un'altra ora. Il giudice gli inviò un documento, con il quale lo autorizzava a trasportare entrambi gli imputati per interrogarli, ma solo dopo che fossero state espletate tutte le pratiche che riguardavano il loro arresto. Con questo sperava ardentemente di poter chiedere a Vincent una proroga. La squadra li stava aspettando con altri due Suv, di fronte alla centrale.

Loran scese dal Suv e si diresse dritto verso R.J.

«Ron, dammi il tuo telefono.» Ron, preso alla sprovvista, rimase immobile.

«Perché capitano?» Loran tirò fuori dalla tasca il suo.

«Il mio è scarico, e a te non serve mentre sei in missione, invece per me è indispensabile. Muoviti!» R.J. sbiancò, ma non poté fare altro che consegnarlo al capitano.

«Grazie R.J., non preoccuparti, lo tratterò con amore.» con il telefono di R.J. tra le mani si sentì subito più tranquillo, per poter avvertire qualcuno avrebbe dovuto chiederne uno in prestito, e nessuno della squadra gliel’avrebbe prestato. L’unico peccato era non poter guardare i suoi messaggi, ma lo avrebbe consegnato come prova appena lo avessero arrestato.

Partirono alla volta di Sleepy Hollow, anche guidando come pazzi, ci sarebbe voluta almeno un’ora per raggiungere la fattoria e, al termine dell’ultimatum mancava mezz’ora. A metà del percorso il telefono di Jake squillò.

«Allora, che notizie hai per me.» Jake si sarebbe giocato tutto in quel momento, la sua vita, il suo amore e probabilmente anche la sua carriera.

«Vincent, il giudice ha dato il consenso, potrò prelevare Vinnie e Svetlana, ma non prima che le pratiche dell’arresto siano state completate, il che significa che ho bisogno di almeno un'altra ora.» Vincent rimase in silenzio.

«Jake, Jake, Jake…mi deludi…pensavo ci tenessi di più al tuo Mark.» Jake rabbrividì.

«Ho il documento firmato dal giudice, dimmi dove te lo posso inviare, non ti sto mentendo!» Vincent sogghignò, provocando a Jake un'altra serie di brividi.

«Pensi che io sia stupido Jake? Non ti fornirò una cazzo di e-mail, non starò con te al telefono per più di tre cazzo di minuti e soprattutto, non ti darò nemmeno un fottuto minuto in più!» ma non terminò la telefonata, lo sentì camminare, cercò di chiamarlo ma sembrava che non tenesse il telefono vicino al viso. Sentiva dei rumori. Poi, improvviso e lancinante, un urlo, sordo e agghiacciante, era la voce di Mark. Il suo cuore si fermò.

«Spero che il tuo uomo ti piacerà ugualmente senza un dito. Hai ancora mezz’ora, poi ricomincerò a farlo a pezzi.» chiuse la chiamata. Jake era sotto choc.

«Jake! Parla! Parla cazzo!» Jake respirò a fondo, poi caricò il pugno scaricandolo sul cruscotto dell’auto. Mancò un soffio che Loran sbandasse.

«Maledizione Jake! Parla!» il dolore lancinante alla mano, gli provocò una scarica di adrenalina fortissima, quello che ci voleva per ritornare immediatamente in sé.

«Gli hanno appena amputato un dito, mentre eravamo al telefono. Vincent si è appena guadagnato un posto all’inferno, e se serve glielo porterò personalmente. Abbiamo solo mezz’ora in più, comunque.» Loran comunicò con la squadra che avevano a due macchine di distanza.

«Jessica, dobbiamo sbrigarci, di’ all’autista di darci dentro.» senza attendere risposta pigiò sull’acceleratore, deciso a battere tutti i record di percorrenza. E lo fece, arrivarono nei pressi della fattoria ben cinque minuti prima che l’ultimatum scadesse.

Erano stati costretti a parcheggiare i Suv dietro a gli ultimi alberi che costeggiavano la strada, che li avrebbe portati alla fattoria, per proseguire a piedi praticamente allo scoperto. Quando erano arrivati abbastanza vicini per poter valutare la situazione, mandarono Jessica e Joy in avanscoperta.

«Cinque uomini, due mezzi. Gli edifici sono tre, un granaio, la casa principale e quello che sembra un pollaio. Tutti in muratura.» dalla piantina che avevano c’era una cantina, grande come la pianta della casa e un piccolo bunker anti tornado.

«Non possiamo muoverci se non viene buio… cazzo!» sibilò tra i denti Jake. Il suo telefono vibrò, sapeva che era Vincent, quello che non sapeva era come poteva mantenerlo calmo.

«Jake, hai qualche novità per me? Il tuo amichetto qui ci sta sperando…» Jake doveva decidere se tenere una linea dura o se tentare un'altra strada.

«Vincent, mi sembrava di essere stato chiaro prima, ma evidentemente tu non hai abbastanza cervello per comprendere! Cercherò di spiegarmi meglio, ho bisogno di ancora una mezz’ora, prima non mi possono consegnare Vinnie e Svetlana. Perciò tagliare Cook a pezzettini, non sveltirà questa pratica. Ora hai due scelte, taglia un altro pezzettino di Cook, e prima di ridarti quei due, casualmente, anche alcuni pezzettini di loro, verranno persi per strada, oppure, ti metti calmo e aspetti ancora mezz’ora. Pensi che al tuo capo farebbe piacere se gli facessi recapitare un dito di Svetlana? Come lo spiegherete alla mafia russa?» un grugnito uscì dalla bocca di Vincent.

«Sei un poliziotto, non lo faresti mai.» sentiva di essere a un passo dal cavarsela, doveva solo rimanere calmo e convincente.

«Vincent, Vincent, Vincent. Sottovaluti il fatto che saranno sotto la mia sorveglianza, i miei ragazzi mi sono fedeli, sanno voltarsi dall’altra parte.» il grugnito di Vincent lo convinse di averlo in pugno.

«La mia pazienza finirà esattamente tra mezz’ora, dopo di che ti chiamerò e se non mi farai sentire la voce dei miei amici, puoi salutare mister Cook.» ancora dieci minuti e sarebbe stato sufficientemente buio per poter entrare in azione. I minuti passavano lenti, nessuno parlava, Loran fissava il suo orologio, come se fissandolo potesse far passare più velocemente il tempo.

«Jessica tu e R.J. ai furgoni, in contatto con la base, tu Jay, insieme a R.J., andate, ora.» rimasero in quattro.

«Jake, tu e Oscar lato destro, io e Lewis lato sinistro, veloci e silenziosi.» montarono velocemente il silenziatore alle pistole e si avvicinarono alle costruzioni. Il compagno di Jake era un ex marines, truppe d’assalto, era un piacere per lui partecipare a quel tipo di azioni, non era la prima volta che si trovava a lavorare con lui. Poche brevi istruzioni visive, ed entrambi avevano neutralizzato gli uomini che sorvegliavano la parte di perimetro a loro assegnata. Altrettanto avevano fatto Loran e Oscar. Entrare nella casa era la parte più difficile. Non sapevano in quanti fossero lì dentro, né di quali armi disponessero. Usare i fumogeni l’avevano escluso, avrebbe tolto la visuale anche a loro. La pianta che il giudice gli aveva fornito era chiara, al piano terreno c’erano due stanze, una a destra e una a sinistra, in mezzo la scala che portava al piano superiore, dove c’erano altre tre stanze, e sopra il sottotetto. Loran diede istruzioni visive a Jake, sarebbe entrato lui insieme a Lewis, loro si sarebbero divisi le stanze a pian terreno, mentre Jake e Oscar sarebbero entrati dietro di loro, per salire direttamente al piano superiore. Iniziò il conto a rovescio con la mano, quando la chiuse a pugno scattò insieme al compagno verso la porta principale, Jake e Oscar erano dietro di loro pronti ad entrare. Lewis fece saltare la serratura, in un attimo furono dentro e avevano spalancato le due porte, mentre Jake e Oscar avevano già imboccato la scala che li avrebbe portati al piano superiore. Nelle stanze al piano terra però non trovarono nessuno. Rimasero in fondo alla scala, in attesa di sapere se a Jake e Oscar era andata meglio, ma pochi minuti dopo li videro scendere.

«Loran, ho paura che questo fosse uno specchietto per le allodole…» gli disse Jake con il terrore negli occhi,

«Io e Lewis andiamo al granaio, tu e Oscar cercate la cantina, ci ritroviamo qui.» secondo quanto indicato nella piantina della casa, alla cantina si accedeva da una porta della cucina. Jake e Oscar indossarono l’apparato per la visione notturna. Lentamente Oscar aprì la porta che li avrebbe fatti arrivare alla cantina, la scala era ripida e buia, iniziarono a scendere.



Loran e Lewis trovarono la porta del granaio parzialmente aperta. S’infilarono all’interno indossando anche loro gli apparati per la visione notturna, era un ambiente unico, completamente vuoto. Di fatto non c’era neppure il soppalco, o meglio ne era rimasto solo una piccola parte. Loran fece segno a Oscar di uscire e lo seguì all’aperto. Rimaneva solo il pollaio, che era accanto al granaio, e li si diressero.



La cantina era divisa in due, altre due porte da aprire. Ma anche lì nessuna traccia né di Mark né di Vincent. Ritornarono al piano superiore, dove Loran e Lewis li stavano aspettando.

«Niente.» sentì vibrare il telefono e guardò il display, era un messaggio… di Mark. D’istinto si rimise il telefono nel taschino senza riferire la cosa ai compagni.

«Ok, ritorniamo ai furgoni e facciamo venire gli spazzini.» Jake li lasciò passare avanti, senza dare nell’occhio, appena furono sufficientemente lontani guardò il messaggio.

«Pensavi di fottermi vero Jake? Adesso i piani cambiano, vieni a riprenderti il tuo Mark da solo, basta che cerchi bene, un'altra porta, ancora. Tic tac… ti do dieci minuti e poi gli faccio saltare la testa.» Jake rallentò ancora l’andatura, appena le figure davanti a lui scomparirono dalla sua vista, si voltò e iniziò a correre verso la fattoria. Sapeva dove andare.

Con il cuore che gli martellava nella testa arrivò di nuovo nello spiazzo di fronte alla casa principale, indossò di nuovo l’apparato per la visione notturna e, lentamente si diresse in cucina. Spostò il mobile che si trovava a destra della porta della cantina, mentre lo spostava, dietro al mobile un’altra porta si aprì.

«Vincent! Vieni fuori e affrontami da uomo e non dal codardo che sei!» l’eco di una grossa risata lo raggiunse. S’infilò dietro il mobile e, lentamente iniziò a scendere. Bastarono pochi gradini e nel buio gli apparve il viso tumefatto e quasi irriconoscibile di Mark. Aveva una pistola puntata alla tempia e saliva le scale con fatica, dietro di lui c’era Vincent. D’istinto puntò la pistola.

«Meglio che la metti giù, e sbrigati a ritornare fuori da qui.» Jake ripercorse quei pochi scalini senza dargli le spalle, con gli occhi puntati sul suo uomo.

«Appoggia le armi su quel tavolo e precedici.» eseguì l’ordine, non poteva fare altrimenti.

«Ok, Vincent, ma tu lascia andare Mark. Se prendi me lui non ti serve.» Vincent fece una smorfia.

«Non vuoi stare con il tuo ragazzo? Preferisci rimanere da solo con me per finire il discorso che avevamo iniziato in quel Hotel vero?» Mark parve risvegliarsi.

«Jake…no.» il suo volto oltre ad essere tumefatto era privo di colore, doveva avere perso parecchio sangue.

«Lascialo.andare.» Vincent rise.

«Ammanettati.» Jake prese le manette e si bloccò i polsi.

«Dammi le chiavi.» Jake gli consegnò le chiavi, e in quel momento Vincent gettò Mark per terra prendendo per la gola Jake.

«Ora io e te ce ne andiamo in un posto tranquillo, ad aspettare che i tuoi colleghi liberino Vinnie e Svetlana. Vedrai, non ti farò annoiare.» con Mark steso per terra quasi incosciente, Jake seguì Vincent fuori dalla casa. Lo scaraventò dietro all’auto, immobilizzandogli anche le gambe e partì a tutta velocità verso lo sterrato.



«Oscar e Lewis, al furgone di Jessica, Jake, con me.» i primi due risposero al comando ma Jake no. Loran si bloccò, aveva un brutto presentimento. Si girò e non vide Jake.

«Oscar dov’è Jake?!» Oscar scosse il capo.

«Signore, era dietro di me, Signore!» Loran emise un grugnito e iniziò a correre di nuovo verso la casa seguito dai suoi agenti.

«Occhi aperti, deve essere tornato indietro.» con il cuore a mille Loran arrivò davanti alla casa e per poco l’auto di Vincent non li investì. Loran si mise immediatamente in contatto con Jessica, ma la radio non funzionava, perciò si precipitò correndo verso i Suv parcheggiati.

«Signore! Dobbiamo tornare alla casa per vedere se hanno lasciato tracce!» Loran non aveva nessuna intenzione di tornare indietro, voleva inseguire quell’auto.

«Tu e Lewis, tornate indietro, io mi prendo Jessica e li inseguo.» gli disse continuando a correre. Ma anche se in pochi minuti si misero all’inseguimento, non furono in grado di intercettarli. Quando ritornarono indietro, le luci blu di un’ambulanza non gli fecero presagire nulla di buono.

«Capitano, l’abbiamo trovato sdraiato a terra nella cucina.» Loran riconobbe a stento Mark.

«Hey Mark! Hai davvero una brutta cera.» Mark gli catturò il braccio spingendolo ad abbassarsi.

«Riportamelo a casa, ti prego Loran, riportalo a…» perse di nuovo conoscenza, i paramedici si sbrigarono a infilarlo nell’ambulanza, per portarlo al pronto soccorso più vicino. Loran doveva tornare a casa, aveva bisogno di dormire e doveva scaricare tutta quella adrenalina che aveva accumulato.

«Ragazzi, ora non possiamo fare più di tanto, purtroppo. Dobbiamo riposare almeno quattro ore, perciò ci ritroviamo alla centrale alle 5.00, ma prima…» salì sul Suv di Jessica e andò alla radio, i cavi erano stati tagliati. Scese dirigendosi da R.J., senza dire una parola gli piazzò un diretto al viso facendogli esplodere il naso.

«Ammanettatelo, prima di andare a casa lasciatelo in centrale. Se succede qualcosa, qualsiasi cosa a Jake, la tua accusa non sarà più di tradimento, ma di associazione a delinquere, e ti assicuro che ti farò mettere in una cella con i peggiori figli di puttana. Sei peggio di loro.» salì sul suo Suv e inviò un messaggio a John.

LORAN – John, entro un’ora sarò all’appartamento, di a Harper di andare a casa a riposare, dille di tornare entro le 5.

JOHN – Ok.



Quando John rimase solo, venne preso dal panico, aveva seguito l’azione dal vivo. Con Mark all’ospedale e Jake nelle mani di Vincent, Loran doveva essere un fascio di nervi. Si domandò se anche lui avesse dovuto sparire, forse a Loran non avrebbe fatto piacere trovarlo lì. Inoltre se anche fosse rimasto, si chiese se sarebbe stato il caso di eseguire il suo ordine. Non sapeva davvero come comportarsi. Cosa avrebbe fatto un sub? La domanda aveva solo una risposta, un bravo sub avrebbe eseguito l’ordine, senza discutere. Ma lui non era ancora il suo sub, almeno non si sentiva ancora tale. Fino a quel momento non si era sottomesso. Doveva decidersi, tra pochi minuti Loran sarebbe rientrato. Scosse la testa. Andò in camera e si spogliò mettendosi seduto sui talloni, con le braccia dietro la schiena e attese.

Quando Loran arrivò all’appartamento, notò che l’unica luce accesa proveniva dal reparto notte. A passi decisi si diresse nella sua stanza e lo vide. Era ai piedi del letto, nudo, seduto sui talloni con le braccia dietro la schiena, una visione celestiale per lui. Lo aveva visualizzato in quella posizione dalla prima volta che lo aveva sbattuto al muro rifiutandolo.

«John, alzati vestiti e tornatene a casa.» mentre tornava all’appartamento, aveva pensato a cosa avrebbe fatto, rendendosi conto che, difficilmente sarebbe riuscito a mantenere sotto controllo la sua rabbia; avrebbe finito per fare del male a John e questo non lo voleva. John non era pronto, fino a quel momento aveva avuto solo un assaggio di quello che poteva succedere durante una scena. Non gliene sarebbe fregato nulla se fosse stato un ragazzo incontrato al club. Quelli sapevano a cosa andavano incontro quando entravano in un Dungeon con un Dom. No John era un diamante grezzo, e non aveva nessuna intenzione di romperlo, voleva forgiarlo, sfaccettarlo in modo che gli calzasse perfettamente. Fare una sessione con lui in questo momento sarebbe stato un errore, non voleva perderlo. Una consapevolezza che gli era costata parecchio, ma come in tutte le cose della sua vita, la verità vinceva su tutto, provava qualcosa per lui, qualcosa di più di semplice attrazione.

«Master, ho aspettato che tornasse e ora mi manda via?» Loran si stava liberando delle armi. Andò verso di lui, fermandosi di fronte.

«John, ti pentiresti di essere rimasto. Vai via, prima che sia troppo tardi.» neppure John capiva quale fosse l’impulso che lo spingeva ad insistere, di sicuro in questo giocava la sua testardaggine, ma c’era anche qualcos’altro, qualcosa di impalpabile eppure così giusto!

«Io penso di essere pronto Master, a meno che non voglia più che sia il suo sub, nel qual caso…» Loran pensò alle parole di Vanessa, lei era convinta che potesse essere quello giusto. Era rischioso, ma in effetti, forse era meglio che capisse ora, ora che lui non si sentiva ancora coinvolto, per lo meno non completamente.

«Occhi bassi puttanella.» John abbassò il capo istantaneamente.

«Perfetto, questa è la posizione in cui dovrai metterti ogni volta che mi aspetterai. Bellissimo e umile.» Loran si avvicinò di un paio di passi, portando le sue scarpe nel raggio di visione dei sui occhi bassi.

«Ti fidi di me?» John prese un sospiro prima di rispondere.

«Sì Master.» nella testa di Loran la scena stava prendendo forma velocemente.

«Rinunci al controllo?» un fremito percorse la schiena di John.

«Sì Master.» Loran sorrise soddisfatto.

«Mettiti al centro del letto, prono. Qual è la safeword?» John salì carponi sul letto mettendosi in posizione. Il capitano voleva che ripetesse la safeword, la sua paura più grande era che un pivellino come lui, se si fosse trovato al limite, non se ne ricordasse.

«Fenice.» Loran si tolse velocemente la parte superiore dei vestiti, rimanendo scalzo e con il torace nudo.

«Allarga braccia e gambe.» John non se lo fece ripetere. Loran prese cavigliere e polsiere dall’armadio e le pose ai polsi e alle caviglie di John, beandosi della sua vista e dell’evidente stato di agitazione che gli stava creando. Con sottili catene, che fece passare dagli anelli delle costrizioni, lo bloccò alla testiera e ai bordi del letto. Si sistemò dietro di lui per ammirare la scena.

«Perfetto, vergognosamente esposto.» si spostò verso la testiera, abbassandosi per guardarlo in volto.

«Sei comodo, seacláid?» John aveva il cuore a mille, non sapeva cosa un sub dovesse o meno dire, perciò si affidò all’istinto.

«Sarei io il cioccolatino Master?» il capitano non si aspettava certo che lo avesse capito, visto che aveva parlato in Irlandese.

«Il tuo master è piacevolmente stupito, parli irlandese?» John si sentì incredibilmente soddisfatto di averlo compiaciuto.

«Ho frequentato un ragazzo irlandese che mi ha insegnato qualche parola.» la sculacciata che piombò sulla sua natica sinistra, rimbombò nella stanza.

«AHHHH!» Loran guardò affiorare l’impronta della sua mano dalla natica, visione che il suo uccello gradì notevolmente, passando da semirigido a duro in un batter di ciglia.

«Piccola puttanella, parli dei tuoi amanti mentre sei con me pensando di passarla liscia?» John sentiva la natica bruciare come l’inferno, avrebbe dovuto smorzare la sua eccitazione, invece si trovava a fare i conti con il suo uccello, che sembrava voler scoppiare da un momento all’altro.

«Perdono Master, non succederà più.» gli rispose ansimando, sentendo ancora bruciare la sua natica. Loran si spostò di nuovo verso l’armadio, portando con sé alcune candele.

«Sai cosa sono queste?» gli chiese passandogli alcune delle candele sotto il naso.

«Ohhh… sono candele?» Loran sorrise.

«Non muoverti.» lo sentì uscire dalla camera, da lontano gli arrivarono dei rumori indefinibili. Ritornò quasi subito con un secchiello di ghiaccio.

«Ricorda, non puoi venire.» accese la prima candela, un inebriante profumo di vaniglia intrise la stanza. Guardandolo ansimare si mise a cavalcioni su di lui.

«Non ti muovere.» John affondò la faccia sul cuscino, sapeva cosa sarebbe successo. La prima goccia cadde sulla sua scapola sinistra, facendogli tendere tutto il corpo. Poi una seconda fino a che smise di contare, mentre la sua schiena andava completamente a fuoco, ma l’unica cosa che sentiva era la pressione del corpo di Loran seduto comodamente sul suo culo. Il ghiaccio arrivò ancora più inaspettato.

«AHHHH Master brucia!» Loran sorrise notando la lacrima che vide uscire dalle sue ciglia. Era così preso il suo cioccolatino.

«Vuoi che mi fermi?» la sua mente era un po’ confusa, ma di una sola cosa era certo, non voleva che si fermasse.

«No, io …no…» Loran scese da lui mettendosi al suo fianco in ginocchio.

«Allora chiedilo educatamente puttanella.» un'altra sculacciata, questa volta sull’altra natica, lo fece inarcare.

«AHHH, per favore Master, ancora con le candele…» a Loran salì un verso roco, si stava eccitando sempre di più, l’adrenalina che aveva accumulato era tanta, ma finalmente la sua mente e il suo corpo erano focalizzati in un unico sforzo, appagare il suo sub. Prese le altre due candele accendendole con le prime.

«Immobile.» John trattenne il respiro. La cera delle due candele invase entrambe le natiche, bruciava ancora di più, sulla carne già provata da quelle sculacciate così violente. Sentì Loran spostarsi in mezzo alle sue gambe e, subito dopo un'altra dose di cera colò sul suo culo.

«Porca puttana Master, oddio!» le mani di Loran si posarono sui suoi fianchi obbligandolo ad alzare il culo.

«Ora ci divertiamo, visto che sei stato bravo.» le ultime candele che aveva usato erano quelle che preferiva, la cera scaldandosi rilasciava olio che ora stava colando caldo e lussurioso sui genitali del suo sub. Appoggiò le mani sulla cera, riempendole dell’olio che avevano rilasciato e scese lentamente con una mano a stimolare il cazzo di John, che era duro e pulsante. Lo accarezzò lentamente, gustandosi la sua espressione estasiata, mentre con l’altra mano scendeva sul perineo. Andò avanti per qualche minuto, appena vide che le palle di John stavano per ritrarsi si fermò e lo sculacciò.

«Non.ti.ho.dato.il.permesso.per venire. Rifallo un'altra volta e ti negherò l’orgasmo.» John si chiese come avesse fatto ad accorgersene, ma aveva ragione, era a un soffio dal non ritorno.

«Non succederà più signore…ma la prego, la prego non smetta.» riprese a massaggiargli l’asta turgida con un movimento lento, soffermandosi sempre più spesso sulla punta. Ma non contento iniziò a giocare con il suo buchetto con movimenti lenti e circolari.

«Oddio Master, ti prego…» il dito si bloccò sull’entrata.

«Spingi.» John si spinse sul dito lasciandolo entrare fino in fondo. Ben presto Loran trovò la sua prostata che accarezzò arricciando il dito dentro di lui.

«Master ahh posso?» Loran sorrise.

«No. Trattienilo.» lo portò al limite di nuovo, poi si fermò. Vedeva la frustrazione crescere in John, così come l’eccitazione. Infilò altre due dita, ma cambiò il ritmo, assicurandosi di toccare la sua prostata ogni volta che entrava e usciva. Non sarebbe arrivato nel subspace questa volta, ma questa esperienza l’avrebbe ricordata per sempre. John stava perdendo la testa, ormai non ricordava più quante volte l’aveva portato sull’orlo del precipizio. Il chiaro rumore di una zip che veniva aperta attirò la sua attenzione.

«Se potessi vedere che disastro ho fatto qui dietro…lo senti il rumore osceno che fa il tuo buco mentre prende tre dita…sei così lascivo cioccolatino.» con uno schiocco ritirò le dita. John provò la sensazione sgradevole di sentirsi abbandonato e mugugnò parole sconnesse.

«Qualcosa non va puttanella?» gli chiese mentre strusciava il suo uccello sulla sua entrata.

«Io credo che impazzirò Master, maledizione ah ah» gli rispose spingendo il bacino verso di lui.

«Posso fare qualcosa per farti impazzire ancora di più?» con una piccola spinta fece pressione sul suo buco ritirandosi subito dopo.

«Io…io credo che sì Master può fare qualcosa per me, per piacere?» Loran continuò a ripetere lo stesso movimento tormentandolo.

«Volentieri, cosa posso fare per te cioccolatino?» John sentiva che se non l’avesse preso subito sarebbe davvero impazzito.

«Ti prego Master, scopami, ti prego. Ah ahhh» Loran gli bloccò le anche artigliando i suoi fianchi.

«Non.puoi.godere.» e con un unico affondo lo prese, iniziando a muoversi con esasperante lentezza. Il rumore delle catene che tintinnavano tirate dalle braccia di John, i suoi ansiti, le sue grida di piacere, la sua pelle il suo odore, sapeva che non avrebbe resistito ancora molto.

«Non resisto Master, io devo… ti prego!» si fermò piegandosi sulla sua schiena.

«Ora puoi venire, vieni per me cioccolatino.» si rialzò afferrandolo di nuovo per le anche e aumentò il ritmo dei suoi affondi. La potenza con cui lo possedeva era devastante per John, sentiva che l’avrebbe rotto, ma anche così l’unica cosa che voleva era che affondasse sempre di più. La mano di Loran si posò sulla sua erezione prendendola saldamente, e masturbandolo velocemente.

«Porco cazzo, ahhh godoooooo!» urlò John buttando la testa indietro. I suoi occhi erano rovesciati. Loran fece in tempo a pensare, che il suo viso nell’estasi fosse la cosa più bella che avesse mai visto in tutta la sua vita, che venne copiosamente scaricandosi dentro di lui.

Lentamente, dopo averlo accarezzato sulla schiena, uscì da lui. Si sbarazzò del preservativo e slegò John. Sparì nel bagno e ritornò con un asciugamano bagnato, con il quale si mise a pulire minuziosamente John, che non si mosse godendo delle sue deliziose attenzioni. Prese due bottigliette d’acqua e gliene porse una.

«Bevi, è fresca.» John non riusciva a smettere di tremare, si vergognò, perché anche mentre cercava di bere, la bottiglia non ne voleva sapere di stare ferma. Loran vedendolo in difficoltà si distese accanto a lui e lo prese tra le braccia.

«Stai bene?» John lo guardò alzando leggermente la testa.

«Io…non credevo che fosse così…» Loran alzò un sopracciglio.

«Beh, allora è meglio se ci pensi ancora un po’, perché oggi ci sono andato davvero leggero con te.» John si accoccolò tra le sue braccia, e lui lo accolse mentre sentiva che le sue palpebre si facevano sempre più pesanti, grato di poter avere quella tregua che anelava.

«Forse non mi sono spiegato bene Loran, so benissimo che ci stai andando piano con me. Quello che spero è che la prossima volta tu non ci vada così piano, perché se quello che ho provato non è il subspace, cristo santo, non oso immaginare come potrei sentirmi.» Loran spalancò gli occhi, il suo uccello fece altrettanto, mettendosi quasi sull’attenti.

«John, non provocarmi. Ora devo dormire, svegliami tra un paio d’ore.» la strada da percorrere con John, non sarebbe stata facile. Sperò di non lasciarci un altro pezzo di cuore.



Vincent aveva percorso molti chilometri, Jake dalla sua posizione però, non era riuscito a capire dove fossero finiti. Albeggiava quando finalmente lo fece uscire dall’auto. Ma prima di farlo gli bendò gli occhi. Quando gli venne tolta la benda si ritrovò in una stanza con le finestre sbarrate, un piccolo bagno e null’altro. Vincent gli slegò i polsi.

«Hai dieci minuti per andare in bagno, con la porta aperta, ovviamente.» Jake andò nel bagno, la vescica gli stava per scoppiare, non poteva farne a meno. Si lavò le mani e il viso, mentre fotografava l’intera stanza per cercare qualcosa da poter trasformare in un’arma. Uscì dal bagno porgendo a Vincent le sue mani per farsele nuovamente legare.

«No, sul letto.» ubbidientemente si stese supino.

«Stendi le braccia sopra la testa.» Vincent gli legò i polsi alla testiera.

«Dormi, e non provare a fare qualche stronzata se non vuoi che ti ficchi una pallottola in testa.» uscì dalla stanza chiudendolo dentro. Dopo qualche minuto di completo silenzio, nel buio della stanza, ripensò alla maschera di dolore di Mark. Avrebbe dovuto essere con lui in quel momento, e non legato in quella stanza. Lacrime di rabbia iniziarono a solcargli il viso. La consapevolezza di non poter sapere in che condizioni versava, lo faceva sentire così male. Si domandò se lo avessero trovato, e al pensiero che non fosse stato così dovette trattenere un urlo. Ragionandoci razionalmente non era possibile, dovevano essere per forza entrati a vedere se avessero lasciato delle tracce e Mark era lì, in bella vista, impossibile non vederlo. Per una frazione di secondo pensò anche all’eventualità che Mark fosse morto. Ma scacciò dalla sua mente quel pensiero perché non era un’opzione, Mark doveva essere vivo. Si permise anche di pensare a sé stesso, chissà cosa gli riservava quel mafioso pervertito?

Vincent aveva agito d’istinto, l’incolumità di Svetlana era stata affidata a lui dalla famiglia Gentile, e lui aveva combinato un bel casino, proprio un bel casino. Doveva mettersi in contatto con Rocco, il suo padrino. Ma prima aveva bisogno di dormire, erano secoli che non chiudeva occhio.



Mark riprese conoscenza il mattino successivo. Quando aprì gli occhi ebbe un attimo di smarrimento, ma quasi subito ricordò ciò che era successo. Esplorò visivamente l’ambiente attorno a lui. Aveva delle cannule nasali per l’ossigeno, una flebo attaccata all’infusore e vari sensori piazzati qua e la sul suo corpo martoriato. Non sentiva gran che dolore, sicuramente l’avevano imbottito di antidolorifici e questi stavano facendo il loro lavoro egregiamente. Alzò la mano sinistra, la fasciatura gli ricordò che un pezzo del suo dito indice non c’era più. Ma quello che gli stava facendo più male era il ricordo del viso di Jake, quando si era offerto come ostaggio al posto suo. Il suo Jake, il suo bellissimo Jake. Doveva mettersi in contatto con Loran il prima possibile, si mosse per individuare dove potessero essere i suoi effetti personali. Cercò di mettersi seduto ma il corpo non gli rispose.



«Loran…» erano almeno dieci minuti che John tentava di svegliarlo, senza successo. Allora decise di svegliarlo con il metodo che usava sua madre con lui quando era ragazzino; gli tappò le narici.

Gli occhi di Loran si spalancarono, e la sua mano si abbatté sul suo polso stringendolo come se lo volesse spezzare.

«Hai voglia di morire?» John sorrise, come un bambino scoperto a rubare le caramelle dal cesto, ottenendo che la mano di Loran allargasse un po’ la presa.

«Giuro che ho provato di tutto ma tu non volevi svegliarti!» il capitano gli lasciò definitivamente il polso.

«Caffè, subito.» gli disse mentre allungava gli arti sbadigliando sonoramente. John gli fece il saluto militare e corse in cucina. Quando ritornò Loran era già vestito.

Loran bevve il caffè, assaporandone ogni goccia,

«Tra poco arriverà Harper, cosa possiamo fare per renderci utili?» Loran si allacciò la fondina ascellare.

«Per ora nulla, ma rimanete in ascolto. Vado da Mark, spero che possa ricordare qualcosa che ci aiuti a capire dove potrebbe avere portato Jake. Fai il bravo, vedi di non uscire da quella porta.» mentre gli diceva quell’ultima frase camminava verso di lui costringendolo al muro.

«E quando tutto questo sarà finito, andremo in un posto tranquillo, e metteremo in chiaro un paio di cosette.» John si morse il labbro inferiore, Loran gli strinse le guance, facendo in modo che lo lasciasse per poi morderlo nello stesso punto con forza.

«Anche questo è mio, solo io posso morderlo.» Loran lo guardò, le sue pupille stavano già reagendo dilatandosi, e le sue labbra erano in attesa di ricevere un bacio.

«A dopo cioccolatino.» ma non lo baciò, abbandonò le sue guance e si avviò all’uscita.



Loran si precipitò all’ospedale da Mark, pregava che gli potesse fornire qualche indizio su dove avevano portato Jake, cercava di allontanare dalla sua testa i possibili scenari, aveva paura che gli facessero del male. Teneva a lui, anche se non ne era più innamorato, continuava ad essere una delle persone più importanti della sua vita. Le immagini di John legato al letto erano ancora vive nella sua mente, per la prima volta dopo dieci lunghi anni aveva riprovato quelle sensazioni a lui così famigliari, ma anche qualcosa di diverso, qualcosa di più coinvolgente. Lo sconcertava il modo in cui si era abbandonato a lui completamente, non conosceva la paura. Questo aspetto lo preoccupava, se i rapporti vaniglia erano fragili all’inizio, un rapporto come il loro lo era ancora di più, doveva chiarirsi, perché, accidenti, voleva che il loro rapporto crescesse, gli piaceva il suo seacláid. Non si ricordava di aver avuto una sintonia fisica così intensa, non avrebbe rovinato tutto. Parcheggiò di fronte all’entrata dell’ospedale, presentò le sue credenziali alla guardia e si fece indicare la stanza di Mark. Lo trovò seduto che guardava fuori dalla finestra.

«Hey, come stai?» si voltò verso Loran, riconoscendone la voce.

«Non sapevo come fare a contattarti, non so dove sono le mie cose…Loran…» l’angoscia era stampata sul suo volto.

«Lo riporto da te, ma tu devi aiutarmi.» Mark annuì. Loran prese una sedia e si mise accanto al suo letto.

«Ora voglio che tu chiuda gli occhi e torni in quello scantinato, ogni cosa che ti viene in mente dilla.» Mark si appoggiò al cuscino e chiuse gli occhi ripercorrendo l’incubo.

«Ha iniziato a picchiarmi quasi subito. Non sempre capivo ciò che diceva, perdevo conoscenza, spesso. Una sola volta ho sentito che parlava con qualcuno al telefono, diceva “Mary, stai tranquilla, ne verrò fuori. Tu non dire nulla a tuo padre, so quello che faccio, li libereranno.” Loran prese in mano il telefono e andò a guardare la scheda di Vincent. Mary Gentile, la moglie di Vincent, la figlia di Rocco, il boss. Perché non avrebbe dovuto dire nulla a suo padre? Vincent stava agendo da solo! Un sorriso illuminò il viso di Loran.

«Mi basta, credo che tu abbia appena salvato la vita al tuo compagno. Ti spiego appena posso, vado a fare una visita a Rocco Gentile.» Mark non gli chiese nulla, qualsiasi cosa gli fosse venuta in mente andava bene, se fosse servita a riportargli il suo amore.



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